Laura Bianconi Vicepresidente dei Senatori del Gruppo PDL
Newsletter n. 186 del 2 luglio 2013

In Commissione
AFFARI COSTITUZIONALI
Comitato parlamentare riforme costituzionali
Ineleggibilità ed incompatibilità dei magistrati. Magistrati cessati da cariche politiche
Comunicazioni della Ministra per le pari opportunità, lo sport e le politiche giovanili sui relativi indirizzi programmatici
Ingresso e soggiorno cittadini Paesi terzi per ricerca e studio
GIUSTIZIA
Demolizioni opere abusive
Concorso esterno in associazione mafiosa
Delitti contro la vita e l'incolumità e risarcimento delle vittime di reati
Garante diritti dei detenuti
Unioni civili
AFFARI ESTERI
(Ratifica Convenzione Italia-San Marino contro le doppie imposizioni e le frodi fiscali
Ratifica Accordo Italia-Lituania in materia di rappresentanze diplomatiche
Proposta di indagine conoscitiva sulle linee programmatiche e di indirizzo italiane in relazione al prossimo Consiglio europeo sulla Difesa, che avrà luogo nel mese di dicembre 2013
BILANCIO
Legge di delegazione europea 2013
Legge europea 2013
Ratifica convenzione lavoro marittimo
Efficienza energetica e misure fiscali
FINANZE E TESORO
Seguito dell'indagine conoscitiva sulla tassazione degli immobili
ISTRUZIONE PUBBLICA
Prima relazione su interventi per alloggi e residenze studenti universitari
Atti preparatori della legislazione comunitaria (beni culturali usciti illegalmente)
AGRICOLTURA
Comunicazioni del Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali sulla riforma della politica comune della pesca
Semplificazione in materia di agricoltura
riordino enti vigilati dal Ministero politiche agricole
Competitività dell'imprenditoria giovanile in agricoltura
IGIENE E SANITA’
Esame atti preparatori della legislazione comunitaria (biocidi)
Seguito delle comunicazioni del ministro della salute sugli indirizzi programmatici del suo Dicastero

In Aula
Decreto-legge n. 63, in materia di efficienza energetica e misure fiscali
Legge di delegazione europea 2013
Legge europea 2013
Relazione programmatica sulla partecipazione dell'Italia all'Unione europea per l'anno 2013
Relazione consuntiva sulla partecipazione dell'Italia all'Unione europea per l'anno 2012
Ratifiche di accordi internazionali

28 STELLE BRILLANO IN EUROPA
Si dice sempre che c’è bisogno di più Europa, che è questa la strada per affrontare e contrastare i problemi posti dalla globalizzazione, per cui è veramente una bella notizia mettere in primo piano l’ingresso della Croazia nell’Unione Europea. “Dal 1° luglio – commenta la senatrice Laura Bianconi – un’altra stella, la ventottesima, si è aggiunta alla bandiera europea, Come cittadini di un territorio che da sempre è punto di incontro e di transito con l’Europa dell’est, non possiamo che essere contenti di questo ulteriore passo verso un’Unione Europea capace di rappresentare e includere sempre di più i popoli che la compongono”.

VERTICE UE: BENE LETTA MA ADESSO SI RIFORMI IL LAVORO
“Il vertice europeo appena concluso rappresenta indubbiamente un successo per l’Italia che attraverso il Capo del Governo Enrico Letta è riuscita a mettere al primo punto dell’agenda il problema del lavoro e della disoccupazione giovanile”.
Questo il commento della senatrice Laura Bianconi sul Consiglio europeo in cui l’Italia ha ottenuto un miliardo e mezzo di euro per i giovani. “E’ stato un test importante – continua Bianconi – perché finalmente si è capito che, anche se esistono isole felici, il problema della disoccupazione è fondamentale per la ripresa dei consumi interni e per la coesione sociale. Il premier Letta ha portato a casa un risultato importante – continua Bianconi - ma adesso il Governo deve agire in fretta per riformare un mercato del lavoro troppo rigido. La capacità dell’Italia di attrarre investimenti stranieri è sempre più marginale, le classifiche ci collocano al settantesimo posto e questo nonostante disponiamo di una forza lavoro preparata e apprezzata. A questo punto è fondamentale diminuire questo divario, rivedendo la riforma Fornero e facendo significativi interventi per diminuire il costo del denaro e dell’energia, Solo così – conclude Bianconi – potremo non solo attrarre nuovi investimenti ma anche evitare che aziende italiane scelgano la strada della delocalizzazione”.

BENE UNA NUOVA FORZA ITALIA PER RIAGGRAGARE I MODERATI
“L’ipotesi di un ritorno a Forza Italia mi vede assolutamente favorevole perché sono certa che il progetto del Presidente Berlusconi è quello di ritrovare lo spirito del ‘94”.
Questo il commento della senatrice Laura Bianconi dopo l’intervista con sui Silvio Berlusconi ha annunciato il ritorno di Forza Italia. “Stiamo attraversando una fase in cui i partiti politici tradizionali vivono grandi difficoltà – continua Bianconi – le recenti elezioni, sia politiche che amministrative, hanno evidenziato come il voto sia diventato estremamente fluido e come a ogni tornata elettorale ci sia una scomposizione e una ricomposizione dei soggetti politici in campo. E’ importante dunque saper intercettare le oscillazioni degli elettori mettendo in campo una proposta concreta che parta dai contenuti. E in questo la molla che vent’anni fa spinse Silvio Berlusconi a scendere in campo è più che mai attuale: dare una casa a tutti i moderati che rappresentano la maggioranza degli italiani”.

ADDIO A MARGHERITA HACK,
“Margherita Hack è stata una donna che saputo vivere ogni istante della sua vita con l’entusiasmo e la passione della giovinezza, affrontando con la medesima determinazione tutti gli impegni: grande sportiva, grande ricercatrice, grande appassionata delle dinamiche sociali e politiche del nostro Paese”.
Così la senatrice Laura Bianconi ricorda la celebre astrofisica recentemente scomparsa.

MAI PIUì SPRECHI
Un vecchio adagio dice che “soldo risparmiato è due volete guadagnato”, è questo è ancora più vero in periodo di crisi, quando i conti si devono fare al centesimo. Ma sprecare non è solo un comportamento diseconomico è anche un comportamento immorale. Quando ancora l’Italia navigava col vento in poppa un gruppo di amici organizzò il Banco Alimentare per raccogliere e destinare alle persone bisognose quei prodotti alimentari che non potevano essere immessi sul mercato per errori nel confezionamento o perché troppo vicini alla data di scadenza. Altre associazioni in varie città si occupano di recuperare prodotti alimentari ancora integri, ma a Cesena a questa operazione di buon cuore e di buon senso è stata data una rete di riferimento più ampia. Infatti grazie alla Fondazione Cassa di Risparmio è stata infatti costituita una rete che coinvolge le associazioni di volontariato e la grande distribuzione per evitare che ogni giorno vadano al macero derrate alimentari ancora utilizzabili. Il passo successivo sarà quello di recuperare il cibo delle mense scolastiche. Insomma una bella iniziativa, che segnaliamo perché possa essere replicata.

NOTTE ROSA IN RIVIERA
Il prossimo fine settimana sulla costa romagnola si terrà l’edizione 2013 della Notte Rosa. 110 chilometri di spettacoli, concerti, momenti per stare insieme in allegria. La crisi ha costretto molti italiani a rinunciare alle vacanze, ma l’Emilia Romagna è vicina e offre l’occasione per una trascorrere qualche momento senza pensare agli affanni che ci assillano. Sul sito www.lanotterosa.it, tutte le informazioni.




