Laura Bianconi Vicepresidente dei Senatori del Gruppo PDL
Newsletter n. 213 del 28 gennaio 2014

In Commissione
AFFARI COSTITUZIONALI
Finanziamenti dei partiti
Rifugiati
Permesso unico di soggiorno
Accademia europea di Polizia
GIUSTIZIA
Tratta esseri umani
Contrasto omofobia e trans fobia
Amnistia e indulto
AFFARI ESTERI
Comunicazioni del Governo sugli esiti del Consiglio Europeo del 19 e 20 dicembre 2013
Audizione del Vice ministro degli affari esteri, Marta Dassù, sul processo di riorganizzazione della rete diplomatico-consolare
BILANCIO
Disposizioni finanziarie enti locali, infrastrutture, calamità
Delega fiscale
Finanziamento dei partiti
FINANZE E TESORO
Finanziamento dei partiti
Proroga termini
Delega fiscale
Cooperazione amministrativa nel settore fiscale
ISTRUZIONE PUBBLICA
Modalità nomina e elezioni componenti CNAM
LAVORI PUBBLICI, COMUNICAZIONI
Riforma legislazione portuale
Ratifica accordo Italia-Francia realizzazione linea ferroviaria Torino-Lione
AGRICOLTURA
Promozione dei prodotti agricoli sul mercato interno e nei paesi terzi
SANITA’
Assistenza transfrontaliera (rel. Bianconi)
Codice medicinali per uso umano
Farmacovigilanza
Indagine conoscitiva caso Stamina (audizioni Aifa e Nas)
Malattie rare
Autismo


In Aula
Modifica dell'articolo 416-ter del codice penale, in materia di scambio elettorale politico-mafioso
Proroga termini
Mozione n. 182, Lanzillotta, sul sostegno alle città candidate a Capitale europea della cultura 2019
Finanziamento dei partiti
Disposizioni finanziarie enti locali, infrastrutture, calamità
Reato di negazionismo
Interrogazioni a risposta immediata ai sensi dell'art. 151-bis del Regolamento al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo



LEGGE ELETTORALE: LAURA BIANCONI CHIEDE PARITA’ PER LE DONNE E PREFERENZE
E’ iniziato alla Camera dei Deputati il cammino della riforma elettorale. “Una riforma che - come sottolinea la senatrice Laura Bianconi, vicepresidente vicario del Gruppo Ncd – potrà essere veramente storica se i leader di partito, i parlamentari, sapranno cogliere la sfida di un’autentica parità tra i generi. La proposta presentata è deludente e insufficiente per quanto riguarda l'equità della rappresentanza di genere, questa – continua Laura Bianconi – non è una battaglia di genere, una battaglia al femminile, è invece una battaglia di uguaglianza e civiltà che uomini e donne devono affrontare insieme. Mi auguro che i colleghi di Camera e Senato condividano questa priorità facendo sentire anche la loro voce e le loro proposte per modificare il testo. Il testo adesso all’esame si limita a sancire una parità di presenza femminile e maschile nelle liste, ma non incide su una effettiva parità di elette ed eletti. Senza correttivi si rischia di dar vita a un’operazione solo di facciata, incapace di produrre un effetto reale e realmente paritario”. Ma questo non è l’unico punto su cui pone l’attenzione la senatrice Laura Bianconi: “In materia elettorale le proposte dell’Ncd sono chiare, la soglia di sbarramento, il risultato da cui scatta il premio elettorale e soprattutto la preferenza non sono per noi semplici opzioni. La finalità della legge elettorale è quella di garantire la democrazia e favorire la partecipazione dei cittadini non quella di salvaguardare gli interessi di questa o quella parte politica. Per questo – conclude Bianconi – come Ncd continueremo la nostra battaglia per una legge veramente rispettosa della volontà dei cittadini”.

