Laura Bianconi Vicepresidente dei Senatori del Gruppo PDL

 

Termini Imerese

SENATO DELLA REPUBBLICA

336a SEDUTA PUBBLICA

RESOCONTO

SOMMARIO E STENOGRAFICO

MERCOLEDÌ 17 FEBBRAIO 2010

(Antimeridiana)

Informativa del Ministro dello sviluppo economico sullo stabilimento FIAT di Termini Imerese e conseguente discussione

SCAJOLA ministro dello sviluppo economico. Signor Presidente, onorevoli senatori, Termini Imerese non è solo un problema della Sicilia, ma dell'Italia intera. Per questo il Governo Berlusconi ne sta seguendo le sorti con il massimo impegno. E sono davvero lieto che il Senato abbia deciso di occuparsi di questo argomento.

Il Governo sta compiendo ogni sforzo per tutelare una realtà industriale di grande rilevanza economica per la Sicilia e per l'intero Mezzogiorno, assicurandole un futuro quando FIAT cesserà la produzione nel 2012.

Questo impegno si inquadra nell'azione avviata sin dall'inizio della crisi: difendere il sistema produttivo nazionale e l'occupazione con interventi generali, settoriali e specifici, consapevoli come siamo che l'industria rappresenta la grande ricchezza dell'Italia.

Siamo il secondo Paese manifatturiero d'Europa dopo la Germania. Riceviamo dall'industria una quota di reddito nazionale superiore a quella di altri grandi Paesi come Francia e Gran Bretagna. Per questo siamo impegnati ogni giorno, e spesso anche di notte, senza risparmio di energie per tutelare, insieme alle imprese e ai sindacati, il grande patrimonio industriale dell'Italia.

Onorevoli senatori, nello stabilimento di Termini Imerese sono impegnati 1.658 lavoratori. A questi se ne aggiungono altri 300 che operano nell'indotto. Si tratta quindi di 2.000 posti di lavoro in un territorio che offre scarsissime alternative di impiego. Per questa ragione l'annuncio del nuovo piano FIAT ha suscitato comprensibile preoccupazione tra i lavoratori e le loro famiglie, allarmate per il proprio futuro.

La situazione specifica dello stabilimento siciliano va inquadrata nella prospettiva più ampia del settore automobilistico, che nell'ultimo decennio ha subito cambiamenti molto profondi.

Bastano pochi dati, che voglio citare, per comprendere quanto sia mutato lo scenario. In Europa il numero dei marchi automobilistici è diminuito dai 58 del 1964 agli attuali 22. Il numero dei modelli in produzione, per contro, è aumentato da 72 a più di 200. Negli ultimi anni l'offerta di auto nel mondo è stata superiore alla capacità di assorbimento del mercato. Le aziende hanno aumentato considerevolmente la propria capacità produttiva, anche attraverso la realizzazione di molti nuovi impianti produttivi.

L'attuale crisi dimostra, tuttavia, che questa crescita dell'offerta si è sviluppata al di fuori di un disegno strategico complessivo. Anche in Europa molti Governi, alla comprensibile ricerca di maggiori sbocchi occupazionali, hanno assecondato e incoraggiato questa tendenza con interventi di sostegno diretti per favorire la creazione di nuovi stabilimenti nei rispettivi Paesi.

Nei mercati maturi, come Stati Uniti ed Europa, vi è un eccesso strutturale di capacità produttiva che richiede profonde ristrutturazioni, mentre la nuova domanda si sta formando nei Paesi emergenti, ma è una domanda diversa, che richiederà una produzione diversa.

Di fronte a questa evoluzione dei mercati è dunque in corso un processo di profonda trasformazione del settore intero a livello globale. In questo quadro è necessario ridefinire anche le politiche pubbliche di sostegno, abbandonando logiche di intervento contrastanti con le nuove realtà del mercato e assicurando il più efficiente utilizzo delle limitate risorse pubbliche disponibili.

In questa direzione tutti i grandi Paesi europei stanno attuando una strategia di uscita dagli incentivi all'auto, che sono stati introdotti lo scorso anno di fronte all'esplodere della crisi, al crollo del PIL, alla forte flessione delle vendite, che ha raggiunto il 30,40 per cento nei mesi di febbraio e di marzo scorsi.