Alessandro Rondoni, un caro amico di questa newsletter, ricordando il suo primo giorno da consigliere comunale, ha raccontato di essere entrato nella Sala consiliare del Comune di Forlì con un libro in mano. Era “Il potere dei senza potere” di Vaclav Havel, lo scrittore e drammaturgo cecoslovacco che sarebbe poi diventato Presidente della Repubblica. Un libro che chiunque si occupi di politica dovrebbe leggere. Per questo ci fa piacere proporre la trascrizione di un incontro tenutosi a Cesena lo scorso venerdì 14 giugno. L’incontro organizzato dai centri culturali Crocevia, Il Tralcio, Il Gabbiano, Campo della Stella e dall’Unione Giuristi Cattolici Italiani di Cesena, ha avuto come relatori Monsignor Luigi Negri, Vescovo di Ferrara, e Luigi Geninazzi, giornalista di Avevnire. Moderatore l’avvocato Stefano Spinelli, presidente della sezione di Forlì-Cesena dell’Unione Giuristi cattolici Italiani. Erano presenti 300 persone, e questo la dice lunga su un libro scritto oltre trent’anni fa. La trascrizione, a cura degli organizzatori, non è stata rivista dai relatori, per cui potranno esserci (ma noi non ne abbiamo trovate) leggere imperfezioni stilistiche, ma, come tutto quello che riguarda Havel, ci sembrava un peccato non condividerlo con i lettori di questa newsletter.

IL POTERE DEI SENZA POTERE
Presentazione del libro
Cesena, venerdì 14 giugno ore 21,00, Chiesa di Sant’Agostino

Stefano Spinelli (moderatore
)
Abbiamo con noi questa sera Lugi Geninazzi, giornalista di Avvenire, corrispondente negli anni ’80 dalla Cecoslovacchia e dalla Polonia, che ha seguito in diretta, sul campo, gli avvenimenti di cui parleremo stasera. Anticipo anche che ha appena terminato un lavoro, un libro, che ricorda proprio quegli anni, quel decennio, dagli anni '80 agli anni ’90 e che verrà presentato al Meeting.
Poi abbiamo Sua Eccellenza Monsignor Luigi Negri, ora Arcivescovo di Ferrara, dopo aver guidato la Diocesi di San Marino - Montefeltro, e sempre attento a ciò che avviene nella cultura occidentale.
Questa sera riproponiamo un libro: Vaclav Havel “Il potere dei senza potere”. E' stato scritto alla fine del 1978 dal filosofo e futuro Presidente della Cecoslovacchia, nel pieno del regime comunista del cosiddetto blocco sovietico, poco prima di essere arrestato. È ancora attualissimo e per questo lo riproponiamo considerando la diversità dei sistemi politici di riferimento. È evidente che nel libro si parla di un sistema totalitario, anzi Havel lo chiama post-totalitario, in cui la caratteristica principale non è solo quella di un potere fine a se stesso, un potere armato, un potere che controlla la singola persona, che reprime chi non si adegua, ma la caratteristica principale è, dice Havel, l’esistenza di "un'ideologia menzognera e ipocrita" che serve il potere e che alimenta il potere stesso. Essa esercita una specie di ipnosi sulle singole coscienze individuali addormentandole ed inducendole a rinunciare alla propria ragione, al proprio cuore, alla propria responsabilità.
Devo dire che il libro che ho letto per la prima volta in questa occasione è stato per me una sorpresa. Di fronte a questa situazione, a questo regime, Havel non offre una via di uscita, come potremmo pensare, fondata su un potere che scalza un altro potere, un programma politico al posto di un altro programma politico, un sistema al posto di un altro sistema. Egli parte dall’uomo, dalla "ricostruzione della sua posizione nel mondo", dal recupero di una coscienza, di un io non rassegnato, non assuefatto alla menzogna, che cominci a vivere nella verità. Infatti, dice l’autore: finché non si comincia a vivere la verità, non si riesce a capire che si stava prima vivendo nella vita dell’apparenza; da questa semplice posizione di ciascuna persona, può nascere, non si sa quando e né come un cambiamento nell’uomo ma soprattutto nella società. Mi ha colpito questo fatto e mi ha fatto capire tante cose, anche sulla caduta del muro di Berlino, nel senso che mi sono sempre chiesto come sia potuto accadere, visto che il potere connesso al regime totalitario pareva indistruttibile, per potere e per forza, tanto che il mondo si è diviso in uno scontro permanente e titanico tra due poteri, fra due super potenze. Sono nato negli anni della guerra fredda, mi ricordo la situazione di stallo, la paura per la corsa continua agli armamenti e la percezione che non si sarebbe mai risolta la questione. Eppure come per magia noi dell’occidente abbiamo visto un sistema di potere e di forza crollare “improvvisamente” dall'interno ed eravamo increduli per quello che accadeva, perché non ce lo si spiegava con i soliti criteri di un potere che scalza un altro potere.
Leggendo il libro mi rimangono in mente 2 immagini, una è quella del giovane in camicia bianca in mezzo alla piazza di Tienammen (stesso periodo storico): la sola presenza di questo giovane che bloccava una serie di carri armati, il potere che viene fermato da una sola presenza; oppure a Danzica, nei cantieri dove si scioperava e si pregava, e ricordo le immagini in televisione dei lavoratori inginocchiati, evidentemente non era solo una rivendicazione, ma si cercava un senso al lavoro.
E Havel ci presenta questa situazione con la figura semplice di un ortolano, che vende verdura al banco del mercato, al quale viene chiesto di mettere un cartello sul proprio banco di vendita, con uno slogan: “Proletari di tutto il mondo unitevi”. È chiaro che non c’entra niente questo con la sua attività, però probabilmente lui appenderà quel cartello, per non avere beghe, per non essere escluso dalla società. Solo nel momento in cui questo ortolano comincerà a vivere nella verità, cioè si ribellerà a questo ordine e non apporrà più quel cartello, solo quando ci sarà la presenza di un io non rassegnato alla menzogna, non demoralizzato, solo a quel punto, quell’azione che sembra del tutto innocua in se per se, invece sarà del tutto sovversiva per il potere, perché quell’ortolano comincerà a violare le regole del gioco e quindi a far vedere il mondo dell’apparenza in cui finora si era vissuti. E Havel dice: perché Solgenitzin è stato espulso dalla sua patria? Certo non perché rappresentasse un elemento del potere. Fu invece il disperato tentativo di tamponare quella terribile sorgente di verità. Leggo solo questo brano di Havel perché qui vediamo l’attualità di cui parleremo con i relatori, per quanto riguarda il mondo di oggi.
“Un cambiamento in meglio delle strutture che sia reale, profondo e stabile, non può partire dall’affermarsi di un progetto politico tradizionale, ma dovrà partire dall’uomo, dalla sostanziale ricostruzione della sua posizione nel mondo, del suo rapporto con se stesso, con gli altri uomini, con l’universo. Oggi più che mai la nascita di un modello economico e politico migliore deve prendere le mosse da un più profondo cambiamento esistenziale e morale della società”.
Allora si capiscono anche le immagini reali della storia a cui facevo riferimento prima e soprattutto si può apprezzare l’attualità di queste parole nel contesto che affligge oggi l’Europa e il vecchio occidente.
Di questo appunto parliamo con i due relatori, a Geninazzi, in particolare vorrei chiedere intanto se ci può parlare di come questo libro è arrivato in Italia, perché c’è anche un riferimento nostro, romagnolo (la prima volta è stato pubblicato a Forlì, su iniziativa anche di Don Francesco Ricci), e poi di farci entrare un po’ nel clima dell’epoca. C’era appena stata la repressione da parte dei carri armati russi, dopo la breve parentesi della primavera di Praga, il libro è stato scritto in concomitanza con la nascita di Carta 77, una dichiarazione programmatica sottoscritta da più intellettuali e da molteplici identità culturali che si proponeva lo scopo di diffondere e perseguire il rispetto dei diritti umani, c’era l’esperienza di Solidarnosc, e qua in occidente sentivamo parlare di movimenti di dissidenti, di Samizdat, di stampa clandestina. Ecco vorrei che Geninazzi ci portasse dentro quegli anni, ci facesse rivivere il clima di quel periodo. Che cosa ha incontrato quando era corrispondente all’estero, quando arrivava in Cecoslovacchia o a Danzica, che cosa colpiva di più un occidentale rispetto ai movimenti che stavano avvenendo?