SCAJOLA E DE GIROLAMO, GARANTISMO SEMPRE
Due vicende diverse, con percorsi diversi. Da un lato l’assalto mediatico-politico all’onorevole Nunzia De Girolamo, dimessasi dall’incarico di ministro dell’Agricoltura in seguito alla divulgazione di registrazioni effettuate senza autorizzazione nella sua abitazione. Dall’altro la conclusione, con assoluzione, del processo all’onorevole Claudio Scajola per la nota vicenda dell’appartamento a Roma. “Entrambi i casi – sottolinea la senatrice Laura Bianconi – sono accomunati dalla mancanza di quella cultura garantista che è parte integrante del dna del centrodestra. Si scaglia fango, si mettono alla gogna le persone, senza calcolare che prima che queste possano chiarire la propria posizione passano mesi se non anni. Per questo – conclude Bianconi – è importante che si diffonda sempre più la cultura del garantismo”.

CASO MARO’, BENE MISSIONE DI PARLAMENTARI ITALIANI
“Un gesto doveroso, per testimoniare la vicinanza ai nostri marò ancora trattenuti in India, peraltro senza che ancora sia stato formulato un capo di imputazione”.
Questa la posizione della senatrice Laura Bianconi riguardo la missione di parlamentari italiani che a New Delhi ha incontrato i due marò Latorre e Girone. “Sono quasi due anni che i nostri due militari vivono in una situazione di incertezza aggravata dal rischio di una pesante condanna – conclude Bianconi - E’ stato giusto che sentissero come la loro situazione e il loro ritorno a casa sia una priorità del Governo, del Parlamento e di tutti li italiani”.


Questa newsletter non poteva sottrarsi all’obbligo di dare spazio alla Giornata della Memoria, ricordo del 27 gennaio 1945, quando le truppe dell’Armata Rossa aprirono i cancelli del campo di concentramento di Auschwitz, liberando i prigionieri e scoprendo una delle più lucide follie dell’umanità. Per questo ci fa piacere segnale iniziative, come quella dell’associazione Valori e Libertà raccontata da Alessandro Rondoni, e riflessioni come quella di Valerio Capasa, pubblicata su Il Sussidiario. Non dimenticare richiede l’impegno personale di tutti. Buona lettura.

