Laura Bianconi Vicepresidente dei Senatori del Gruppo PDL
Newsletter n. 130 del 13 novembre 2012

In Commissione
Affari costituzionali
Legge elettorale
Trattamento fine servizio dipendenti pubblici
Ineleggibilità Presidenti di Provincia
Giustizia
Diffamazione a mezzo stampa
Fenomeni di infiltrazione della criminalità organizzata nel settore del gioco
Affido condiviso
Tribunale della famiglia
Magistratura onoraria
Esteri
Riforma della disciplina della cooperazione allo sviluppo
Ratifica accordi cooperazione Internazionale
Finanze e tesoro
Delega fiscale
Decreto legge crescita
Istruzione pubblica
Impianti sportivi
Corso di laurea restauratori
Lavori pubblici, comunicazioni
Indagine conoscitiva Ponte sullo Stretto di Messina
Decreto legge crescita
Nomina Autorità portuale di Salerno
Direttive Appalti Pubblici
Agricoltura
Decreto legge crescita
Organizzazione comune dei mercati dei prodotti agricoli
Valorizzazione dieta mediterranea
Attuazione legge etichettatura prodotti alimentari
Sanità
Precursori droghe
Decreto legge crescita
Indagine conoscitiva nascere sicuri (relazione finale)
Dichiarazioni anticipate di trattamento
Politiche dell’Unione Europea
Legge Comunitaria 2012
Vigilanza enti creditizi
Statuto e finanziamento partiti politici europei


In Aula

Diffamazione a mezzo stampa
Modifiche al Regolamento in materia di statuto e contributi ai Gruppi parlamentari
Professioni non regolamentate
Disposizioni in materia conciaria
Norme in materia di istituzione di un'Assemblea costituente per la revisione della II Parte della Costituzione
Ratifiche di accordi internazionali definite dalla Commissione Esteri

DUE O TRE COSE CHE CI INSEGNANO LE ELEZIONI USA
Dunque Barak Obama ha vinto le elezioni americane e si riconferma per altri quattro anni alla guida del Paese. “Che ci sentiamo poco o molto americani abbiamo tutti seguito con interesse lo spoglio dei voti. – commenta la senatrice Bianconi – Gli Stati Uniti d’America sono un grande Paese e una grande democrazia e pur con il diverso approccio che caratterizza il nostro modo di intendere la politica ci sono alcune cose che queste elezioni americane dovrebbero insegnarci. Nel discorso tenuto da Obama immediatamente dopo la vittoria, mi ha innanzi tutto colpito l’onore delle armi riconosciuto allo sconfitto Mitt Romney e in particolare la volontà di voler trovare assieme al suo avversario un’intesa per risolvere i grandi problemi che affliggono il Paese. Impossibile non pensare a quanto avviene da noi – continua Bianconi – dove la demonizzazione dell’avversario crea arroccamenti su posizioni contrapposte che non fanno certo il bene del Paese. Ma soprattutto sono rimasta colpita dal richiamo che ha fatto all’orgoglio di sentirsi parte di un’unica nazione e di un unico popolo. Questo è quello che mi auguro di sentire nella campagna elettorale che ci vedrà impegnati nella prossima primavera: un richiamo a quella che è la nostra grande storia, una storia che ha dato al mondo i più grandi rappresentanti della cultura, i più grandi rappresentanti delle arti e delle professioni. La crisi economica ha un effetto depressivo anche su quello che ci aspettiamo dal futuro, ma la nostra storia ci deve insegnare che se torneremo a sentirci un popolo, una famiglia che lotta per un obiettivo comune, supereremo anche questo difficile momento”.

TERREMOTO ER: URGENTE SBLOCCARE FONDI UE
A causa di un meccanismo tortuoso, che lega il bilancio di rettifica al bilancio di previsione 2014-2020, la Ue ha bloccato i fondi per calamità naturali destinate alle regioni colpite dal terremoto del maggio scorso. Al di là del braccio di ferro che vede contrapposti Consiglio da una parte, Parlamento e Commissione dall’altra, tutti a parole concordano nel dire che non sono in discussione gli aiuti alle zone terremotate (670 milioni di euro) e che il problema è che sono all’interno di un documento sul quale Regno Unito, Olanda, Finlandia, Svezia. Austria e Germania vogliono chiarimenti. “Veramente assurdo che non si sia tenuto della situazione in cui si trovano le migliaia di persone che pur avendo perso affetti, casa e lavoro si sono immediatamente messi all’opera per la ricostruzione. – dichiara la senatrice laura Bianconi – Mi auguro che si arrivi quanto prima ad una soluzione, l’Europa ha preso un impegno con queste persone e deve assolutamente mantenerlo.”.