Gli incentivi, per loro natura eccezionali e quindi temporanei, non possono divenire regola con cui assicurare uno sviluppo stabile e duraturo del settore. Sono un modo per rinviare il problema, certamente non per risolverlo.

Ecco perché il Governo ha ritenuto che anche in Italia sia giunto il momento di tornare alla normalità del mercato dell'auto, non rinnovando gli incentivi e intensificando invece il sostegno alla ricerca e all'innovazione di prodotto. E sarebbe sbagliato - come qualcuno ha fatto ancora di recente - collegare la questione degli incentivi al mantenimento dei singoli insediamenti produttivi, perché questo è contrario non solo, come è evidente, alla logica economica, ma anche alle norme europee.

Onorevoli colleghi, all'indomani dei primi annunci di riorganizzazione degli stabilimenti italiani di FIAT, il Governo ha tempestivamente avviato un confronto serrato con l'azienda al Ministero dello sviluppo economico, chiedendo a più riprese alla FIAT di mantenere la produzione a Termini Imerese. Abbiamo poi tenuto due incontri a Palazzo Chigi (il 18 giugno e il 22 dicembre scorso), nei quali l'amministratore delegato della FIAT, Sergio Marchionne, ha illustrato al presidente Berlusconi, al Governo e ai sindacati il piano industriale.

La FIAT si è posta l'obiettivo di produrre nel mondo, grazie all'accordo con Chrysler, almeno 5 milioni e mezzo di autovetture all'anno entro i prossimi cinque anni. Si tratta di un traguardo importante che proietta l'azienda ai primi posti tra i produttori mondiali, merito certamente della qualità dei suoi prodotti, della capacità del management, della professionalità dei lavoratori, ma merito - voglio ribadirlo - anche ricevuto nel tempo dai Governi della nostra Repubblica, hanno sempre considerato FIAT un patrimonio fondamentale dell'Italia.

L'azienda ha confermato a più riprese e in modo ufficiale la centralità dell'Italia e ha annunciato che destinerà al nostro Paese due terzi degli 8 miliardi di investimenti previsti nel prossimo biennio. Ha annunciato che gli stabilimenti auto di Mirafiori, Cassino, Melfi, Pomigliano d'Arco non subiranno riduzioni di capacità produttiva. Su richiesta del Governo, l'azienda ha anzi programmato un aumento della produzione in Italia di quasi il 50 per cento: entro il 2012 il numero delle vetture prodotte nel nostro Paese passerà da 650.000 a 900.000 pezzi l'anno.

Si tratta di un risultato positivo, se consideriamo il contesto di sovrapproduzione mondiale e le notizie della chiusura di stabilimenti anche in altri Paesi. Cito per tutti il caso ultimo della Opel di Anversa, con oltre 3.000 lavoratori che perdono il posto di lavoro.

La FIAT ha anche deciso di riportare in Italia, a Pomigliano d'Arco, la costruzione della nuova Panda, che assicurerà il potenziamento dello stabilimento produttivo campano. L'azienda ha inoltre rilevato lo stabilimento Bertone nel torinese, con oltre 1.000 dipendenti, che rischiava di chiudere e dove invece saranno prodotti due modelli Chrysler per l'Europa e anche per gli Stati Uniti.

Abbiamo chiesto alla FIAT di fornirci a breve i piani dettagliati di tutti gli stabilimenti italiani e delle loro produzioni nei prossimi anni.

Come dicevo, in questo quadro la conclusione della produzione della Lancia Ypsilon nello stabilimento di Termini Imerese dal 1° gennaio 2012 - annunciata il 18 giugno e ribadita da Marchionne il 22 dicembre a palazzo Chigi - è stata decisa dalla FIAT sulla base di due principali motivazioni: la scarsa integrazione della filiera produttiva, con un indotto poco sviluppato, come sappiamo, nel polo siciliano, e gli elevati costi fissi di produzione, in particolare focalizzati sul trasporto. Secondo FIAT, questi fattori rendono del tutto antieconomica la gestione dello stabilimento, sia per la produzione di vetture sia per la produzione di componenti o altri prodotti del perimetro FIAT.

L'azienda, su nostra sollecitazione, ha comunque messo a disposizione lo stabilimento, assicurando la massima collaborazione per la ricerca di possibili nuovi soggetti imprenditoriali, anche nel settore automobilistico, se fossero interessati a subentrare in questa area.