I VICINI SCOMODI
Da piazza Saffi a Forlì alla villa estiva di Riccione, fino al tremendo binario 21 per Auschwitz. È questa la storia di un ebreo di provincia, di sua moglie e dei suoi tre figli negli anni del fascismo. Il libro di Roberto Matatia racconta i tormenti, le emozioni e la tragedia di una famiglia sconvolta dall’emarginazione e dalla persecuzione, subite perché «per gli ebrei è sempre tutto così provvisorio e si stanno avvicinando tempi bui», da quel Carlino del settembre 1938 che annunciò il cambiamento del corso delle loro vite. “I vicini scomodi” (edizioni La Giuntina), il libro di 112 pagine di Roberto Matatia, è uscito alla vigilia del Giorno della Memoria anche per non dimenticare l’orrore della Shoah. Perché nella storia della sua famiglia ebrea, che l’autore, apprezzato imprenditore commerciale di Faenza, racconta, si ritrovano le emozioni e i drammi che sconvolsero le vite degli ebrei vittime dell’olocausto. Il protagonista del libro, presentato il 26 gennaio dall’associazione “Valori e Libertà” nella prestigiosa cornice della Biblioteca Malatestiana di Cesena, è Nissim Matatia, un ebreo greco romagnolo trasferitosi negli anni ‘20 a Forlì, dove con la sua attività di pellicciaio in piazza Saffi riesce a costruirsi una posizione economica e una vita decorosa insieme alla moglie Matilde e ai figli Beniamino, Roberta e Camelia. Ha comprato pure una villa di mattoni rossi a Riccione, in fondo a viale Ceccarini, a pochi passi dal mare, dove trascorre le vacanze estive con la famiglia e quelle dei fratelli. La casa però sorge proprio accanto a quella del Duce, villa Margherita, e con i “vicini” non vi sono problemi, tant’è che nelle allegre giornate estive i figli si frequentano e giocano insieme. Fino al 1938, anno in cui per gli ebrei in Italia le discriminazioni si fanno sempre più forti sino a toccare l’apice con le leggi razziali, quando i Matatia diventano i “vicini scomodi”. Nissim, che fino alla fine si illude che la situazione sia transitoria, viene però prima allontanato dall’Italia e rimandato a Corfù e poi costretto a vendere la villa. La sua famiglia poi si rifugia a Savigno, sull’appennino bolognese. Nissim riesce a tornare clandestinamente a Bologna e di là, vagando per varie città, riesce ad organizzare incontri fugaci con la moglie e i figli fino al 1943, anno in cui vengono arrestati e deportati ad Auschwitz. Ad emergere fra i personaggi, con le sue lettere all’amato Mario, è la giovane figlia Camelia, un carattere forte ed un’adolescenza che non riesce a sbocciare nella giovinezza. Una piccola donna che guarda al futuro ma che è costretta a conciliare la spensieratezza dell’età con la tragedia della storia e con le responsabilità di chi, in assenza del padre, deve assumere un ruolo di guida familiare anche perché la madre Matilde, sefardita di Smirne, ha la tipica dolcezza e desolazione di chi si abbatte davanti al dolore. Camelia invece guarda con occhi pieni di luce Mario, il fidanzatino cattolico bolognese, al quale indirizza lettere d’amore, le uniche che le danno forza nella certezza del buio che incombe. E proprio a lui consegnerà, come una sorta di testamento, le ultime parole struggenti prima di essere portata via dai tedeschi: «So di non avere nulla da rimproverarmi, se non di essere nata con un marchio disgraziato che nemmeno la scolorina del tempo potrà mai cancellare. E di questo io non ho colpa». Sarà quello stesso Mario, entrando nel suo negozio, a consegnare il prezioso carteggio all’autore che da quel momento in poi inizierà un lungo percorso alla ricerca della verità. Roberto Matatia ha raccontato se stesso, immedesimandosi nei personaggi, spiegando il percorso interiore e le circostanze di vita che lo hanno condotto a scrivere il libro con l’aiuto della moglie Silvia e delle figlie Ilaria ed Annalaura che gli hanno dato un prezioso supporto. La presidente di “Valori e Libertà” Maria Lucia Macagnino, che ha introdotto la presentazione, ha ricordato «l’impegno culturale dell’associazione e la necessità che la coscienza umana tragga insegnamento dalla storia». Nel suo saluto, la sen. Laura Bianconi ha denunciato «l’atto vile commesso a Roma, a due giorni dalla giornata della memoria, ai danni della comunità ebraica», cui sono stati recapitati tre pacchi con delle teste di maiale. «Il libro - ha osservato la senatrice - non è solo il racconto della storia di una famiglia, ma è la testimonianza di quello che è stato e di quello che potrebbe avvenire perché non siamo ancora del tutto immuni da questo».
(Alessandro Rondoni - Capogruppo in Consiglio Comunale a Forlì)
(già candidato Sindaco alle amministrative 2009)