DECRETO CRESCITA: GLI EMENDAMENTI SOTTOSCRITTI DA LAURA BIANCONI
Tra i numerosi emendamenti presentati al decreto crescita in discussione al senato ve ne sono alcuni sottoscritti anche dalla senatrice Laura Bianconi. Cinque riguardano l’inserimento di registri delle malattie ad andamento cronico-degenerativo quali il diabete con particolare attenzione alla rilevazione di dati relativi a incidenza e, prevalenza, anche in ragione del genere e dell’età. Altri emendamenti riguardano invece la problematica dei farmaci equivalenti rispetto ai farmaci con marchio. DI grande interesse anche l’emendamento che prevede che il Senato e la Camera dei Deputati possano trasmettere i propri lavori sulla piattaforma del digitale terrestre. Modifiche sono state pure presentate alle norme che riguardano i Patronati al fine di garantire migliori condizioni ai fruitori dei servizi. Infine un emendamento che riguarda l’istituzione di aziende faunistico-venatorie e uno che prolunga fino al 2045 le concessioni demaniali attualmente in vigore.

L’IMPORTANZA DELLA GENTILEZZA
Oggi 13 novembre si celebra la "Giornata mondiale della gentilezza". E’ importante, perché se non è con la gentilezza che si risolvono i problemi del mondo, è con la gentilezza che si possono aiutare le persone a sentire meno il peso dei loro problemi. Un gesto gentile, fatto o ricevuto, può cambiare in meglio la nostra giornata. Abituiamoci a non dare per scontati un sorriso e una parola cortese. Ci guadagneranno tutti.

14 NOVEMBRE, GIORNATA MONDIALE CONTRO IL DIABETE
“Contro il diabete occhi aperti!”. E’ questo lo slogan che quest’anno caratterizza la giornata mondiale contro il diabete che verrà celebrata domani. Si tratta di una patologia cronica che interessa milioni di persone e che importante diagnosticare sin dall’insorgere per poter mettere in atto quelle cure e quegli stili di vita che consentono di controllarla. E’ importante dunque che domani ognuno di noi presti attenzione a questa malattia ricordandosi di chiedere al proprio medico di eseguire gli accertamenti necessari.

INCONTRO CON NUOVO PREFETTO DI FORLI’-CESENA
Lunedì la senatrice laura Bianconi si è recata nella sede del Palazzo del governo per incontrare il nuovo Prefetto di Forlì-Cesena, la Dottoressa Erminia Rosa Cesari. Nel corso dell’incontro la senatrice Bianconi si è confrontata con il nuovo Prefetto su quelle che sono le principali problematiche della provincia.

SAVE THE DATE: LUNEDI' 19 NOVEMBRE INCONTRO CON IL GRUPPO CONSILIARE PDL FORLI’
“Forlì non può ridursi così!”, questo il titolo provocatorio, ma soprattutto realistico, dell’incontro organizzato, lunedì 19 novembre alle ore 20,30, dal gruppo consiliare Pdl presso il Salone Comunale del Comune di Forlì. Per i consiglieri comunali, coordinati dal capogruppo Alessandro Rondoni, sarà l’occasione per fare il bilancio di un anno di attività in Consiglio comunale e ascoltare le proposte dei cittadini. All’incontro sarà presente anche la senatrice Laura Bianconi.


A proposito di orgoglio nazionale e di quanto sia importante sentirsi popolo, la scorsa settimana il Senato ha approvato due provvedimenti entrambi connessi a quell’Amor di Patria di cui troppo spesso difettiamo. Inutile dire che in un Paese in cui la Nazionale di calcio stenta a cantare l’inno di Mameli il dibattito sia stato molto acceso, ma indubbiamente ricco di interventi molto significativi come quello della senatrice Soliani e del senatore Di Stefano che proponiamo ai nostri lettori.

