Laura Bianconi Vicepresidente dei Senatori del Gruppo PDL
Newsletter n. 192 del 10 settembre 2013

In Commissione
AFFARI COSTITUZIONALI
Riforma elettorale
GIUSTIZIA
Responsabilità disciplinare dei magistrati
AFFARI ESTERI
Audizione del Vicepresidente della Commissione Europea Antonio Tajani in relazione al prossimo Consiglio Europeo sulla Difesa
BILANCIO
Rendiconto 2012
Assestamento 2013
ISTRUZIONE PUBBLICA
Decreto legge valore cultura
AGRICOLTURA
Semplificazione in materia di agricoltura
Riforma AGEA
IINDUSTRIA, COMMERCIO, TURISMO
Decreto legge valore cultura
SANITA’
Indagine conoscitiva inquinamento ambientale e incidenza tumori
GIUNTA ELEZIONI E IMMUNITA’ PARLAMENTARI
Verifica delle elezioni della regione Molise

In Aula
Rendiconto generale dell'Amministrazione dello Stato per l'esercizio finanziario 2012
Disposizioni per l'assestamento del bilancio dello Stato e dei bilanci delle Amministrazioni autonome per l'anno finanziario 2013


GIUNTA ELEZIONI: SU CASO BERLUSCONI UNA FRETTA INCOMPORENSIBILE
“Una fretta incomprensibile e il sospetto di una congiura politica”.
Così la senatrice Laura Bianconi, alla ripresa dell’attività del Senato, commenta la prima riunione della Giunta per le Elezioni e le Immunità parlamentari. “La relazione del senatore Augello – continua Laura Bianconi – richiamava innanzi tutto la Giunta a fare chiarezza di alcune problematiche legislative su cui nei giorni scorsi avevano avanzato dubbi autorevoli studiosi e anche politici che non possono certo essere annoverati tra i sostenitori di Silvio Berlusconi. Invece la maggioranza della Giunta ha deciso per un’accelerazione dei lavori che fa prevedere una votazione in tempi così rapidi da escludere l’acquisizione di pareri autorevoli quali quello della Corte Costituzionale o della Corte di Giustizia di Bruxelles. Il Pdl – conclude Bianconi – anche in questa derimente circostanza ha cercato la via del dialogo e del confronto sui contenuti ma, purtroppo si è trovato di fronte a posizioni prese indipendentemente dall’analisi dei documenti che pure dovrebbero essere esaminati. Tutto è in corso in queste ore e mi auguro che per il bene del Paese si trovi la volontà di percorrere la strada del confronto”.

BUONE NOTIZIE (1): BORSE DI STUDIO E ASSUNZIONI PER LA SCUOLA
Ieri il Consiglio dei Ministri ha dato il via libera al Decreto legge del Ministro Maria Chiara Carrozza che destina circa 400 milioni di euro alla scuola. Tanti sono i punti su cui il Governo ha deciso di investire: dal’aumento del Fondo per le borse di studio universitarie ai libri di testo, dalle misure per contrastare l’abbandono scolastico, all’orientamento scolastico, a norme ancora più stringenti in materia di fumo. Soprattutto saranno immessi in ruolo 26 mila insegnanti di sostegno. “Si tratta di un decreto importante che seguirò con grande interesse quando il Senato ne inizierà la discussione – ha dichiarato la senatrice Laura Bianconi – soprattutto è la prova di come il Governo Letta, nato per avviare una stagione di pacificazione che affrontasse i temi cruciali del Paese deve essere messo nella condizione di continuare la sua mission senza rispolverare, per tornaconto elettorale, quelle contrapposizioni che così tanto hanno nuociuto al Paese”.

BUONE NOTIZIE (2): LIBERATO DOMENICO QUIRICO
La liberazione di Domenico Quirico, giornalista della Stampa rapito in Siria e tenuto prigioniero per 152 giorni, riempie tutti di gioia, è la fine di un incubo che ha messo a dura prova il giornalista stesso e la sua famiglia che ha trascorso questi mesi in trepidazione”. Così la senatrice Laura Bianconi in merito al ritorno a casa del giornalista italiano.


