Laura Bianconi Vicepresidente dei Senatori del Gruppo PDL
Newsletter n. 96 del 28 febbraio 2012

In Commissione
Affari Costituzionali
Attività dell’Osservatorio internazionale in materia di flussi migratori
Limite del trattamento economico dei pubblici dipendenti
Composizione assemblea della Regione Sardegna
Composizione assemblea della Regione Sicilia
Composizione assemblea della Regione Friuli-Venezia Giulia
Meccanismo unionale di protezione civile
Giustizia
Magistratura onoraria
Lavoro dei detenuti a favore di Onlus
Legittimo impedimento
Ripartizione del Fondo unico della giustizia
Difesa
Stato di attuazione della normativa sul contrasto della pirateria
Audizione del Ministro della difesa sulle linee di indirizzo per la revisione dello strumento militare
Bilancio
Disposizioni concernenti la ripartizione della quota dell'otto per mille dell'imposta sul reddito delle persone fisiche devoluta alla diretta gestione statale
Liberalizzazioni
Istruzione pubblica
Città d’arte
Siti Unesco
Diritto allo studio
Lavori pubblici, comunicazioni
Nomina Presidente ACI
Circolazione stradale nelle aree aeroportuali
Agricoltura
Sostegno agli imprenditori agricoli e manutenzione del territorio rurale
Lavoro, previdenza sociale
Partecipazione dei lavoratori nell’impresa
Igiene e sanità
Indagine conoscitiva percorsi nascita
Informazioni sui medicinali e farmacovigilanza
Fondo sostegno disabili
Sperimentazione clinica e riforma degli ordini delle professioni sanitarie

In Aula
Ratifica dell'adesione della Croazia all'Unione Europea
Proposta della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari di non concedere l'autorizzazione a procedere per reati ministeriali nei confronti dell'ex Ministro Calderoli
Decreto liberalizzazioni