Luigi Geninazzi
Per me è sempre una particolare emozione parlare di Havel e del suo libro principale “Il potere dei senza potere”, soprattutto qui in terra romagnola, a Cesena, e non posso dimenticare che Don Francesco Ricci mi chiese poche settimane dopo che aveva pubblicato questo testo nel novembre del ’79, di presentarlo, non mi ricordo più se era a Imola o Faenza, comunque era da queste parti. Non potevo immaginare allora che da lì a pochi anni avrei avuto la grande fortuna di incontrare personalmente l’autore, e l’ho incontrato nel 1984, come inviato del settimanale “Il Sabato”, che era molto attento alla realtà dell’est e Havel era appena uscito da pochi mesi dal carcere, era stato condannato nel ’79, era uscito un po’ anticipatamente. Mi ricordo la grandissima difficoltà nello scovarlo perché mi trovavo a Praga, avevo il suo numero di telefono di casa, ma non rispondeva, e non rispondevano nemmeno i suoi amici, perché il telefono o non funzionava oppure era controllato dalla polizia, quindi preferivano non rispondere. Quindi dovevo andare in giro di persona e parlare con persone sconosciute, facendomi dare altri indirizzi, insomma alla fine ho saputo che Havel stava nella sua baita sui Monti dei Giganti, a Radacek nella sua casa di campagna, 200 km a nord di Praga, al confine con la Polonia, proprio su quei monti dove si era incontrato con i dissidenti polacchi negli precedenti la nascita di Carta 77. Quindi ho intrapreso questo viaggio, il problema era che vicino a casa di Havel, dove lui passava il mese di maggio, a scrivere, insieme alla moglie Olga, la polizia aveva costruito appositamente un'altra baita, il problema era non sbagliare per non andare a finire dai poliziotti. Per fortuna Havel era in giardino, mi è venuto incontro e mi ha fatto vedere questa casa dicendo che era il capolavoro dell’architettura socialista, costruita apposta per sorvegliarlo.
Era un intellettuale, timido, schivo, severo, dall’aria severa. Ripenso a quel pomeriggio, abbiamo chiacchierato per ore ed ore, ma vorrei ricordare questo, rispondendo alla sollecitazione di Stefano Spinelli che chiedeva appunto come questo libro è giunto in Italia, lui aveva saputo che il suo libro era stato tradotto, ma nessuno gli aveva chiesto l’autorizzazione, perché era impossibile, allora al di là della mia intervista, era lui che mi faceva delle domande, ed era molto interessato a sapere chi, come mai, aveva avuto questa idea, ovviamente era molto contento che fosse uscito, anche se lui non poteva averne dato l’autorizzazione. Io gli parlai di Don Francesco Ricci, questo contrabbandiere di libri, tra est ed ovest, che tutti qui abbiamo ancora nel cuore, che aveva avuto questa geniale intuizione e mi ricordo che gli dissi che era stato stampato nella collana “Out Prints”, questo neologismo inglese, io l’ho ancora l’edizione del 1979, letteralmente “stampato fuori”, diceva Don Francesco: scritti proibiti nel paese in cui sono stati pensati e pubblicati, quindi fuori, ma anche scritti che traggono la loro linfa da un terreno fertile fuori dalla coltura dominante in occidente, scritti per la verità dell’uomo, pensieri per altre possibilità, qualcosa di altro, di diverso, non solo per il cupo e repressivo regime comunista, ma anche per la società consumista, per la nostra società gaudente occidentale, e ho trovato Havel nettamente in sintonia con questa cosa. Per i più giovani, per quelli che non conoscono Havel mi permetto di dire molto brevemente da dove veniva questo personaggio che poi diverrà improvvisamente il capo della nuova Repubblica Cecoslovacca, nel 1989. Era figlio di una famiglia borghese, e già per questo bollato, emarginato dal regime comunista che prese il potere dopo le elezioni libere, ma poi fecero un golpe nel 1948, e quindi Havel non poté accedere all’università. La sua passione per il teatro, in generale per la cultura, per la riflessione sull’uomo, l’ha portato avanti da uomo libero, non professionalmente, per mantenersi lavorava in un birrificio, e vorrei farvi notare, se qualcuno non l’ha capito che questo è Havel, negli anni ’70 infatti si porta un sacco di malto, appunto credo in questo birrificio, in cui ha ambientato anche alcuni dei suoi drammi è interessante il suo giudizio nel ’68, sulla Primavera di Praga, su questo tentativo di creare da parte di Dubcek, dei cosiddetti socialisti riformisti, un socialismo dal volto umano. Lui disse che quel movimento non toccò il nocciolo della struttura del sistema, era dentro il sistema, una critica quindi molto forte. Pensate che questo giovane intellettuale costretto a lavorare in un birrificio, nel 1975, nella Cecoslovacchia ormai un po’ depressa senza speranza dopo la repressione dei carri armati sovietici nel 1968, osò indirizzare una lettera aperta al Presidente della Repubblica del Partito Comunista Gustáv Husák. E dice: “Dietro la facciata posticcia ed enfatica dei grandi ideali umanistici, si nasconde la modesta casetta di un borghesuccio socialista.” - parole dure, scritte apertamente - “Si nasconde la vuotezza ed il grigiore di una vita ridotta alla ricerca affannosa dei beni di prima necessità. Ma una tale situazione non può che condurre alla perdita dell’orizzonte assoluto e alla crisi dell’identità umana.”
È questo che assilla Havel e tutti quelli che con lui danno vita a Carta 77. Cos’era Carta 77? Un movimento di dissidenti, ovviamente, ma la parola dissidente non piace tanto a loro, per primo ad Havel, era soprattutto una compagnia, ci sono dei filmati in cui si vedono appunto come vivevano, cene, momenti conviviali, riunioni, discussioni, gite, una compagnia insomma, un amicizia, una vita nella verità in cui ognuno era se stesso e parlava di se stesso. È questo il contesto per farvi capire da dove nasce questo libro, che vi invito a leggere se ancora non lo avete fatto, perché non sono solo riflessioni sue, ma sono riflessioni di tutto questo gruppo, “Il potere dei senza potere”.
