Laura Bianconi Vicepresidente dei Senatori del Gruppo PDL
Newsletter n. 116 del 6 luglio 2012



SPENDING REVIEW, ALCUNE CONSIDERAZIONI SUI TAGLI ALLA SANITA’
Occupa la prima pagina (e non solo) di tutti i quotidiani, è stata la notizia di apertura di tutte le prime edizioni dei telegiornali, ma è sempre utile un breve memorandum del decreto sulla Spending review approvato in tarda notte, dopo un Consiglio dei Ministri fiume. Secondo le stime del governo i tagli produrranno risparmi per 26 miliardi da qui al 2014, e precisamente 4,5 miliardi nel 2012, 10,5 miliardi nel 2013 e di 11 miliardi nel il 2014. Si chiama revisione della spesa, ma è ovvio che implica tagli, resta da vedere se siano tagli lineari, come hanno dichiarato già due ore prima dell’inizio del Consiglio dei ministri i governatori delle Regioni, per una volta tutti compatti contro il decreto, o se siano tagli strutturali, come ha rivendicato Monti al termine della riunione. Intanto, qualche puntualizzazione sulla sanità si può fare, precisando in primis che non è corretto dire che nel decreto si è abbandonata la strada dei tagli dei piccoli ospedali, che tanto aveva fatto discutere negli ultimi giorni. “Con la riforma del Titolo V della Costituzione la sanità è diventata una competenza regionale – commenta la senatrice Laura Bianconi – per cui il governo non avrebbe potuto prendere alcuna decisione in tal senso. L’obiettivo è quello di portare il rapporto posti letto / abitanti dall’attuale 4,2 per mille al 3,7 per mille, cosi come stabilito da parametri comunemente accettati in tutta Europa, e questo in un’ottica non di tagli ma di un sempre più moderno ed efficiente servizio erogato ai cittadini. Autorevoli professionisti, tra i quali il professor Umberto Veronesi, hanno ripetutamente ammonito che la sanità del futuro dovrà svilupparsi secondo due assi: quello della diagnostica e quello degli elevati livelli delle cure fornite, e questo può avvenire solo in strutture ad alta tecnologia e specializzazione. Più preoccupante – continua Bianconi - è invece l’aumento dei contributi a carico delle aziende farmaceutiche, perché rischia di mettere in seria difficoltà le imprese che lavorano e creano occupazione in Italia. Occorre ricordare che in questo settore la ricerca scientifica è quasi esclusivamente a carico delle aziende private. In particolare questo ulteriore contributo richiesto rischia di avere serie ripercussioni nel settore dei farmaci orfani, i farmaci cioè per le malattie rare, un settore piccolo nei numeri, dove operano imprese di piccole e medie dimensioni, ma significativo per le persone che si trovano a combattere con una malattia difficile da diagnosticare e da curare”.  Altro settore su cui si è concentrata l’attenzione della senatrice Bianconi è quello dei beni e servizi, per i quali il decreto pone l’obiettivo di ridurre la spesa di 1,7 miliardi. “Anche qui bisogna essere molto attenti – osserva Laura Bianconi – il riferimento non deve essere il costo più basso tout court, ma il costo standard e su questo un valido riferimento può essere il lavoro fatto in Senato dalla Commissione Sanità. L’appiattimento sul costo più basso rischia infatti di limitare la scelta ad un unico tipo di bene, mentre gli operatori sanitari devono essere in grado di poter personalizzare la cura al malato, soprattutto per quello che riguarda le protesi e le stomie; ogni persona è diversa e ha diritto a essere curata secondo il principio di appropriatezza”.


Per la prima volta il costo del denaro in Europa è sceso sotto l’1%, una decisione presa da Mario Draghi per aiutare l’’economia della zona euro che “resta debole” e con “una elevata incertezza”, segno che non si tratta di fare la classifica dei primi della classe e dei rimandati. Anche chi, come la Germania, si fregio dell’appellativo di locomotiva d’Europa non può dormire sonni tranquilli se è vero che proprio oggi Christine Lagarde, direttore generale del Fondo monetario internazionale, anticipando le prossime stime dell’istituto ha parlato di una condizione economica sempre più preoccupante e che investe anche i principali paesi emergenti come Brasile, Cina e India. Ma entrambi, Draghi e Lagarde, hanno avuto parole di plauso per quanto avvenuto al vertice tenutosi a Bruxelles una settimana fa, il primo che non iniziava con la dichiarazione finale scritta ancora prima di cominciare. Al riguardo, Il presidente del Consiglio ha svolto in Parlamento la dettagliata relazione che proponiamo ai nostri lettori.