TENERE ALTA LA GUARDIA SULLE MALATTIE RARE
Il ddl sulle malattie rare e' pronto, fermo in commissione Igiene e Sanità del Senato, perché mancano i fondi. Le famiglie e i malati, però, possono intanto contare sull'ordine del giorno bipartisan votato a Palazzo Madama a gennaio. A fare il punto con l'ASCA sulla normativa dedicata alle malattie rare, alla vigilia della giornata mondiale, è Laura Bianconi, vicepresidente del gruppo del Pdl al Senato e relatrice, in Commissione Igiene e Sanità, del disegno di legge sulle malattie rare. L'odg, ha spiegato, ''era incentrato sulle cose che si possono fare subito in attesa del ddl complessivo'' e, sostituendo tutte le mozioni precedentemente presentate sulle malattie rare, impegnava il governo su 9 punti. Tre i pilastri principali: ''alcune cose sono state messe dal governo in cantiere, altre attendono alcuni regolamenti che comunque sono sempre in capo al governo. C'è stata grande sensibilità da parte del ministro Balduzzi per far in modo di arrivare in tempi brevi a dare soluzioni ai malati di malattie rare''. In questo senso, nell'ordine del giorno chiedevamo di ''agire subito sui tempi di inserimento dei nuovi farmaci nei prontuari regionali. Spesso, infatti, ci sono nuovi farmaci per le patologie e alcuni prontuari regionali sono più solerti, li inseriscono immediatamente e i medicinali diventano fruibili per i pazienti. Altre regioni invece rallentano e di conseguenza il paziente è costretto a fare il pellegrinaggio in giro da una regione all'altra in cerca di questo o quel farmaco. Su questo punto il ministro si è assolutamente concentrato dichiarando la sua volontà di andare alla Conferenza Stato-Regioni per creare un collegamento più omogeneo''. L'altra questione, ha proseguito Bianconi, ''era l'aggiornamento delle 109 patologie rare nei Lea, fermi ancora al decreto del 2008. Queste patologie hanno l'assoluta necessità di rientrare nei Lea perché altrimenti non vi è nessuna possibilità per i pazienti di giungere a una copertura di tipo sanitario''. Infine, ''la questione delle ditte farmaceutiche. Nella manovra approvata a luglio del 2011 avevamo inserito una norma secondo cui le ditte farmaceutiche dovevano far risparmiare per i farmaci ospedalieri il 35%, non avendo specificato che sono esonerati da questo i farmaci orfani, non ci siamo accorti che creavamo un danno enorme alle ditte di nicchia che, in forma molto etica, investono e fanno ricerca sui farmaci orfani. Penalizzare loro per questo risparmio significava far chiudere le ditte e lasciare alcuni pazienti senza cura''. Adesso, ''dato che il provvedimento di luglio richiamava un regolamento che il ministero deve fare entro giugno, abbiamo chiesto che l'Aifa, le ditte produttrici e il ministero compiano una ricognizione e modifichino il provvedimento''. Dai tre capisaldi dell'ordine del giorno al disegno di legge: ''Ci sono due milioni di pazienti che aspettano questa legge''. Anche perché alcune famiglie, spesso sole, rischiano di finire sul lastrico per le cure: ''Ci sono cifre diversissime, alcuni pazienti hanno bisogno solo di riabilitazione, altri solo di cibi particolari, poi ci sono invece alcuni che hanno bisogno di tutto, tra cui farmacologia di altissimo livello''. Per questo ''alcune famiglie vanno incontro a gravi difficoltà finanziarie. I numeri sono talmente piccoli che i nostri due milioni di pazienti finiscono per essere una 'nicchia'. Per questo c'è bisogno della legge: per non lasciare ancora orfani quelli che sono orfani''. E in merito alla legge quadro, Bianconi spiega che ''il lavoro in commissione Sanità del Senato e' stato completato. C'erano diversi disegni di legge, io ho preso come testo base il testo Tommasini inserendo il meglio dei altri ddl degli altri senatori, le indicazioni dei pazienti che hanno malattie rare, tutto quello che proveniva dal ministero, dall'Iss e dall'Aifa. Il problema, come sempre, è lo scoglio finanziario perché è una legge costosa. Il ministro Fazio era riuscito a trovare la prima tranche dei finanziamenti, ma in questo momento di ristrettezze finanziarie è ancora più difficile. Il problema è la commissione Bilancio, appena avremo l'ok dalla Bilancio andremo in Aula''. Sul fronte dei contenuti, il testo del ddl è composto da dieci articoli. ''Si parte dalla diagnosi precoce per arrivare all'incentivazione della ricerca e alla fabbricazione di farmaci orfani, alla distribuzione omogenea in tutto il territorio, alla presa in carico del paziente nella sua interezza (dalla riabilitazione alla cura), perché le cure a volte salvano la vita ma non guariscono, e poi la rete dei centri di riferimento''. La rete, ha concluso, ''è fondamentale perché a fronte della piccolezza di questi numeri, si deve far dire sempre al paziente che è quello il centro migliore per curare la sua patologia. Un altro problema è il fatto che il medico di medicina generale e il pediatra non sempre sono venuti a conoscenza di quella specifica patologia. In questo senso, serve un centro nazionale di riferimento. Così, quando un medico di famiglia o un pediatra si trovano di fronte a sintomi particolari, possono avere un punto di riferimento tale che li conduca a dirigere il proprio paziente nel centro specializzato''.