Signor Presidente, il nostro obiettivo - credo, mi auguro il nostro obiettivo - è ora individuare quanto prima nuove imprese e nuovi soggetti produttivi, che possono assicurare la sopravvivenza e lo sviluppo futuro di Termini Imerese dopo il 1° gennaio 2012.

Non dobbiamo agire - e voglio ribadirlo in quest'Aula importante - in modo affrettato e approssimativo, sull'onda di una emotività che è comprensibile, ma che potrebbe farci prendere decisioni poco meditate e sbagliare come tante volte nel passato si è sbagliato. Abbiamo tempo per selezionare in modo trasparente proposte serie ed affidabili.

Riteniamo imprescindibili il mantenimento dell'occupazione e la salvaguardia della presenza industriale nel territorio.

È in quest'ottica che già a gennaio abbiamo istituito presso il Ministero dello sviluppo economico un'apposita task force con il compito di raccogliere, analizzare e valutare le diverse manifestazioni di interesse per nuove attività produttive.

I lavori della task force, di cui faremo una prima verifica il 5 marzo prossimo nel tavolo tecnico con Regione, FIAT e sindacati, potranno consentire di individuare i progetti più adeguati alle esigenze del territorio. L'analisi tecnico-finanziaria delle proposte è stata affidata ad Invitalia, che le valuterà secondo criteri certi e trasparenti. Proprio in queste ore, mentre siamo qui in Senato, i tecnici di Invitalia stanno effettuando un ulteriore sopralluogo nel sito. Le proposte verranno esaminate tenendo conto essenzialmente della solidità economica-finanziaria dei progetti e dei proponenti, della fattibilità industriale e delle conseguenti ricadute occupazionali. Il processo di valutazione prevede la redazione di una short list delle iniziative più idonee, che saranno valutate verificando anche la possibilità di utilizzare risorse statali, regionali o europee per risolvere le criticità di carattere infrastrutturale e logistico di quell'area.

Sono state presentate sinora, ad oggi, 14 soluzioni progettuali di riutilizzo del sito: riguardano diverse tipologie di attività.

Voglio ribadire, ancora una volta, che il Governo è determinato a garantire la vocazione industriale dell'area privilegiando i settori dell'automotive. Altre iniziative nel settore terziario, multimediale, turistico, agroindustriale e logistico potranno concorrere a supportare i processi di sviluppo dell'area, integrando e non sostituendo l'utilizzo produttivo del sito.

Tra i potenziali investitori vi sono anche imprese straniere e spero che ulteriori manifestazioni di interesse possano scaturire dai contatti avviati anche nel corso delle mie recenti missioni all'estero.

Ribadisco quindi, ancora una volta, che la situazione è in continua e rapida evoluzione; il Governo è fermamente impegnato ad esaminare a fondo ogni possibile soluzione che consenta di salvaguardare i livelli occupazionali, la professionalità dei lavoratori e la capacità produttiva dell'intero territorio.

Il caso Termini Imerese sarà anche un test molto importante per misurare concretamente l'attrattività dei nostri territori, soprattutto nel Mezzogiorno, e adeguare le nostre normative e procedure all'esigenza di assicurare agli investitori nazionali e stranieri le migliori condizioni di accoglienza. Questa è l'unica vera garanzia per poter assicurare lo sviluppo e l'occupazione nel nostro Paese, e soprattutto al Sud, all'interno di un mercato che diventa ogni giorno più globale, con l'affermarsi sulla scena di nuove potenze economiche come la Cina, l'India e il Brasile. Si tratta di Paesi che sono sì fonte di nuova competizione, ma che costituiscono anche immensi mercati di sbocco per i nostri prodotti e che possono quindi offrire preziose opportunità di investimento nel nostro Paese, che è un ponte naturale di collegamento tra l'Oriente, il Mediterraneo e l'Europa. Sta a noi cogliere queste opportunità, proprio a partire da Termini Imerese.

Mi riservo, colleghi senatori, in un clima, mi auguro, più sereno, di tenere il Parlamento sempre aggiornato sugli sviluppi di questa vicenda, che deve interessare tutti e che continuerò a seguire, in stretto contatto con la Regione Sicilia e con le organizzazioni sindacali. Vi ringrazio per la vostra attenzione, ben consapevole che su temi così delicati, dove si gioca l'occupazione di tanti lavoratori, è anche comprensibile qualche intemperanza.


 

 


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