Norme sull'acquisizione di conoscenze e competenze in materia di «Cittadinanza e Costituzione» e sull'insegnamento dell'inno di Mameli nelle scuole Istituzione della Giornata dell'Unità d'Italia

SOLIANI .
Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, colleghi senatori, due proposte di legge, un'unica domanda: cos'è la Patria oggi, che la si debba celebrare e che la si debba insegnare alle nuove generazioni? È una grande riflessione, quella che stiamo compiendo oggi in Senato; non so se sia la più bella, ma è certamente grande.
Non è un «cero votivo», collega Franco Paolo, è il senso del nostro essere e della nostra vita, che è lacrime, sangue - come si suol dire - e sogno, ieri come oggi. E unisce non divide, con il Paese i territori da cui ciascuno di noi diversamente proviene: l'Italia è i suoi territori, le sue città.
Nel 2011, il Presidente della Repubblica, con una scelta di grande significato morale, culturale e civile, seguita a quella di Ciampi, ha semplicemente posto l'Italia di fronte ai suoi centocinquant'anni anni di storia unitaria, dagli staterelli al Regno d'Italia, dalla dittatura fascista alla Repubblica, alla democrazia, all'Unione europea. Tutto questo noi siamo, perché lo siamo stati: forse non l'abbiamo scelto, ma la storia ci ha così determinato nella vita del mondo e non possiamo rinnegare nulla. Il presidente Napolitano lo ha fatto perché il Paese si riconoscesse nel processo unitario che lo ha costituito e ne ricordasse i fatti, le idee, i protagonisti, ne riscoprisse valori e identità. E perché - penso io - si guardasse allo specchio, oggi, ritrovando la direzione del proprio destino.
Un anno memorabile, questo del centocinquantenario, di cui il popolo, le città, le scuole sono stati partecipi oltre ogni previsione. Le scuole, a cui una scelta miope dei Governi di questi anni - lasciatemelo dire - ha imposto lo studio dell'Ottocento e del Novecento solo a partire dall'ultimo anno della scuola media, non prima: come se i ragazzi italiani fino ai 12 anni potessero essere privati della storia più recente (dalla Rivoluzione francese alla prima e alla seconda guerra mondiale), una storia che coincide con quella delle loro famiglie e delle loro comunità e che è la sola storia che può far nascere una visione del mondo in cui i ragazzi oggi vivono.
Che cos'è la Patria, dunque, che esiste solo se è unita? Il battesimo storico dell'Unità è avvenuto in quel 17 marzo 1861 intorno a cui oggi stiamo ragionando. E qual è il sogno - che vide la luce nell'autunno del 1847 - cantato da Mameli, che lo scrisse quand'era ancora studente ventenne, ma già patriota genovese, e che poi un altro genovese, Michele Novaro, musicò a Torino, nel fervore patriottico che precedette la guerra contro l'Austria, che occupava il Lombardo-Veneto? La Repubblica italiana - come ha ben ricordato il senatore Molinari - ufficializzò l'inno come Canto degli italiani quel 12 ottobre del 1946, quando ancora le macerie ingombravano le strade e le piazze: avevano molto da pensare, ma ci sarà una ragione se hanno pensato a questa cosa!
Un Canto amato, perché con le sue parole - che sono quelle di centocinquant'anni fa - canta inequivocabilmente il ridestarsi dell'Italia e con quel «Fratelli d'Italia» canta la fratellanza degli italiani, chiamati ad essere uniti contro la divisione e l'oppressione. Perché se siamo divisi, siamo oppressi.
Vi è in questi versi l'animo puro ed entusiasta della gioventù, che allora volle il cambiamento. Ricorda l'inno di Mameli che «dall'Alpi a Sicilia, ovunque è Legnano»: l'epopea dal Carroccio che difende la libertà contro il Barbarossa come epopea nazionale. Sembra oggi incredibile, dopo la stagione politica di questi anni, ma è così: la Lega di allora aveva come obiettivo l'unità nazionale. Mettiamo le cose a posto, almeno nella storia! Mameli morirà il 3 giugno del 1849, a 22 anni, dopo essere stato ferito alla gamba sinistra combattendo in prima linea per la Repubblica romana, dopo aver partecipato alle Cinque giornate di Milano, a capo di 300 volontari. Non foss'altro che per questa vita, per questa giovane vita, dovremmo un grande rispetto alle parole del suo inno, che è diventato l'inno degli italiani.
Voglio ricordare che il 27 gennaio di quell'anno a Roma venne rappresentata al teatro Argentina per la prima volta «La battaglia di Legnano» di Giuseppe Verdi. Capite che tempi? Tra l'altro, la censura costrinse Verdi a modificare parole e toni. «La battaglia di Legnano» si apre con il coro: «Viva l'Italia! Un sacro patto tutti stringe i figli suoi. Esso, alfin, di tanti ha fatto un sol popolo di eroi». Colleghi, questa è l'idea di Patria che l'inno esprime: ciò che fa dei singoli un noi. Ciò che fa dei pezzi una sola cosa, con una identità e una missione di libertà e di unità.
Per questa idea di Patria, giovani generosi scelsero, in epoche diverse, di vivere e di morire: per la libertà, per una convivenza civile libera e prospera, per una appartenenza allo Stato e alle istituzioni di ogni cittadino, senza distinzioni di sesso, di razza, di religione, di condizione sociale.