SPIAGGE: DALL’EUROPA SEGNALI POSITIVI
Con la chiusura del procedimento di infrazione, annunciata ieri dal Commissario Barnier sembra destinato a concludersi positivamente il braccio di ferro che vede contrapposte Europa e Italia. Il nodo del contendere è la famosa, o famigerata a seconda dei punti di vista, direttiva Bolkestein che stabilisce, a partire dal 2016, nuove regole per il mercato dei servizi interni. Per l’Italia il problema maggiore al recepimento della direttiva europea riguarda le concessioni demaniali agli stabilimenti balneari. Finora si è proceduto con il rinnovo automatico facendo valere il diritto di sussistenza. “Il contenzioso – sottolinea la senatrice Laura Bianconi - nasce soprattutto dal fatto che in Italia i servizi di spiaggia sono molto diversi da quelli esistenti negli altri paesi dove, anche per le diverse condizioni climatiche, non esiste una cultura di spiagge attrezzate come da noi dove il turista può trovare una moltitudine di confort e servizi che comprendono la ristorazione, il relax, lo spazio dedicato a bambini e diversamente abili. I 30 mila operatori balneari italiani costituiscono un pilastro importante del nostro sistema turistico – continua Bianconi – che, pur nel rispetto delle norme europee, deve essere salvaguardato. La decisione del Commissario europeo al mercato interno, di chiudere la procedura di infrazione nei confronti dell’Italia, garantisce al governo la tranquillità necessaria per arrivare ad una soluzione equa che salvaguardi gli investimenti degli operatori del settore balneare e nel contempo faciliti la circolazione di servizi all’interno dell’Unione europea".

LA SENATRICE BIANCONI HA INCONTRATO L’ORDINE DEGLI AVVOCATI DI FORLI’-CESENA
Sabato 25 febbraio la senatrice Laura Bianconi, assieme agli altri parlamentari romagnoli ha incontrato il rappresentanti dell’Ordine degli Avvocati di Forlì-Cesena. Nel corso dell’incontro sono stati affrontati alcuni punti del decreto liberalizzazioni che riguardano la professione forense come il problema dei tirocini e il futuro degli ordini professionali. La senatrice Bianconi ha assicurato il proprio interessamento con l’impegno di riferire al relatore del provvedimento le istanze degli avvocati forlivesi.

PDL SENATO ORGANIZZA CONVEGNO SU DEBITO PUBBLICO
Venerdì 2 marzo alle ore 9,30, presso la sala degli Atti Parlamentari in Piazza della Minerva, il gruppo parlamentare Pdl in Senato organizza un convegno di studi dal titolo: “L’ITALIA IN DEBITO CON IL FUTURO – dalle politiche dello spread a quelle per le nuove generazioni”. Saranno presenti i senatori Maurizio Gasparri, Gaetano Quagliariello, Mauro Cutrufo.


Ha senso in periodo di crisi economica destinare risorse alle spese militari? Ha ancora senso mantenere un esercito, quando neppure la più grande potenza del pianeta è riuscita a difendersi dagli attentati terroristici? Non sono solo domande retoriche, anche perché proprio in queste settimane circolano sul web molte petizioni contro l’acquisto dei nuovi cacciabombardieri F35 da parte del governo italiano e molte sono le discussioni svolte all’interno dei consigli comunali su questo tema. Anche Spazio libero intende contribuire al dibattito con l’intervento di Daniele Bianconi, consigliere Pdl nel comune di Cesena.