Qualche anno fa l’estate era veramente tempo di ozio in cui problemi e le tensioni venivano sospesi. Negli ultimi anni non è più così e questa estate si può dire che la politica non sia mai andata in ferie , con il dibattito interno sempre concentrato sulle vicende di Silvio Berlusconi e sul congresso permanente del PD. Ma anche sul fronte internazionale non sono mancate le emergenze con l’acuirsi della crisi siriana e il rischio di un conflitto che infiammasse ulteriormente la tormentata area del Medio Oriente. Tante proposte, ma un asola di vero realismo: quella del Santo Padre Francesco che venerdì scorso ha richiamato tutti ad un gesto simbolico, e per questo concreto, per la pace.

IL VATICANO E IL REALISMO DELLA PACE
Le grandi e meno grandi potenze che potrebbero avere un ruolo nel mettere fine alla spaventosa guerra civile siriana cercano, nell’attuale situazione, di perseguire i propri interessi, sia strategici sia economici. Ma in realtà sembrano tutte incapaci di elaborare e soprattutto attuare una linea che non sia contraddittoria e soprattutto si riveli efficace.
Questo è vero soprattutto per gli Stati Uniti, dove un Presidente riluttante si vedrà costretto a fare ricorso a un intervento che già si sa non risolutivo, ma le cui ripercussioni potrebbero essere incontrollabili. Ma è vero anche per la Gran Bretagna, dove il Parlamento, che non ha dimenticato le imbarazzanti falsificazioni alla base dell’intervento in Iraq, ha messo il proprio veto a una partecipazione britannica a un attacco alla Siria, mentre il Presidente francese Hollande si trova spiazzato, nella sua linea della fermezza che ha oltrepassato anche l’amministrazione americana, di fronte ai dubbi di un’opinione pubblica che nella sua grande maggioranza non coltiva sogni di grandeur e non condivide certo gli entusiasmi militar-umanitari di Bernard Henri Lévy. La Turchia di Erdogan, partita lancia in resta contro il regime di Assad nella convinzione che lo scontro si sarebbe presto concluso con la sua sconfitta, può solo optare per una fuga in avanti e si dice pronta – ma c’è da chiedersi con quanta reale convinzione – a fare parte di una “coalizione dei volenterosi” se dovesse partire un attacco americano.
Unico dirigente a non mostrare incertezze, a non dovere fare i conti con insolubili dilemmi, è Vladimir Putin. La crisi siriana sembra anzi avergli dato l’0ccasione di riaffermare il protagonismo russo sulla scena internazionale perso con la fine dell’Unione Sovietica. Ma anche per Putin la situazione è complessa, perché se è vero che gli risulta irresistibile sfidare e provocare Washington (non solo sulla Siria, anche su altri temi come il caso Snowden), sarebbe fargli torto pensare che, freddo politico qual è, il suo disegno sia quello di un assurdo e insostenibile remake della Guerra Fredda.
Come sempre accade nelle guerre civili, le parti che si affrontano da due anni in Siria non stanno lottando per il perseguimento di finalità politiche, ma per la stessa sopravvivenza. Individui e gruppi etnico-religiosi sentono di non potersi permettere di perdere. Di qui la ferocia, la caduta di quelle regole che dovrebbero imporre limiti anche agli scontri armati più aspri. Le valutazioni di scienziati ed esperti militari fanno pensare che l’uso delle armi chimiche sia da attribuire ad Assad, ma nessuno dovrebbe sorprendersi se (come sostenuto già qualche settimana fa da Carla Del Ponte) venisse confermato che anche i ribelli le abbiano in qualche caso usate, seppure sulla scala ridotta consentita dai razzi rudimentali di cui dispongono. Nessuno oggi in Siria ha alcuna remora, né legale né morale. Per questo stesso motivo suona poco convincente la motivazione che Obama, attento a non lasciare aperta la strada a un intervento massiccio, ha dato alla prospettiva di un uso della forza militare contro Assad: la punizione per l’uso delle armi chimiche e, soprattutto, la deterrenza contro il ripetersi di questo tipo di impiego. Chi lotta per la sopravvivenza non è sensibile alla logica razionale della deterrenza.
Ma se le forze interne non sono disposte ad accettare liniti e le forze esterne sono perplesse e preda di contraddizioni, quali sono le prospettive per quel povero Paese e per quelle povere popolazioni?