Questa giornata del 17 marzo, solennità civile, dovrà essere la celebrazione di una cittadinanza protagonista del destino comune, ogni giorno, dentro una storia che, da italiana, si fa sempre più europea e mondiale.
Perché cos'è la Patria se non la casa che ti accoglie, tutela i diritti, ti offre lavoro, futuro, istruzione, salute? E ti chiede solidarietà, doveri, rispetto della legge? Una Patria, l'Italia, in cui ci si chiama, nei fatti, fratelli; una Patria che ti dà certezza nell'incertezza del tempo presente; che non lascia partire i suoi giovani ancora una volta per cercare altrove lavoro e vita.
La Patria è, innanzitutto, responsabilità di ciascuno e di tutti, e in primo luogo della classe politica e dirigente. Una Patria, l'Italia, che è amata e cercata nel mondo. Non possiamo, e non potremmo, spegnere questa luce che nel mondo, da secoli, rappresenta qualcosa di unico.
Che cosa insegnare, dunque, ai giovani se non questo legame, che unisce le generazioni nella fatica e nella speranza? Sono le generazioni che hanno fatto l'Unità d'Italia, quelle che sono cadute in trincea, sul Carso, quelle che hanno riscattato la Patria con la Resistenza. Ma erano tutti giovani, sapete? In tutti i passaggi dell'Italia in cui qualcosa è morto e qualche altra cosa è nata, in cui la Patria è cresciuta, lì c'erano i giovani e sono stati protagonisti. Sono le generazioni che hanno fatto la Repubblica e la Costituzione, e hanno ricostruito le strade, le fabbriche, le scuole. Anche quelle che sono immigrate lungo questi centocinquant'anni portando l'Italia nel mondo: le donne e gli uomini che hanno fatto il nostro Paese. Le donne, presenti in ogni vicenda: dalle Cinque giornate di Milano alla lotta per la liberazione dell'Italia. Quelle sorelle d'Italia che oggi, e solo oggi, vengono finalmente chiamate per nome nella storia.
Questo 17 marzo ci dice, infine, che la Patria siamo noi, oggi, con la responsabilità di ricostruirla, di risanarla, di ripulirla dal fango della corruzione e dell'illegalità, di servirla con disciplina e onore, se siamo nei luoghi pubblici, come dice la Costituzione, di risvegliarla ai suoi compiti storici e di darle fiducia nel domani con la bussola della Carta costituzionale.
La Patria siamo noi, quanti viviamo qui, anche se veniamo da altri continenti, anche se siamo figli di immigrati. Il 2 giugno di qualche anno fa, celebrando la festa della Repubblica ho ascoltato il discorso di un giovane del Punjab. a Novellara, in provincia di Reggio Emilia, ci sono molte associazioni di immigrati e c'è il più grande tempio sikh d'Europa. Questo giovane ha parlato a nome di tutte le altre associazioni di immigrati e ha detto: «Questa è la mia festa, anche perché mio nonno ha combattuto a Montecassino».
Le truppe alleate che arrivarono a liberare noi, al Sud, erano costituite anche dai soldati delle colonie inglesi.
Ma oggi, insieme con l'inno di Mameli, dobbiamo insegnare nelle scuole anche l'Inno alla gioia di Beethoven, che è l'inno dell'Unione europea. In fondo il processo è il medesimo, è un processo di unità, crescente e più ampia nel mondo globale di oggi.
All'Unione europea, di recente, è stato conferito il premio Nobel per la pace, per la sua storia, per il suo esserci nella storia. L'Unione europea, una grande responsabilità per tutti noi, cittadini europei.
Così la Patria è insieme il nostro passato e il nostro futuro ed è il nostro presente; sul quale, lasciatemi dire, pare risuonare di nuovo lo struggente coro del Nabucco «Oh mia Patria, sì bella e perduta».
Che cos'è la Patria per la quale ancora si vive e ancora si muore, in terre lontane di conflitto, e da cui si torna avvolti nel tricolore? Di questo, colleghi, stiamo parlando oggi, un po' sommessamente, un po' sbagliando, un po' cercando di mettere insieme delle parole.
Una bandiera, il tricolore che ci rappresenta nel mondo, nato a Reggio Emilia il 7 gennaio del 1797, su proposta di un tale Giuseppe Compagnoni, per volontà delle popolazioni di Ferrara, Modena, Bologna, Reggio Emilia, i cui rappresentanti hanno proclamato la Repubblica cispadana. Un giorno, anch'esso il 7 gennaio, solennità civile, come stabilito dalla legge.
L'Italia, dunque, è una storia di libertà. La Patria è questa storia di libertà, mai separata dalla storia degli altri popoli, ieri per la costruzione dell'unità nazionale, oggi per la costruzione dell'unità politica dell'Europa. Stato e Nazione, Europa e cittadini: questa è la Patria di oggi ed è a questi ultimi, i cittadini, che oggi è affidata la responsabilità di determinare la coesione della Patria e di alimentarne la democrazia con un nuovo patriottismo (possiamo dirlo?) per dare all'Italia un futuro, un nuovo Risorgimento, per dare una risurrezione, perché Risorgimento equivale a risurrezione.
Questa Patria ha i suoi giorni di solennità civile, ma è la sua anima che deve essere ritrovata con la stessa passione civile dei giorni nei quali una giovane generazione, dal 1848 al 1918 fino poi al 1945, ha fatto il sogno e il sacrificio della storia d'Italia, che oggi è semplicemente la nostra grande storia.