CRISI ECONOMICA E SPESE MILITARI
Venerdì 10 Febbraio ad Helsinki, il presidente della Repubblica ha detto: “Siamo stati concentrati sulla difesa dell’euro mentre abbiamo bisogno di Europa in tutti i campi, anche in quello della politica estera e di sicurezza comune”.
Questo bisogno di Europa richiede iniziative e azioni concrete per crearne le condizioni ed è necessario adottare un complesso di misure rilevanti ed incisive anche nel settore della Difesa.
Il quadro geo-strategico attuale si caratterizza per una elevata fluidità di molti fattori chiave; una fluidità che si traduce, in sostanza, in una elevata instabilità.
Il primo di questi fattori è rappresentato dal mutare degli equilibri politici ed economici globali, con l’ormai ben nota ascesa sulla scena globale di “nuove potenze”.
Il secondo fattore, che concorre all’instabilità globale, è rappresentato dall’emergere di nuovi rischi per la sicurezza degli Stati e del sistema internazionale nella sua globalità, tra i quali il terrorismo internazionale, la crescente minaccia della proliferazione delle armi di distruzione di massa e dei loro vettori balistici, la libertà d’accesso alle risorse ed il loro libero commercio e la crescente rilevanza della sicurezza cibernetica.
Il terzo elemento che concorre all’instabilità è rappresentato dalla velocità del cambiamento, che talvolta fa assumere ai fenomeni caratteristiche più simili a una rivoluzione che a una trasformazione.
La regione euro-atlantica è oggi relativamente stabile, ma è circondata da una serie di instabilità presenti nell’area del Mediterraneo e nell’area Medio-orientale che in modo diretto e/o indiretto potranno vederci coinvolti, basti pensare che le “primavere arabe” sono iniziate a 45 minuti di volo da Roma ed hanno provocato un rilevante movimento migratorio verso il nostro Paese, richiamando alla memoria gli eventi della crisi albanese del 1991 e quella successiva del 1997.
Questa grande instabilità globale e regionale si sta sviluppando in un periodo di austerità per tutti i paesi occidentali, impegnati in processi di modifica strutturale delle proprie organizzazioni di sicurezza e difesa e dei propri strumenti militari.
L’Europa, partner strategico degli Stati Uniti nel quadro dell’Alleanza Transatlantica, dovrà per forza di cose fare di più, in particolare nell’area euro-mediterranea e medio-orientale. Diviene pertanto ineludibile il rafforzamento delle capacità militari europee e una maggior condivisione delle responsabilità e degli oneri.
Le missioni internazionali recentemente compiute sotto l’egida di ONU, UE e NATO sono il contributo sostanziale del nostro Paese alla stabilità internazionale, un contributo essenziale alla politica estera ed al ruolo internazionale del nostro Paese, come autorevolmente dichiarato dal Presidente della Repubblica, dal Capo del Governo e dal Ministro degli Esteri.
Esse rappresentano anche uno dei modi con cui si contribuisce ad assicurare la sicurezza e la difesa dell’Italia e degli italiani. Perché oggi questa difesa la si garantisce non solo e non tanto alle frontiere, bensì fuori di esse, a distanza, là dove i rischi e le minacce si manifestano e si alimentano. Da questo quadro generale discendono la pluralità di impegni che il Ministero della Difesa ha assunto, impegni che L’Italia è chiamata a continuare ad onorare.
E’ quindi necessario un sistema militare nazionale che sia pienamente interoperabile ed integrabile con quello degli alleati, quindi tecnologicamente avanzato, che sia proiettabile là dove necessario e che sia sostenibile.
Le risorse di bilancio destinate alla Funzione Difesa sono passate dall’1,01% del PIL del 2004 allo 0,84% del PIL del 2012 con una riduzione in termini reali di oltre il 30%.
I dati più recenti (12 gennaio 2012) elaborati dalla European Defence Agency (EDA), relativi alle spese per la difesa di tutti i paesi Europei riferiti al bilancio 2010, ci dicono che la media europea dei bilanci per la difesa, come percentuale del PIL, è di 1,61%. Il dato italiano della Funzione Difesa nel 2010 era 0,9% (percentuale tra le più basse in assoluto). La media europea della spesa di investimento per singolo militare è di 26.458 Euro; per l’Italia, invece, è di 16.424 Euro.