INFORMATIVA DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI SUL VERTICE EUROPEO DI BRUXELLES DEL 28 E 29 GIUNO 2012
Signor Presidente, onorevoli senatori, vorrei anzitutto unirmi ai sentimenti di cordoglio già espressi dal Presidente del Senato per la scomparsa del senatore a vita Sergio Pininfarina. Ho avuto modo di conoscere personalmente l'ingegner Pininfarina e di apprezzarne le doti di imprenditore, di organizzatore, di animatore di progetti, fornito di un talento innato per coniugare concretezza e bellezza, qualità profonde dello spirito italiano.
Prendo la parola oggi per onorare l'impegno che ho assunto alla Camera dei deputati lo scorso 26 giugno di riferire al più presto al Parlamento sugli esiti del Consiglio europeo tenutosi giovedì e venerdì scorsi a Bruxelles; un Consiglio europeo che le mozioni presentate dal Parlamento avevano giustamente definito un appuntamento cruciale per il futuro del progetto europeo, chiedendo decisioni che potessero segnalare una decisa inversione di rotta rispetto ad un passato di risposte politiche tardive ed insufficienti.
È quindi con rispetto delle determinazioni del Parlamento e con il senso dell'importanza delle decisioni prese dal Consiglio europeo che ho chiesto ai Presidenti delle due Camere di poter illustrare, oggi al Senato e giovedì alla Camera, l'esito del Vertice.
Conoscete già gli aspetti più significativi delle conclusioni del Consiglio europeo. Non mi soffermerò quindi sui dettagli tecnici, ma piuttosto su quello che è il giudizio politico che possiamo dare su questo Vertice e sulle indicazioni che ne vengono per il futuro.
Intervenendo alla Camera subito prima del Consiglio europeo, avevo notato che esso non si sarebbe svolto secondo un copione già scritto, approvando documenti preconfezionati, poiché si apriva in un contesto segnato da forte indeterminatezza su quello che sarebbe stato il punto di equilibrio finale. Guardando oggi ai risultati del Vertice, possiamo dire che esso ha costituito un passo in avanti per un'Europa come noi italiani la vogliamo: più orientata alla crescita, più stabile e solidale, dotata di una governance più coerente e più democratica.
Vorrei partire dal primo elemento. Se torniamo con il pensiero al mese di gennaio scorso, alla firma del fiscal compact, la parola crescita era relegata in un solo accenno nella parte quarta di un trattato per larga parte dedicato a delineare il quadro di regole per la disciplina delle finanze pubbliche. Sin da allora il Governo si è adoperato, con impulso costante del Parlamento, affinché nell'agenda comunitaria fosse attribuita un'attenzione alle politiche per la crescita almeno pari a quella attribuita alla politica di bilancio.
Abbiamo chiesto che ciò avvenisse attraverso specifiche azioni a livello comunitario, non solo attraverso riforme strutturali a livello nazionale, che pur sono indispensabili.
Lo abbiamo fatto per un convincimento economico e politico. Dal punto di vista economico, riteniamo infatti che un adeguato tasso di crescita sia necessario anche per impostare un processo di consolidamento del bilancio credibile e sostenibile nel tempo.
Porre la crescita come obiettivo dell'azione dell'Unione europea ha anche un valore dal punto di vista politico, che in nessun luogo meglio che in un Parlamento può essere apprezzato. L'Europa non può rappresentare solo un'autorità dotata di poteri di integrazione negativa: un corsetto di regole, meccanismi di allerta, procedure di monitoraggio e sanzioni. L'Europa deve anche essere un vettore, un motore di integrazione positiva che stimola gli Stati membri, apre speranze, propone soluzioni comuni. Da questo punto di vista, possiamo dirci soddisfatti dei risultati di questo Consiglio europeo: è stato raggiunto l'accordo su un patto per la crescita e l'occupazione che completa il fiscal compact e contiene una serie di iniziative che daranno un sostanziale stimolo all'attività economica e alla creazione di posti di lavoro in Europa.