DI STEFANO Signor Presidente, ho inteso prendere la parola poc'anzi, quando negli interventi che hanno preceduto il mio ho sentito richiamare, giustamente, la storia della nostra Patria e le sue vicende preunitarie, magari anche con qualche piccolo refuso perché credo - anche per rispetto a lei, Signor Presidente - che forse, se dobbiamo ricordare qualche passaggio della storia preunitaria, certamente il califfato siciliano non è la parte più bella, visto che si è trattato di un momento della storia siciliana in cui eravamo succubi e non decisori. E intervengo perché anch'io voglio ricordare quella parte della nostra storia preunitaria.
Vengo da una parte dell'Italia che all'epoca apparteneva - e ne rivendico con orgoglio l'appartenenza - al Regno delle due Sicilie. Vengo da una Regione in cui, il 17 marzo del 1861, cioè quando fu celebrata la riunione del primo Parlamento, sventolava ancora in una rocca, a Civitella del Tronto, la bandiera del Regno borbonico. E con orgoglio ricordo anche che forse ha ragione chi parlava di un'unità fatta male; se lo dice chi viene dal Nord, forse chi viene da Regioni come la mia ha ancora più motivo per dirlo, per rivendicare quella mala unità e per rivendicare forse anche le ragioni di quelli, come Carmine Crocco e tanti altri, che allora combatterono quell'unità con le armi, non perché non volevano l'Italia, ma perché combattevano una cattiva forma di unità, che penalizzava e penalizzò il Sud e di cui portiamo ancora oggi le conseguenze, che paghiamo sulla pelle nostra e delle nostre generazioni. Ricordo a me stesso che forse (senza forse) centocinquant'anni fa il Mezzogiorno d'Italia stava decisamente meglio di come sta oggi; il divario tra Nord e Sud si è creato proprio in virtù di quell'unità fatta in quella maniera.
Con orgoglio rivendico questo e rivendico anche l'orgoglio di scendere, andare di fronte al Senato in libreria e, per la prima volta dopo centocinquant'anni, magari vedere un libro che racconta la vera storia di Bronte e di quello che accadde a discapito delle popolazioni del Mezzogiorno e vedere metà di quella libreria che forse torna a rivedere certe pagine di storia mal scritte, come per fortuna vedo anche qualche libro (quelli scritti da Giampaolo Pansa) che riscrive anche altre pagine di storia che per troppi anni sono state mal scritte..
Questo non mi impedisce di essere orgoglioso di quella storia e di essere orgoglioso anche di essere di quella parte dell'Italia, l'Abruzzo, che poi diede vita a personaggi come Gabriele D'Annunzio, che portò il tricolore nazionale, lo stesso tricolore che fece l'Unità d'Italia (quell'unità che ci ha penalizzato), al di fuori dei nostri confini; lo portò anche a Fiume, a difendere quella dignità nazionale.
E lo faccio con lo stesso orgoglio di chi - prima si citava il 1899 - rivendica di aver avuto un insegnamento da suo nonno, che era nato nel 1899 ed apparteneva a quei «ragazzi del '99» che andarono a diciott'anni sul Carso, (lui con il grado di sottotenente), per quell'Unità nazionale e che gli raccontava fino all'ultimo, con l'occhio ancora velato a ottant'anni da qualche lacrima, di quando, assieme a un suo commilitone mantovano (quindi di tutt'altra provenienza), entrò con le truppe italiane a Trento e fu abbracciato e baciato dalle donne e dai ragazzi trentini, che lo chiamavano «fratello italiano».
La storia d'Italia non è la storia dal 1861 in poi, ma è la storia di secoli e di millenni, perché la lingua di Dante, la lingua italiana, è la lingua della nostra storia da prima ancora che ci fosse l'Unità d'Italia, comunque essa sia stata fatta; perché i veneziani solcavano i mari e portavano la nostra civiltà in tutti i capi del mondo e perché Cristoforo Colombo che scoprì il continente americano era italiano prima ancora che lo Stato nazionale fosse fondato e fosse creato.