Poiché nell’attuale contesto di austerità non si è in condizioni di ricapitalizzare lo strumento militare, al livello degli altri Paesi europei, l’unica soluzione per salvaguardare l’efficienza e le capacità operative è ridimensionare tale strumento in coerenza con il capitale disponibile, cioè ridurre le sue dimensioni, orientando lo strumento verso una condizione di sostenibilità e di efficacia operativa.
Ricordiamo che per l’Italia l’abbandono della leva obbligatoria, con il passaggio a forze armate composte da professionisti, e la partecipazione attiva a missioni internazionali ha comportato un incremento dei costi che è stato affrontato anche con un bilancio per la difesa in continuo decremento, e questo in ottemperanza alla necessità di rispettare il rapporto tra deficit dei conti pubblici e PIL.
Così come l’Europa si è data dei benchmarks finanziari per introdurre la moneta europea, anche nel settore dei bilanci della difesa vi sono dei benchmarks largamente condivisi, sia nel contesto europeo che atlantico: un riferimento tendenziale al 2% del PIL; un equilibrio nel bilancio della difesa tra spese per il personale, spese per l’operatività e spese per l’investimento dell’ordine del 50/25/25%.
La confermata ipertrofia dimensionale ed ipotrofia funzionale del nostro strumento militare porta indiscutibilmente all’esigenza della ristrutturazione delle Forze Armate per ricondurre lo strumento ad un dimensionamento più corretto e sostenibile con le disponibilità programmatiche di riferimento. Una riduzione di 43.000 unità, pari a circa il 20% dell’attuale organico, è uno degli impegni che l’attuale Ministro della Difesa ha sottoscritto.
Sappiamo tutti peraltro, che il personale è una risorsa primaria per ogni istituzione, ed ancor di più per le Forze Armate e per la Difesa. I dati dimostrano quanto le forze armate italiane siano lontane da quel modello di strumento militare sostenuto dall’ex Segretario alla Difesa statunitense Donald Rumsfeld, e caratterizzato dall’impiego massiccio della tecnologia in sostituzione della forza lavoro militare. I conflitti in Iraq e Afghanistan hanno tuttavia clamorosamente smentito sul campo l’efficacia di una simile concezione della struttura e dei metodi operativi delle forze armate, facendo emergere prepotentemente la necessità di poter contare principalmente sul “fattore umano”, magari sostenuto da un giusto ed efficiente apparato tecnologico. Queste considerazioni non intendono sostenere che le forze armate italiane siano all’avanguardia nell’affrontare i conflitti incentrati sull’occupazione di un paese e sulle operazioni antiguerriglia, ma che la preparazione culturale, professionale e umana della nostra componente militare, oltre ad essere ampiamente apprezzata da tutte le popolazioni coinvolte nei noti e citati eventi, ha abbondantemente supplito alle eventuali carenze tecnologiche e strumentali.
In questo contesto si inserisce il dibattito in corso (mozioni e ordini del giorno presentati in numerose assemblee elettive, petizioni sul web) riguardo l’acquisto, da parte del nostro paese di cacciabombardieri F35, detti anche JSF (Joint Strike Fighter). Al riguardo il ministro Di Paola ha sostenuto con forza che la componente aerotattica è una elemento indispensabile di ogni strumento militare significativo e che uno strumento militare privo della componente aerotattica è uno strumento incompiuto, e quindi inefficace in qualunque contesto operativo.
Oggi la componente aerotattica dello strumento militare comprende velivoli quali AMX, TORNADO e AV-8B, ma questi velivoli nell’arco dei prossimi quindici anni usciranno progressivamente dalla linea operativa perché obsoleti. E’ un fatto di età anagrafica, perché anche gli aerei vanno in pensione ad una certa età e devono essere sostituiti e la sostituzione delle linee aeromobili non si fa in un anno e neanche in dieci, bensì in un arco di almeno un quindicennio.