Mi raccontava Havel quando l’ho intervistato che mentre l’ha scritto nel 1978 era strettamente sorvegliato e aveva il terrore che venisse scoperto e portassero via quello che scriveva che ogni tanto, mi diceva, andava nel bosco, lo faceva ancora adesso, e portava i fogli scritti e li nascondeva dietro la corteccia di un albero, per paura che i poliziotti qua vicino, i miei cari vicini (come li definiva) venissero un giorno e mi portassero via tutto. Quindi pensate al clima in cui è stato scritto questo libro. Qual è, ed è l’ultima cosa che mi permetto di dire, la cosa centrale di questa sera, qual è il contenuto di questo libro. Il moderatore, il dottor Stefano Spinelli, un po’ l’ha già spiegato, l’ha già introdotto in vari elementi. Io vorrei sottolineare due cose: la prima è che Havel parla di post-totalitarismo e non di totalitarismo, che cosa vuol dire, post-totalitarismo non vuol dire qualcosa di più morbido, di qualcosa che è successivo alla dittatura. No. È un tipo diverso dalla dittatura che abbiamo conosciuto nei regimi comunisti, con Stalin e con gli stalinisti, cioè il regime che usa la forza bruta e che usa l’ideologia con un furore rivoluzionario, in cui tu devi credere all’uomo nuovo che sta costruendo il sistema socialista, l’uomo nuovo che sta costruendo il partito, e se non ci credi, sei subito messo da parte, discriminato, e se osi dire qualcosa processato e poi condannato alla prigione. No adesso non c’è più bisogno della forza brutale e l’ideologia è diventato solo una finzione in cui non crede più nessuno, neanche il capo del Partito Comunista, come diceva già nella lettera aperta a Husák del ’75. Diventa solo un codice di legittimazione per cui tu ti senti in sintonia con il resto della società. Questo è il valore del famoso cartello del racconto dell’ortolano, del verduraio, che mette fuori il cartello “proletari di tutto il mondo unitevi”, probabilmente nessuno lo guarda, nessuno se ne accorge perché la gente va lì per comprare frutta e verdura, mica per leggere. Ma perché lo mette?, Lo mette perché sa che in questo modo manda un segnale, un codice al potere, guardate che io sono una persona in regola che obbedisce a quello che è stato stabilito, praticamente un segnale di sudditanza. Havel nota acutamente il senso di questo messaggio è molto chiaro io sono un suddito fedele e pauroso e per questo metto fuori questo cartello come vuole il partito. Quel cartello con quella frase è un valore che nessuno mi può contestare, non è un disvalore, e così io mi identifico con il potere, tramite l’ideologia, l’ideologia che ha questa funzione di elevare la realtà dell’abiezione, della miseria umana, della paura, a qualcosa di elevato, alla fratellanza universale, è questa ideologia che maschera tutto, che annebbia la mente e il cuore degli uomini, è la vita nella menzogna. Cosa succede quando l’ortolano ad un certo punto dice io questo cartello non lo metto più fuori. Allora se ne accorgono tutti, nota Havel, chi va a comprare che prima non lo notava, adesso nota che manca qualcosa, perché anche chi va a comprare deve mettere quel cartello lì dove lavora, nell’ufficio, nella fabbrica dove lavora, allora si rompe qualcosa, rompe questo muro, vive nella verità, parla di se stesso, l’uomo viene fuori, l’uomo messo tra parentesi dal sistema, viene fuori con il suo volto. Ecco potremmo parlare a lungo di cosa ha significato questo per il regime comunista, ma la cosa più interessante di cui ci dovrà parlare Monsignor Negri, e non per nulla abbiamo chiamato lui, è di cosa vuol dire questo oggi, perché non è che noi davanti a questo libro, come potremmo fare con un testo qualsiasi scritto 50 anni fa diciamo è stato scritto allora, adesso cerchiamo di tirarne qualche conseguenza per noi, possiamo farla con Aristotele come con un autore dell’ottocento. No. È l’unico brano che voglio leggervi, abbiate pazienza. È lo stesso Havel che dice che quello che scrive non vale solo per il regime comunista, vale anche per l’occidente, e questa intuizione incredibile della vita nella menzogna e della vita nella verità.
“Questo vasto adattamento della vita nella menzogna” - scrive Havel, pagina 53, per chi vuole andare a vedere – questa facile diffusione dell’autototalitarismo sociale” – una definizione complicata ma da il concetto di un totalitarismo che ognuno impone a se stesso, perché Havel toglie l’idea che c’è di individuo sacro e puro che è contro il potere, se c’è un sistema così vuol dire che l’individuo è convivente, l’ortolano è convivente – “allora questo vasto adattamento alla vita nella menzogna non corrisponde forse alla ripugnanza dell’uomo, nella società dei consumi a sacrificare qualcosa delle sue sicurezze materiali per amore della propria verità spirituale morale, non è questo una specie di memento per l’occidente che gli svela il suo latente destino”. Nell’intervista gli ho chiesto di questo legame con l’occidente ed ecco cosa mi ha detto: “Guardi anche se di colpo sparissero dalla faccia della terra i sistemi totalitari non per questo il mondo sarà liberato dal rischio di un potere anonimo che opera al di fuori di ogni criterio di verità. Cos’è il comunismo, è uno specchio convesso dell’occidente, voi vi vedete un immagine deformata di noi perché siamo un po’ buzzurri, un po’ autoritari, grotteschi, ma è l’immagine vostra, un po’ deformata, è la tendenza profonda che opera nella civilizzazione occidentale, questo potere anonimo che non si cura, anzi nega la verità dell’uomo”.
Ed è questo che vorremo oggi chiedere a Monsignor Negri, è questa riflessione che lui fa, che ci può portare avanti su questa strada. Perché Havel l’ha detto lui stesso, io parlo non solo per noi, parlo anche di voi. E credo se questa cosa valeva più di 30 anni fa, io credo, cara Eccellenza, che valga anche oggi.
Prego.