E allora festeggiare l'Italia non significa festeggiare centocinquant'anni di storia, con tante positività e forse anche con qualche negatività. Noi riconosciamo tutte le positività e dobbiamo cercare di tornare a scoprire e ad indicare anche le negatività di questi percorsi storici. La storia di un popolo è la summa delle tradizioni, della cultura, delle radici, di tutto quello che è un cordone ombelicale che si trascina negli anni, nei secoli e nei millenni e che affonda le radici in una tradizione culturale che, dalle Alpi alla Sicilia, ci fa sentire tutti italiani e orgogliosi di questa Italia.
Prima si citava la nazionale italiana di calcio: ebbene, credo che anche semplicemente quando gioca la nostra nazionale di calcio - e ha ragione il collega Giovanardi nel dire che qualche decennio fa soltanto in quel caso forse si ci sentiva tutti, e nemmeno tutti a dir la verità, legati al tricolore - siamo italiani, al di là delle differenze di latitudine, di cultura e di provenienza storica e politica.
Ci tenevo a ribadire questo, pur rivendicando le mie origini e la mia cultura, provenienti da una tradizione di cui sono orgoglioso, quella del Regno delle Due Sicilie, che forse dovremmo riscoprire, con l'orgoglio di tirarla nuovamente fuori. Forse faremmo bene a farla leggere meglio e di più ad autori come Pino Aprile, ad esempio, mentre dovremmo ringraziare invece qualche scrittore che non è del Sud, come Giordano Bruno Guerri, che ci ha fatto ricordare e capire che, se c'era gente che ha sofferto l'Unità d'Italia, quella è proprio la gente del Meridione, che è però la stessa che poi non ha esitato ad imbracciare le armi nel 1915-1918 e andare a combattere per un valore come la Patria!. La Patria è la Patria per tutti, è la summa di valori, di tradizioni e di storia che ci fa sentire orgogliosi di essere italiani, a prescindere dalle latitudini e dagli schieramenti politici, perché questa è la vera essenza di un popolo!.
Prima sono stati citati gli Stati Uniti d'America. Proprio ieri, tanto nel comitato di Obama quanto in quello di Romney, mentre da una parte si festeggiava e dall'altra si osservavano mestamente i risultati, si teneva in mano però lo stesso simbolo: la bandiera americana, non la bandiera dei democratici, né quella dei conservatori. Era il senso della Patria che veniva prima ancora della parte; era il senso dell'appartenenza alla Nazione che superava la fazione.
Per questo sono convinto che si debba festeggiare e ricordare. Anch'io ho delle perplessità su come è nata la nostra Nazione e sul simbolismo che è racchiuso tanto nel tricolore, quanto nell'inno. Non è però nel simbolo, ma nell'essenza che va colto il significato di un gesto, di una solennità e di un concetto, quello di Patria, che è poi anche la sintesi di quei valori religiosi che prima qualcuno ha ricordato. Si può infatti credere o meno in certi valori, ma è chiaro che essi rappresentano un dato caratterizzante della cultura del nostro popolo da 3.000 anni a questa parte. Anche questo fa parte della nostra cultura, della nostra tradizione e della nostra storia: la storia di una meravigliosa Nazione che si chiama Italia.
(dal sito www.senato.it)


 

 

 

A cura della segreteria della Senatrice Laura Bianconi
Via Uberti,14 – 47023 Cesena (FC)
tel. 0547/613927 – fax 0547/613935
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