Questo ammodernamento si è deciso di farlo attraverso un unico programma, il JSF, il miglior, (anzi il solo) velivolo aerotattico oggi in via di sviluppo e produzione iniziale, un aereo di avanzata tecnologia che è nei programmi di altri dieci paesi europei ed extra-atlantici e che consentirà anche una importante semplificazione operativa con ricadute economiche positive sulla logistica. Consideriamo inoltre che dei 15 miliardi di euro previsti dal programma ben 13,2 resteranno in Italia sotto forma di commesse a circa 30 industrie nazionali che sono all’avanguardia nel mondo anche per i settori ricerca ed investimenti tecnologici.
Un’altra delle obiezioni che si legge, a proposito dell’acquisto dei JFS, è che si tratta di un’arma da guerra in grado di trasportare testate nucleari; per chiarezza non si può sottacere che la più piccola e leggera testata nucleare costruita nella versione da zaino, nota come Mk-54, con potenziale di circa 6 Kiloton ha dimensioni di 28 per 41 cm e pesa 23 kg. E’ evidente che non serve certo un areo per trasportare questo tipo di ordigno e che anzi qualunque oggetto di uso quotidiano, da uno zainetto a un trolley, potrebbe essere utilizzato a questo scopo.
Un altro punto che spesso viene citato è l’articolo della Carta costituzionale che recita “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. A questo proposito occorre chiedersi: cosa se non il contesto di un indirizzo comune contenuto in risoluzioni delle Nazioni Unite, a seguito di puntuali e reiterate richieste di aiuto avanzate da governi legalmente riconosciuti, come nel recente caso dell’Afghanistan o dell’ancor più recente caso della Libia, testimonia la corretta e legittima azione del nostro strumento militare?
E questo è ampiamente riconosciuto anche dalla Chiesa che definisce tutti coloro che si sono messi al servizio della comunità scegliendo di attendere stabilmente alla professione militare “SERVITORI DELLA SICUREZZA E DELLA LIBERTA’ DEI POPOLI, CHE SE RETTAMENTE COMPIONO IL PROPRIO DOVERE CONCORRONO VERAMENTE ALLA STABILITA’ DELLA PACE” (Gaudium et spes n.79):
La Chiesa li chiama SERVITORI, non CASTA!
La Chiesa, che sa bene che “la guerra non può essere un mezzo adeguato per risolvere completamente i problemi esistenti tra le nazioni” (Giovanni Paolo II – 17 Gennaio 1991), riconosce che lo Stato ha il dovere di difendere i cittadini da aggressioni anche con partecipazioni a missioni internazionali volte alla costruzione di una autentica “Comunità di Nazioni”, ma detta ed impone condizioni rigidissime per giustificare il ricorso all’uso delle armi. In proposito si legga il “Catechismo della Chiesa cattolica”, n. 2309 e n. 2310 e la citata “Gaudium et Spes” n.78 e n.79.
Come detto all’inizio il presidente Napolitano ad Helsinky ha riconosciuto che abbiamo bisogno di Europa anche nel settore della politica estera e della sicurezza comune: di fronte a questa affermazione è più che mai evidente ogni decisione riguardo a nuove politiche per la sicurezza non possa essere limitata al solo alveo nazionale ma debba anzi trovare la propria chiave di lettura se non in un contesto internazionale almeno in un contesto europeo.
Si può anche nascondere la testa sotto la calda ed accogliente coperta dei nostri piccoli confini territoriali, assorbiti completamente nei soli nostri problemi economico-sociali, annullando la possibilità per i nostri strumenti di difesa di cooperare, con capacità operative di standardizzate e comune elevato livello qualitativo e tecnologico, alla costruzione di un progetto europeo ed internazionale; ma questo non porterà certo “all’aumento della Sicurezza, della Pace, della civile e libera convivenza tra i popoli, alla prevenzione dei conflitti interetnici, alla protezione di intere popolazioni in momenti di grave tensione e violenza, al mantenimento di tregue e momentanee situazioni di pace tra popolazioni contrapposte” (Documento del Primo Sinodo della Chiesa Ordinariato Militare in Italia). Tutte queste azioni corrispondono nella pratica all’attività di PEACE – KEEPING e di PEACE – ENFORCEMENT svolta dai nostri soldati nei più svariati teatri in questi ultimi anni.
(Daniele Bianconi – Consigliere Pdl Comune di Cesena)

 

 

 

A cura della segreteria della Senatrice Laura Bianconi
Via Uberti,14 – 47023 Cesena (FC)
tel. 0547/613927 – fax 0547/613935
www.laurabianconi.itsenatrice@laurabianconi.it

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