Monsignor Luigi Negri
Non vi spiegherò il libro perché alla mia età si riesce soltanto a dire quello che si pensa, quindi cercherò di raccogliere fino in fondo questa bellissima provocazione di Luigi Geninazzi, raccolta attorno al termine memento. Perché veramente è un momento della memoria per me, io non ho conosciuto direttamente, ma pur stando in occidente, andando qualche volta con Don Francesco Ricci e condividendo i suoi rischi all’est ho partecipato a quel momento che è stato un momento unico, nella storia dell’occidente. La memoria è sempre innanzitutto la memoria di coloro che sono morti per i grandi valori della vita, è il loro sacrificio, penso alle centinaia, migliaia di persone che anche in Cecoslovacchia sono morte nei campi di concentramento. Dunque che tipo di memento facciamo oggi. Soprattutto che tipo di provocazione ci arriva al nostro presente da questa grande testimonianza di Havel. Io l’ho in mente quando l’ho visto in televisione accogliere il Papa Giovanni Paolo II in visita a Praga, e quella sequenza perfettamente letteraria del suo discorso che diceva: “Santità io non so che cos’è il miracolo, ma se un popolo di credenti e non credenti riescono a cambiare la situazione umana e sociale in cui sono vissuti per decenni, senza rompere neanche un vetro allora questo è un miracolo”. E passò in rassegna le caratteristiche fondamentali di questo rivolgimento che gli uomini avevano potuto attuare. E il Papa rispose: “Le grandi rivoluzioni che sono identificate oggi nella sua persona o sono cominciate in una chiesa o sono finite in una chiesa”.
Ecco al di là di questi frammenti di sentimenti, di sensazioni, la prima osservazione, il presente questo messaggio di Havel oggi è che l’uomo costituisce, in qualsiasi situazione, costituisce un dato assolutamente originale, che non può essere trasceso e per quanto sia sottoposto alle manipolazioni più dure, più crudeli o più scaltre. l post-tolitarismo è solo peggio del totalitarismo, perché è infinitamente più pervasivo e più scaltro, più decisamente in lotta con la verità, ma l’uomo, l’uomo per quanto possa essere sottoposto alle manipolazioni è qualche cosa di irriducibile, al contesto umano e storico, perché è disponibile soltanto a Dio.
Questa è una grande verità di ragione, che il grande laico Havel aveva presente. Chi è l’uomo, che cos’è l’uomo? Perché tu ti occupi di lui, è la prima parola del primo Salmo, dell’Antico Testamento. Che cos’è l’uomo pertchè tu ti occupi di lui, perché tu lo pensi immagine e somiglianza di Dio, dice la tradizione ebraico cristiana, non c’è innanzitutto allora come oggi il compito di una analisi delle condizioni in cui si vive, di una valutazione delle forze che ci sono ostili, o delle forze positive che noi possiamo mettere in campo. C’è da ripartire dall’uomo accettando, ecco una parola formulata come dire chiaro-scuralmente nella testimonianza di Havel, c’è originariamente una gratuità, perché l’uomo è una gratuità, l’uomo si trova nella vita perché Dio ve l’ha posto ed è partir di qui, ed è ritornare continuamente qui il grande movimento dell’intelligenza del cuore. Altri movimenti dell’intelligenza del cuore non ci sono, se l’uomo parte da sé e torna a sé, la verità trionfa, se non parte da sé vive in quella menzogna che è l’artificiosa sostituzione alla verità del codice di comportamenti ideologici che lascia tranquilli, quindi la prima sollecitazione è che noi dobbiamo ripartire dalla nostra umanità. Giovanni Paolo II diceva l’uomo nella sua umanità, Don Giussani diceva di partire dal cuore. Io credo che questa sia una provocazione che vale oggi come valeva al tempo in cui Havel scriveva queste cose. È il compendio, come dire è il completamento di questa opera come “Il potere di quelli senza potere” sono le 400 lettere scritte da Havel ad Olga, la moglie, che scrisse nei pochi mesi in cui restò in carcere. Ma chi le leggesse (io le ho lette nella mia giovinezza), chi leggesse queste 400 lettere si accorgerebbe che erano scritte alla moglie, ma scritte a tutti gli amici, perché c’era un evidente circolarità fra la persona più cara con cui ha condiviso tutta la sua vita e tutta la realtà di popolo, che a partire dalla verità della sua vita umana, si era radunato attorno a lui e lei.
L’uomo deve accettare di vivere gratuitamente e questo non è un progetto morale, l’uomo deve vivere la gratuità originaria con cui viene al mondo e sentire dentro questa gratuità di partenza i grandi orientamenti della sua esistenza. L’orientamento fondamentale è la libertà come responsabilità, noi siamo grati ad Havel perché in un contesto così terribilmente ideologico in oriente e così mentre iniziava la vicenda dell’occidente post-totalitario ha avuto il coraggio di dire che la libertà è responsabilità. Prendere sul serio la gratuità con cui l’uomo è creato, entra nella vita, si sente donato a sé stesso dal mistero di Dio, prendere sul serio questo è la responsabilità dell’esistenza. Non c’è altra responsabilità, quale siano poi le modalità con cui questa responsabilità si vive, fare il verduraio o vivere la funzione di Presidente della Repubblica, ma in lui queste cose si sono sintetizzate, perché è partito come verduraio ed è finito come Presidente della Repubblica. Da noi partono come Presidenti della Repubblica e finiscono come verdurai.