Qualche trimestre fa, la parola crescita aveva difficoltà a trovare cittadinanza nei documenti dell'Unione europea; questo patto mobiliterà 120 miliardi di euro, pari all'1 per cento del prodotto interno lordo europeo, al servizio degli investimenti, delle imprese e dell'occupazione, in particolare dei giovani e delle donne. Siamo particolarmente soddisfatti, anche perché ritroviamo nel patto molti elementi di cui l'Italia si è fatta promotrice nei mesi scorsi.
Vorrei cogliere l'occasione per ringraziare vivamente il ministro per gli affari europei Enzo Moavero Milanesi per l'impegno e le energie che ha speso nel tessere la tela diplomatica di preparazione del Consiglio europeo. (Applausi dai Gruppi PD, PdL, CN:GS-SI-PID-IB-FI, UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI, Per il Terzo Polo:ApI-FLI edai banchi del Governo).
Analogo ringraziamento voglio rivolgere per tutta la preparazione stimolata e condotta nella filiera più economico finanziaria dell'ECOFIN e dell'Eurogruppo al vice ministro per l'economia e le finanze Vittorio Grilli. (Applausi dai Gruppi PD, PdL, CN:GS-SI-PID-IB-FI, UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI, Per il Terzo Polo:ApI-FLI edai banchi del Governo).
Più in generale, se mi permettete, vorrei infine ringraziare tutta la squadra del Governo, compresa la rappresentanza permanente presso l'Unione europea, che ha fatto un lavoro splendido sotto gli occhi vigili, di stimolo e impulso di questo Parlamento. (Applausi dai Gruppi PdL e PD).
In primo luogo, il mercato interno è riconosciuto come motore essenziale della crescita, con particolare riferimento ai servizi, all'economia digitale, all'industria a rete e ad una governance più efficace. Si tratta, come ricorderete, di temi che l'Italia aveva sostenuto nella lettera firmata con altri 11 Stati membri, e che ora trovano una consacrazione nelle conclusioni del Consiglio europeo.
Altri temi importanti riguardano il finanziamento della crescita, con la ricapitalizzazione della Banca europea per gli investimenti, la riprogrammazione dei fondi strutturali, l'avvio della fase pilota dei project bond, l'apertura ad una tassa sulle transazioni finanziarie, eventualmente anche attraverso una cooperazione rafforzata.
Vorrei inoltre segnalare, perché è un tema che, pur nella sua tecnicità, ha fatto appassionare anche molti membri del Parlamento, l'importanza del riconoscimento del ruolo degli investimenti pubblici per la crescita. Nella delibera del Consiglio europeo, la Commissione ha invitato a monitorare gli effetti delle regole di disciplina dei bilanci sulla spesa per gli investimenti e ad individuare margini per incentivare gli Stati membri ad indirizzare la spesa verso investimenti pubblici produttivi e portatori di crescita futura.
Di fatto, si apre la strada ad una considerazione differenziata tra la spesa in conto corrente e la spesa in conto capitale nella valutazione del percorso degli Stati membri verso i loro obiettivi a medio termine dentro il Patto di stabilità e di crescita. Quindi, l'espressione «e di crescita» non è più solo quel suffisso che nel 1997, al momento della preparazione del Patto di stabilità, fu introdotto quasi come elemento un po' estraneo dell'architettura, ma diventa parte molto più centrale. La logica, se non la formulazione precisa, è un po' quella della golden rule per la quale molti in Italia si sono sempre battuti.
Sempre in materia di crescita, il Consiglio europeo ha infine segnato la chiusura della seconda edizione del semestre europeo. Quella sperimentale c'era stata l'anno scorso; quest'anno, in forma molto più piena ed incisiva, si è avuto un semestre europeo di coordinamento delle politiche economiche con l'approvazione delle raccomandazioni specifiche per Paese.
Il secondo elemento importante delle conclusioni del Consiglio riguarda l'impegno a completare e rendere più stabile l'architettura dell'Unione economica e monetaria. Il Consiglio ha preso atto della relazione presentata dal presidente Van Rompuy, in cooperazione con il presidente Barroso, con il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi e con il presidente dell'Eurogruppo Jean-Claude Juncker.
Il rapporto, che è molto stringato, ben strutturato e bilanciato, indica una serie di interventi necessari per correggere difetti di architettura dell'Unione economica e monetaria sotto l'aspetto dell'integrazione finanziaria, economica, fiscale e della governance democratica. Questo è un punto sul quale abbiamo particolarmente insistito; è un punto molto di spirito parlamentare, se permettete; è un punto essenziale anche in un documento che riguarda tematiche che possono sembrare aride come l'integrazione bancaria o fiscale.