E’ su questo sfondo che si situa l’iniziativa di Papa Francesco – un’iniziativa di alto profilo morale e anche mediatico (la proposta del “digiuno per la pace” ha colpito l’opinione pubblica e suscitato ampie adesioni anche al di là della cerchia dei fedeli) il cui senso è quello di un richiamo, rivolto a tutti, alla responsabilità e alla comune umanità.
Un messaggio alto, di cui sarebbe un errore sottovalutare il senso politico. C’è da pensare che nessuno voglia ripetere la cinica domanda di Stalin: “Ma quante divisioni ha il Papa?” Fra l’altro, se vogliamo essere davvero realisti, dovremmo costatare che i Segretari del Pcus sono un ricordo del passato, i Papi ci sono ancora.
Non si può certo dire che l’appello di Papa Bergolgio sia una novità nella storia della Chiesa. Viene anzi in mente il discordo di Papa Benedetto XV in cui, il 1 agosto 1917, in pena Prima Guerra Mondiale, la sua voce si levò – in un momento in cui i cattolici europei si stavano uccidendo reciprocamente sui campi di battaglia sotto le bandiere dei rispettivi Stati – contro “linutile strage”. Quello stesso Benedetto XV, che solo tre anni dopo, pubblicava l’enciclica “Pacem Dei Munus” (la pace come dono di Dio).
Eppure il messaggio di Papa Francesco è anche nuovo, originale. Lo è innanzi tutto per la sua figura, per il suo modo di esprimere con una naturalezza insolita per un sommo pontefice le verità del messaggio cristiano. Vi è poi un altro elemento di estrema importanza, che ci ricorda i motivi per cui i cardinali, riuniti in Conclave, hanno scelto un latinoamericano. Lo hanno fatto dopo la fine prematura di un pontificato, quello di Ratzinger, ad un tempo “europeo” ed “intellettuale”. Cattolico vuol dire universale, e proprio nell’accentuare questa universalità – per quello che è e per quello che dice (e come lo dice) – Papa Bergoglio segna anche nel terreno della politica internazionale il tentativo, direi urgente per l’istituzione, di sfuggire a una caratterizzazione della Chiesa Cattolica come sostanzialmente europea ed intellettualmente elitaria nella sua cultura dominante e soprattutto nelle sue più alte gerarchie.
Papa Francesco ha dalla sua parte anche una grande verità storica, quella delle origini medio-orientali della sua fede, una fede derivata dall’ebraismo e diffusasi in Oriente molto prima che in Occidente. Ma qui, oltre alla forte preoccupazione per la pace, il Papa e la Chiesa ne hanno anche un’altra ad essa intimamente associata: il destino delle comunità cristiane d’Oriente, che potranno sopravvivere colo con la pace e nella pace. Senza la pace, infatti, esse sono poste di fronte all’insolubile dilemma fra il sostegno a dittature laiche che hanno storicamente permesso la loro sopravvivenza e il trionfo di un islamismo militante che li vede come corpi estranei da sopprimere o espellere da società rese omogenee nell’Islam.
Il pluralismo religioso del Medio Oriente - bene che dovremmo tutti cercare di preservare, e non solo per i cristiani – è solo compatibile con la pace, il compromesso, il dialogo. Non certo con la difesa feroce, tribale, dei propri correligionari contro “gli altri”, una difesa che spesso parte da intenti difensivi ma che poi si stravolge inevitabilmente convertendosi in ferocia. Ricordiamo la quindicennale guerra civile libanese, dove gli estremisti cristiani non erano secondi a nessuno nella violenza indiscriminata (non dovremmo mai dimenticare il massacro di Sabra e Shatila).
L’incertezza dell’America, e non solo dell’America, deriva soprattutto dalle dure lezioni della storia recente che, dall’Afghanistan all’Raq alla Siria, ha dimostrato i limiti oggettivi dell’uso della forza, anche di quella usata in teoria a servizio di nobili cause come la difesa dei diritti umani.
Vi è da pensare che con la sua iniziativa Papa Francesco – forte solo del suo soft power morale – possa contribuire ricordare a tuti proprio questo: che l’orizzonte della forza, abusivamente come unica dimensione realista di fronte alla radicalità delle contrapposizioni, è limitato e spesso controproducente, e che il realismo vero è quello della pace.
(Roberto Toscano – La Stampa, venerdì 6 settembre 2013)

 

 

 

A cura della segreteria della Senatrice Laura Bianconi
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