Vivere, vivere la gratuità e sentire che la gratuità è responsabilità. La gratuità non è fatalismo, la gratuità è che io devo misurarmi con questa realtà che sono, dono a me stesso, e questo dono che sono a me stesso c’è una tensione che mi scuote. Vivere fino in fondo una responsabilità allora con una sintonia intellettuale larghissima, con Giovanni Paolo II, perché i due si sono conosciuti, frequentati e si sono anche insegnati la libertà come gusto del conoscere, la ragione. Libertà vuol dire frequentare una ragione larga, come avrebbe detto di lì a qualche decennio Benedetto XVI. Non la ragione chiusa in sé stessa, non la ragione analitica che mette a posto gli oggetti, ma la ragione che sfida, che sfida la verità, perché la ragnatela di menzogne viene vinta dal fatto che uno cerca la verità, non dal fatto che la trovi, ma che la cerchi. La menzogna è vinta dal momento che uno cerca il vero, il bello, il buono, il giusto. Quante volte l’abbiamo sentito dire da Don Giussani in questa sintesi bruciante di Agostino. La libertà come ragione, la libertà come amore. Ma diciamo la cosa più significativa, quella su cui siamo sfidati oggi: la creatività. Noi siamo costretti dalla situazione in cui viviamo di questo lento ed inesorabile declino dell’umano, fra di noi e qualche volta in noi, siamo provocati ad andare fino in fondo al fatto che comunque o creiamo noi o muoiono tutti. Come ha detto Marcello Pera, scusate io non mi cito, come ha detto lui (Geninazzi), ma cito due righe della prefazione che Marcello Pera ha fatto al mio libro “Per un umanesimo del terzo millennio”. Disse:
“Vorrei ricordare a Don Negri che qui il problema non è di una parte o di un'altra, se muore la ragione, la libertà, la creatività, moriamo tutti”.
Per questo non si può sentire la responsabilità del vero, del bene e del bello senza diventare creatori di un mondo nuovo che vibra dentro il rapporto tra l’uomo e la donna, fra l’uomo, la donna e i propri figli, dentro il lavoro, concepito come ambito di incontro di persone che lì mettono, condividono la loro umanità e affrontano l’esistenza in tutte le circostanze, perché attraverso le circostanze vissute in modo umano ciascuno possa essere in aiutato ad andare sempre più a fondo della sua libertà come responsabilità e a generare forme nuove di vita per l’uomo, come disse più o meno in quei tempi Giovanni Paolo II.
Tocca a ciascuno di noi. Quello che rimane non solo inalterato, ma ancora più mordente dell’insegnamento e della testimonianza di Havel è che dobbiamo rassegnarci in senso buono a battere questa strada nuova, questa strada nuova, ma da sempre antica e da sempre nuova, dell’uomo che va verso il mistero, che è sé stesso soltanto se supera sé stesso e vive la grande tensione della sua esistenza, perché come diceva Pascal: “L’uomo supera infinitamente l’uomo”. Questo oggi, 2013, nella tremenda fatica che la Chiesa sta vivendo con grandi sintomi di possibilità nuove che si sintetizzano nel nome di Papa Francesco, con questo tremendo degrado intellettuale, morale, che caratterizza la nostra società, segnata da questa come dire non si può apostatare da Cristo senza che l’uomo diventi apostata da sé stesso, perda la sua esistenza, non si può se non in questo momento rifare il cammino che hanno fatto i nostri padri nel deserto. Perché tu ci guidi nell’esodo nuovo, perché ogni momento della vita cristiana che riassume in sé anche tutta la forza dell’umanità non si può non uscire dall’Egitto. Non mettere in contestazione l’Egitto, ma non perché ci interessi contestare un regime, ad Havel non gliene fregava nulla di contestare un regime, in partenza voleva essere sé stesso, lui e i suoi amici, noi siamo fatti della stessa natura, ci vibra dentro lo stesso sangue, abbiamo lo stesso sentimento, noi vogliamo essere autenticamente cristiani, cioè gente che vive la propria responsabilità di fronte a Cristo e di fronte alla Chiesa e quindi di fronte all’umanità, e in questo la nostra vita si apre a tutti gli uomini di buona volontà. Che sentiamo più nostri di tanti clericali che frequentano le nostre chiese. O degli ideologi del progressismo cattolico o del tradizionalismo cattolico. Vogliamo essere cristiani autentici e in questo sentiamo aprirsi la nostra vita di tutti i giorni a questo ospite nuovo che è la laicità, perché la laicità è il desiderio di essere sé stessi, che l’uomo porta scritto nel suo cuore, e allora? Allora ci si incontra, ci integra, ci si corregge insieme, è l’immagine di Havel che va ad incontrare Giovanni Paolo II alla scaletta per scendere dall’aereo, ed il Papa che scende dalla scaletta per incontrare Havel è l’icona di quello che è stato vissuto 30 anni fa, di quello che rischia di essere dimenticato se i cristiani non sono fedeli alla loro identità e i laici non sono fedeli alla loro identità e quindi si rassegnano a vivere in questo mondo di menzogna, molto più raffinato e molto più prepotente, molto più pervasivo di quando si sentivano come ricorda Solgenitzin in alcuni passi indimenticabili: quando si sentivano di notte i passi di quelli che andavano a prendere i prigionieri, ad arrestare i dissidenti e a portarli in galera e in ogni piano lui diceva, non si è fermato da me, almeno questa sera. È infinitamente più raffinata la crudeltà di oggi è infinitamente più raffinata questa pressione sull’intelligenza e sul cuore che ci impone un ideologia dominante che è indiscutibile può decidere che si possa ammazzare una persona perfettamente viva, come Eluana Englaro, perché la cattiva scienza e la cattiva magistratura si sono intese. Mi spiego? E magari un discreto numero di preti di Udine hanno mandato un messaggio perché fosse riconosciuto al Eluana il diritto ad una morte dolce. In questa pervasione terribile bisogna che i cristiani siano cristiani veri, i laici siano laici veri, questo rende più gustosa l’esistenza, rende più grande l’amicizia e forse fa sperare in un domani diverso, quel domani che Giovanni Paolo II ha identificato con il termine indimenticabile per me di Civiltà della Verità e dell’Amore. Questa è la sfida di oggi. È possibile viverla oggi? La mia esperienza personale mi fa dire a voi che è più possibile oggi che 30 anni fa, e siamo maturati anche nel sacrificio, e siamo maturati anche nella fatica e addirittura i nostri limiti ed i nostri errori, che conosciamo bene, ci educano. Perché come dice la liturgia ambrosiana più potentemente cattolica di quella romana, e parlo contro il mio interesse, nella liturgia ambrosiana si dice che nelle prove il cristiano, la chiesa è chiamata a contemplare la misericordia operosa di Dio che lo cambia e attraverso lui cambia il mondo.
Grazie.