È in questo quadro che sono affrontate le questioni che, anche in questo caso, fino a qualche mese fa sembravano un tabù, come gli eurobond, perché si parla - cosa che non ha fatto piacere proprio a tutti gli Stati membri, ma c'è nel documento - di un percorso verso emissioni in comune di titoli del debito pubblico.
Il Consiglio europeo ha invitato il presidente Van Rompuy a continuare questo lavoro di medio termine, in associazione con gli Stati membri e in consultazione con il Parlamento europeo, presentando un rapporto intermedio nel mese di ottobre e un rapporto finale con tempi e proposte concrete entro l'anno.
Il terzo aspetto significativo delle decisioni adottate venerdì scorso (in questo caso particolare, alle quattro e mezzo del mattino di venerdì scorso) riguarda le misure per la stabilizzazione nel breve periodo dei mercati finanziari. L'obiettivo di fondo è stato rompere il circolo vizioso tra debito sovrano e rischio bancario. Questo è un tema posto con particolare forza dall'Italia in tutte le riunioni preparatorie.
Avrete letto del fatto che l'Italia, nella persona di chi vi parla, ha posto giovedì sera una riserva di attesa in seno al Consiglio europeo. Da una parte degli osservatori internazionali ciò è stato preso in modo critico. A questa presa di posizione si è associato il primo ministro spagnolo Rajoy. Il presidente Hollande, senza porre a sua volta una riserva di attesa, è intervenuto per dire che riteneva ben comprensibile che l'Italia e la Spagna ponessero questa riserva.
Cosa è una riserva d'attesa? Semplicemente ho detto che, pur essendo molto positivo il giudizio del Governo italiano sul contenuto del Patto per la crescita (growth compact), non mi sarei sentito di dare l'adesione formale, in un consesso che esige il consenso unanime, a quel documento se non vi fosse stata anche una decisione su misure di stabilizzazione dei mercati finanziari a breve termine.
Era un passaggio un po' ardito, perché, mentre il Patto per la crescita era stato ormai varato, nella sostanza, dall'Europa a 27 (perché non riguarda solo l'Eurozona), le misure di stabilizzazione dei mercati finanziari riguardavano solo l'Eurozona, quindi a 17, e il Vertice dell'Eurozona era previsto per il giorno dopo; però, siccome nella premessa stessa delle conclusioni che avevamo sul tavolo come bozza del Vertice a 27 si diceva: «Si lavora per il growth compact», per la crescita, e si sosteneva con grande evidenza e realistico candore che oggi l'ostacolo forse maggiore alla crescita dell'economia europea è la grande incertezza presente nei mercati della zona euro, quale sarebbe stato l'impatto di un documento finale del Consiglio europeo che si fosse indirizzato molto bene alle cose necessarie per la crescita, ma che niente avesse detto sull'altra cosa che alla terza riga veniva vista come principale ostacolo alla crescita?
Sulla base di questa considerazione, nella non felicità soprattutto dei Capi di Governo dei dieci Paesi non appartenenti alla zona euro, si è concluso che il documento sulla crescita poteva, sì, essere presentato il giovedì sera alla stampa dal presidente Van Rompuy, purché si chiarisse che non era ancora adottato perché due Stati membri avevano emesso quella riserva.
Siamo poi passati alla discussione serale, notturna e mattiniera sui problemi dell'Eurozona a 17. Abbiamo trovato un accordo unanime, con mediazioni tra le diverse posizioni. Sono quindi entrati in scena meccanismi per la stabilizzazione. A quel punto, abbiamo potuto togliere la riserva di attesa, e quindi si è materializzato anche il consenso a 27.
Devo dire che diversi Capi di Governo «non euro», che non avevano visto bene questo ritardo nel momento di gioia dell'annuncio del Patto per la crescita, hanno detto che in fondo si era persa mezza giornata in più di attesa, ma che era stato tempo ben speso, perché così il Consiglio europeo si concludeva con una decisione per la crescita, ma anche con una decisione per la stabilità. Questo fa piacere, in realtà, anche agli Stati non membri della zona euro. (Applausi dai Gruppi PD, PdL, UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI e Per il Terzo Polo:ApI-FLI).
(dal sito www.senato.it)
 

 

 

A cura della segreteria della Senatrice Laura Bianconi
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