Stefano Spinelli (moderatore)
Io vorrei tornare un attimo brevemente a Luigi Geninazzi, perché probabilmente questo libro è stato l’ispirazione anche della “Rivoluzione di velluto”, quella rivoluzione non violenta, incredibile per certi aspetti, e quindi volevo chiedere quale è stata la novità che ha permesso questo e soprattutto se Giovanni Paolo II e la Chiesa ha inciso in questa situazione. Io ricordo perché ero presente 10 anni prima, nel ’78, disse: “Non abbiate paura” – soprattutto rivolto ai giovani. C’è stata un’azione anche della Chiesa che ha portato a questa rivoluzione?
Grazie.

Luigi Geninazzi
Ma se permettete io vorrei ricordare la “Rivoluzione di velluto” da un punto di vista che non è molto noto. Ed è quello che mi ha detto Josef Zverina, non so se ai più vecchi questo nome dice qualcosa, cioè il teologo più grande ceco, amico di Don Francesco Ricci, l’autore della “Lettera ai Cristiani di occidente”, in cui ci rimproverava di non solo dimenticare i fratelli d’oriente, ma di aver preso una via che non riguardava la verità dell’uomo e la verità del messaggio cristiano. Allora mi raccontava prima dell’’89 questa leggenda popolare, molto diffusa in Cecoslovacchia, relativa a Sant’Agnese, forse qualcuno di voi la sa. Sant’Agnese principessa di Boemia che rifiutò tutti i fidanzamenti, le convenienze regali e si mise a seguire la vita monastica, dedicandosi ai poveri, ai lebbrosi. Zverina diceva, era una persona umile, nobile, ma molto testarda, un po’ come noi cechi, diceva lui ridendo. La leggenda dice che subito dopo la morte nel Medio Evo, di Sant’Agnese, c’è stata la sua beatificazione, però per vari motivi la canonizzazione non arrivava mai. Dal 200 sono passati i secoli è rimasta beata. La leggenda è che Agnese non aveva fretta, prima o poi sarebbe diventata Santa, e quando la sua Santità verrà ufficialmente riconosciuta dalla Chiesa, succederanno cose prodigiose. Così mi raccontava Zverina. Ora pensate che all’inizio del 1989 Giovanni Paolo II annuncia la canonizzazione di Sant’Agnese di Boemia, fissando la cerimonia per il 12 novembre dello stesso anno. Probabilmente il Papa Polacco, Papa slavo, sapeva di questa leggenda, però neppure lui credo potesse immaginarsi cosa sarebbe successo. Il 12 novembre 1989 a Roma si ritrova il Cardinale Tomaschek, grande nemico del regime comunista cecoslovacco, per la prima volta tanti preti e fedeli possono uscire dalla Cecoslovacchia e andare a Roma, in un clima incredibile, non solo per la festa della canonizzazione, ma perché tre giorni prima era crollato il muro di Berlino, e quindi c’era già un miracolo, Sant’Agnese aveva già fatto un miracolo. Ma tutti capivano che quel miracolo lì era destinato ad allargarsi e a toccare soprattutto la terra boema. Tant’è che arrivando a Roma, ai giornalisti Tomaschek dice: “Sono sicuro che qualcosa di prodigioso succederà”. Cinque giorni dopo il 17 novembre inizia una grande protesta per ironia della sorte una protesta per commemorare uno studente ucciso dai nazisti, ma i comunisti erano così ottusi e stupidi che invece di tirarla a loro favore l’hanno repressa violentemente così il ricordo di uno studente ucciso dai nazisti è diventato la scintilla per una rivolta degli studenti contro il regime comunista.
La rivoluzione di velluto, proprio perché come ricordava Monsignor Negri non si è rotto neanche un vetro, è andata avanti ed ha avuto il punto culminante quando il 24 novembre, riprendendo la cerimonia di canonizzazione in Vaticano, il Cardinale Tomaschek, l’ha voluta rifare a suo modo, e nel pomeriggio di quella cerimonia c’è stata un'altra grande manifestazione.
Voglio leggervi semplicemente cosa disse in quell’occasione il Cardinale Tomaschek, perché questa è la premessa di quella Rivoluzione di velluto:
“La nostra cara patrona non ha cessato di essere con il suo popolo nell’ora dell’umiliazione (perché c’era stata una dura repressione) e della gloria”. - Dice l’anziano prelato nella cattedrale di San Vito, sulla collina di Praga – “Non posso tacere come Primate nel momento in cui tutti vi siete uniti in questa grande protesta contro le ingiustizie. Non possiamo fidarci di un potere che si fonde sulla menzogna e che neghi i diritti della libertà, vi esorto a continuare nella lotta con metodi buoni e senza violenza”.
È così che ha vinto la Rivoluzione di velluto, pochi giorni dopo Havel appena uscito di galera qualche mese prima viene osannato da decine di migliaia di persone in Piazza San Venceslao, al suo fianco c’è un prete, anche lui firmatario di Carta 77. E il potere comunista è stato incapace, per fortuna, di reagire, ha capito che con la forza non poteva far niente. E un parlamento, pensate, dominato al 99% dai comunisti, ha votato lo scioglimento del Partito Comunista e la nomina a Presidente della Repubblica di un ex galeotto come Václav Havel.
E questo è stato il miracolo. Come ricordava Monsignor Negri quel bellissimo discorso che Havel fece quando il Papa arrivò nel 1990, l’anno dopo, quasi di corsa per celebrare questa Rivoluzione di Velluto.
“Non so se so che cos’è un miracolo, ma so che in questo momento stiamo vivendo un miracolo”. Vedete Havel è un laico non è un credente ma quando gli ho parlato in varie occasioni soprattutto la prima volta, mi ha dato l’impressione di un’anima naturale per Cristo. Un’anima naturale cristiana perché quando gli ho chiesto: ma lei non crede in Dio, ma a che cosa crede? Allora lui mi disse: per me Dio è il maestro dell’attesa mi apre a delle possibilità e poi mi giudica. E io dissi: ma questo è un atto di fede, uno che dice queste cose e pensate, questo suo sentimento poche settimane prima di morire lui fece un intervista alla televisione insieme al Cardinale di Praga Duka, ecco, che c’è lì, e poi gli ho chiesto, leggetela perché è bellissima, e loro erano in prigione assieme, e il Cardinale Duka dice che gli aveva confessato che proprio, siccome nel 2011 c’era un altro anniversario, sapete che i popoli slavi amano gli anniversari, un altro anniversario di Sant’Agnese di Boemia, in uno dei suoi ultimi scritti Václav Havel scrisse:
“Cara Sant’Agnese grazie per aver steso la tua mano a proteggerci nel novembre 1989, per favore, continua a proteggerci, continua a tenerla pronta su di noi, che forse ne avremo ancora bisogno”.
Parlava di sé, parlava della Repubblica Ceca, ma credo che parlasse di tutti noi. Ed io credo che questa sua testimonianza è veramente una testimonianza religiosa, come disse Giovanni Paolo II quando ascoltò alla televisione il primo discorso di Capodanno del 1990 del neo presidente Václav Havel, insediato in un clima di festa, molto spontanea. Pensate che io mi ricordo che c’ero, i suoi amici gli regalarono un gigantesco spazzolino, il perché? Per ricordare gli anni in cui era in galera, quando uno andava in galera, l’unica cosa che poteva portarsi dietro di personale era lo spazzolino da denti. Quindi questo ex galeotto divenuto presidente fece un discorso dicendo: io non vi voglio dire bugie, io sono un supplente della politica, mi trovo qui perché i politici hanno dato cattiva prova di sé, non hanno trovato nessuno e si sono affidati ad uno scrittore, un drammaturgo, quindi non voglio raccontarvi bugie, io vi invito ad andare avanti insieme, avremmo momenti difficili, dovremmo ricostruire l’economia non dovremo perdere la nostra unità, dobbiamo essere capaci di amore e di perdono. Giovanni Paolo II quando sentì questo discorso alla televisione disse: ma questo non è un politico, questo è un cristiano che parla della nostra verità. E credo che questo sia il più bel significato, quando tu mi hai chiesto di ricostruire quale è stata la Rivoluzione di Velluto, è stato questo.

Stefano Spinelli (moderatore)
Farei un ultima domanda a Monsignor Negri per tonare agli aspetti con l’analogia con il mondo di oggi, in particolare anche oggi c’è una sorta di rassegnazione dell’uomo di fronte al potere e ai suoi funzionamenti, no? Sia a livello economico che a livello culturale, antropologico. Basti pensare ai mercati, o al potere anonimo dello spread. Oppure alle lobby che portano avanti nuovi diritti, nuove conquiste o quant’altro. Oppure ancora alla manipolazione dell’uomo dal punto di vista della tecnica, ecco. Di fronte a questa rassegnazione io vedo come due modi di reagire, da una parte c’è l’indignazione, ci si indigna di fronte ad un potere esercitato in un certo modo, dall’altro si rischia di ridurre tutto a moralismo o a giustizionalismo. Cosa ci può dire Havel oggi in questa situazione, qual è la differenza della prospettiva di Havel.

Monsignor Luigi Negri
Io ho avuto una certa polemica sull’indignazione, una volta che dissi che l’indignazione non è una virtù cristiana, ed un Vescovo emerito della nostra Repubblica mandò una lettera in tutti i siti in cui più o meno mi redarguiva. Io credo che quello che Havel ci insegna è che non ci si può fermare alle reazioni istintive. L’uomo non è una realtà che reagisce. Un altro dissidente, credo polacco, più o meno nel periodo di Havel aveva scritto una serie di saggi pubblicati anche quelli da Cseo, di quell’edizione arancione, in cui diceva che l’uomo rischia di vivere nei bassi fondi, dai quali non esce se non per delle reazioni istintive di benessere o di rifiuto. Non questa la società, non siamo in balia degli istinti che addirittura abbiamo chiamato, l’ideologia che ci domina ha chiamato diritti. Viviamo in una situazione dove i nostri istinti, anche quelli più biechi, anche quelli deviati, anche quelli disordinati, come dice il catechismo della Chiesa cattolica, per esempio l’omosessualità, vengono riconosciuti come diritti supremi. Allora la strada non è la reazione. La reazione contrappone ad un ideologia un'altra ideologia. La strada è la testimonianza. La testimonianza all’amore o alla gratuità delle cose, dell’essere, che sta a prescindere da qualsiasi pressione che riceviamo. Ecco io credo che la rassegnazione non è vinta da riforme, la rassegnazione è vinta se uno ha un motivo adeguato per impegnarsi con la vita. È il motivo adeguato per impegnarsi con la vita è sentire il fascino di questa gratuità dell’essere, di questa meraviglia dell’essere, di questo stupore della realtà come diceva Don Giussani in alcune pagine indimenticabili del “Senso religioso”. Io credo che occorra fare questa strada rendendosi conto che la testimonianza può diventare martirio. Mi spiego, ricordo un grido, non mi ricordo in che contesto, quando il Papa Giovanni Paolo II verso la fine del suo pontificato ad un certo punto gridò: “Vogliono toglierci il diritto di essere martiri”. Perché tutto annega in un conformismo che sembra implacabile, sembra che non possa essere messo in crisi, ma se si pensa che il regime di qualsiasi tipo sia possa essere messo in difficoltà soltanto da un altro “regime” è finita.
La Chiesa non ha un ideologia sua da contrapporre al mondo. La Chiesa ha una vita. È la vita di un popolo che mangia e beve, beve e dorme, vive e muore, ha la densità del mangiare, del bere, dell’amore dell’uomo per la donna, per i figli, è un umanità diversa. Questa è la vittoria che vince il mondo. La nostra fede. Ma insieme alla nostra fede c’è la fede di uomini come Havel, di questi laici che hanno vissuto anch’essi, che hanno cominciato a vivere anch’essi il grande fascino dell’esistenza che nel momento in cui è sentita ed assecondata ci porta già oltre noi stessi. L’uomo supera infinitamente l’uomo, 2, 3, 4, 10, 20, 1000 volte, in qualsiasi condizione. Io ricordo la prima volta che vidi il Cardinale Vlk, che poi divenne il Cardinale di Praga. Era un prete clandestino, perché non aveva più ricevuto, da un certo momento in poi, il permesso statale che ci voleva per poter dire la Messa. Mi portò in un grande albergo per stranieri, mi portarono dove c’era l’addetto alle caldaie. Semibuio, si vedeva un gruppetto di gente vestita con le tute, che mi sembrava dicessero il rosario. E in mezzo c’era uno un po’ più anziano degli altri, con i capelli diradati. Alla fine del rosario mi sono presentato e lui disse: sono padre Vlk, ma non tenti di ripetere il mio cognome perché è impossibile (3 consonanti). Davanti ad uno così ho detto: questi 3 o 4, 5, 10, se vanno fino in fondo alla loro esperienza che adesso è dire il rosario vicino alle caldaie, chissà Dio dove li porterà, può portarli a crepare in un campo di concentramento, può portarli a cambiare la situazione sociale del loro paese, il futuro, il successo nelle mani di Dio. Don Giussani nel primo dei due volumi sulla Chiesa, quando passa in rassegna l’inizio del degrado laicista, dice che l’uomo moderno, soprattutto all’inizio tra umanesimo e rinascimento, lui è per la gloria, lui è per la fama, lui è per il successo. Il significato della sua vita è dato da quello che ottiene, poi ci sono tante circostanze in cui il successo non viene, o venuto se ne scompare, fa lì l’esempio del Valentino che nel momento in cui morì il padre che era il Papà lui era malato e non aveva calcolato che tutto finiva lì. Ma Giussani dice: “Noi, noi, viviamo per il merito e il merito è vivere per Cristo o vivere per la gratuità dell’essere. È vivere per un altro. È questo che assicura il successo”. I padri del Concilio di Trento che tanti teologi vorrebbero addirittura cancellare dall’elenco dei Concili, perché non è stato sufficientemente aperto, hanno dichiarato dogma di fede che l’uomo che vive la fede e la carità merita il Paradiso. Cioè realizza pienamente la sua umanità, arrivando a fare esperienza della nobiltà della vita umana e cristiana che solo Gesù Cristo ha vissuto per sé e rende possibile a tutti quelli che lo seguono.
Io credo che bisogna battere la strada che ho cercato di richiamare prima, evocando la testimonianza di Havel, senza preoccuparsi delle conseguenze. Le conseguenze le ha in mente Dio. Ci sono momenti in cui le conseguenze hanno avuto il volto del successo, il grande e sano influsso che il cristianesimo ha avuto nei grandi secoli della civiltà cristiana e medioevale, spero che leggiate ancora i libri di Dawson, e ci sono stati momenti in cui non ha avuto il volto del successo, ma ha avuto il volto del campo di concentramento, per Kolbe, ecc. Ha il volto di questi 100.000 cristiani che ogni anno vengono martirizzati da questo mondo post-moderno che certamente è più cannibalico che l’antico mondo totalitario. Il presente è nelle mani della libertà che dice: “Signore io ci sto, fa di me quello che vuoi”. Il futuro è nelle mani della grazia di Dio. San Barnaba che abbiamo festeggiato in questi giorni, di San Barnaba la liturgia dice una cosa straordinaria: pieno di Spirito Santo e di Fede. Tutti noi abbiamo lo Spirito Santo, perché tutti noi siamo stati coinvolti nel mistero di Cristo, ma dicevo, alla messa, anch’io, una piccola Santa Marta, in cui dico messa alle 8, dicevo: Come fa ad attecchire lo Spirito? Se c’è la fede. Non facciamo come San Barnaba perché abbiamo lo Spirito come lui, ma invece di agire corrispondentemente allo Spirito che abbiamo ricevuto, viviamo come se lo spirito non ci fosse. E se non c’è lo Spirito di Dio, non c’è lo Spirito Santo, Francesco ha detto in uno dei suoi primi interventi: “Se non c’è lo Spirito di Cristo c’è lo spirito del Diavolo”. Allora questa è la strada. Siamo cristiani fino in fondo, aiutiamo i nostri fratelli laici ad essere laici fino in fondo, succederà quello che deve succedere. Certamente, certamente, anche nelle prove dell’esistenza vedremo il volto della Misericordia di Dio che ci salva e ci riedifica continuamente.
Per quanto riguarda Sant’Agnese di Praga, grande Santa, come hai detto tu, val la pena di ricordare, che è stata anche una delle prime discepole di Santa Chiara di Assisi, perché è stata la fondatrice delle Clarisse, quindi c’è un legame profondo fra loro e noi, perché come diceva Pio XI, beatificando e poi canonizzando Santa Chiara, che è stata la più Santa delle italiane e la più italiana delle Sante.
Grazie.

Stefano Spinelli (moderatore)
Bene, io ringrazio i nostri ospiti per la testimonianza che ci hanno dato. Se prendete il libro che troverete naturalmente in fondo, vi invito a leggere l’ultima pagina perché è l’ultima pagina e di solito non si legge, ma c’è una cosa che mi ha colpito molto ed è tratta da diario di Havel del 5 dicembre 2005 e dice così:
“Invece mi importa, convinto che la mia esistenza abbia increspato la superficie dell’essere. Che dopo la mia piccola onda, così limitata, insignificante e fugace, sarà diverso da prima e per principio rimarrà diverso per sempre”.
Ve lo indico perché invece di essere nella prima pagina è nell’ultima e ne vale ugual la pena.

Monsignor Luigi Negri
Non voglio darvi un avviso, dopo mi pare ci sia una sfilza di avvisi. Voglio raccomandarvi alla lettura del volume dedicato a Don Francesco Ricci del Convegno che la Fondazione Giovanni Paolo II, fondata 7-8 anni fa a San Marino, ha celebrato 2 anni fa, perché credo che pochi libri ci diano la chiave di lettura anche per valutare una realtà come quella di Havel. Siccome ci siamo sacrificati perché questo convegno fosse tenuto e riuscisse, il testo è veramente uno strumento straordinario per un incontro oggi. Perché noi dobbiamo sempre incontrare i Santi che ci hanno preceduto. Diceva la Didaché, su cui Don Giussani ci ha fatto meditare tanti anni fa, preoccupatevi di contemplare ogni giorno il volto dei Santi e trarrete conforto dai loro discorsi. Ci sono libri leggendo i quali uno continua il dialogo con coloro che ha conosciuto nella Santità comune del popolo di Dio.

(trascrizione a cura degli organizzatori e non rivista dai relatori)



 

 

 

A cura della segreteria della Senatrice Laura Bianconi
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