LEVI E VITTORINI: LA STORIA NON E’ UNA PREDICA
La storia non è una predica: non insegna quello che non dovrebbe succedere, quello che non bisogna fare, ma incide a fuoco quello che è successo, quello che siamo (stati) capaci di fare. E non è detto che, come spesso si afferma retoricamente, conoscere gli errori del passato serva a non ripeterli: anzi, certi orrori potrei avere il cuore di piangerli, ma anche di commetterli.
Se la giornata della memoria fosse l'ennesima occasione per dividere il mondo in buoni (che ovviamente siamo noi) e cattivi (sempre gli altri), e magari per ergerci a inutili maestri, non faremmo memoria di niente; non ci scopriremmo addosso una triplice contemporanea commozione: per gli ebrei, per i nazisti e di riflesso per noi stessi, per quanto troviamo di noi nella somiglianza con questi ultimi e tra le lacrime per i primi.
Basterebbe leggere come Primo Levi ci mette in guardia dall'«esigenza di dividere il campo fra "noi" e "loro"», usando lo «schema» della «bipartizione amico-nemico». Va ammesso che «la storia popolare, ed anche la storia quale viene tradizionalmente insegnata nelle scuole, risente di questa tendenza manichea che rifugge dalle mezze tinte e dalle complessità incline a ridurre il fiume degli accadimenti umani ai conflitti, e i conflitti a duelli, noi e loro, gli ateniesi e gli spartani, i romani e i cartaginesi». Sulla base di «questo desiderio di semplificazione» presumiamo di leggere la tragedia di Auschwitz come se si trattasse di «un mondo terribile ma decifrabile», conforme al modello «"noi" dentro e il nemico fuori, separati da un confine netto»: mostri sono gli altri, mentre noi avremmo saputo cosa fare e da quale parte stare. Eppure Levi racconta che «l'ingresso in Lager era invece un urto per la sorpresa che portava con il mondo in cui ci si sentiva precipitati era terribile, ma anche indecifrabile: non era conforme ad alcun modello, il nemico era intorno ma anche dentro». Perfino nella normalità delle azioni quotidiane, molto prima degli eventi fatali, stazioniamo nella «zona grigia» della complicità col male: ci sentiamo legittimati a scagliare la prima pietra contro il colpevole di turno, ma in realtà «la sua ambiguità è la nostra, connaturata», sebbene «anche noi siamo così abbagliati dal potere e dal prestigio da dimenticare la nostra fragilità essenziale: col potere veniamo a patti».
Se qualche racconto o qualche film ci farà rabbrividire di vergogna e di pietà, ci chiederemo anche noi con Levi «se questo è un uomo». Ma Elio Vittorini alza il tiro, e in Uomini e no scoppia di domande: «L'uomo, si dice. E noi pensiamo a chi cade, a chi è perduto, a chi piange e ha fame, a chi ha freddo, a chi è malato, e a chi è perseguitato, a chi viene ucciso. Pensiamo all'offesa che gli è fatta, e la dignità di lui. Anche a tutto quello che in lui è offeso, e ch'era, in lui, per renderlo felice. Questo è l'uomo. Ma l'offesa che cos'è? E’ fatta all'uomo e al mondo. Da chi è fatta? E il sangue che è sparso? La persecuzione? L'oppressione?».
Troppo ingenuo cavarsela con la teoria delle "mele marce": il male commesso dagli altri porta a galla una abissale possibilità di male che segretamente abita in noi: «Noi abbiamo Hitler oggi. E che cos'è? Non è uomo? Abbiamo i tedeschi suoi. Abbiamo i fascisti. E che cos'è tutto questo? Possiamo dire che non è, questo anche, nell'uomo? Che non appartenga all'uomo?».
Questa tendenza congenita al male la chiamavano "peccato originale", ma da un po' di tempo è una categoria fuori moda, e preferiamo riversare ogni «offesa» sui mostri che additiamo fuori di noi. Già Manzoni osservava come Robespierre avesse imparato «che l'uomo nasce bono, senza alcuna inclinazione viziosa; e che la sola cagione del male che fa e del male che soffre, sono le viziose istituzioni sociali. È vero che il catechismo gli aveva insegnato il contrario, e che glielo poteva insegnare l'esperienza. Ma il catechismo, via, non occorre parlarne; e l'esperienza, tutt'altro che disprezzata in parole, anzi esaltata, raccomandata, prescritta, era, in fatto, da quelli che non si curavano del catechismo, contata e consultata quanto il catechismo».
È «l'esperienza» a mostrarci come il male fatto e subito riguarda non appena la sua emergenza contingente ma – lì dentro – la sua radice in noi. Così, quando Vittorini racconta un'agghiacciante rappresaglia dei nazifascisti, che a Milano, nel '44, ammazzano dieci partigiani per ogni ucciso dei loro, un attimo dopo aver urlato contro quella disumanità che i tedeschi «sono cani», non si ferma a una sacrosanta indignazione e cerca di «sapere un'altra cosa. Non se il gemito è nell'uomo. E come sia nell'uomo. Ma se è nell'uomo quello che essi fanno quando offendono». Mentre un partigiano viene orribilmente sbranato da un cane, Vittorini non trattiene la domanda capitale: quella violenza «è nell'uomo?». Vale a dire: è in me?
In una lettera del '47 lo scrittore faceva notare al francese Michel Arnaud che «il titolo italiano di questo romanzo "Uomini e no" significa esattamente che noi, gli uomini, possiamo anche essere "non uomini". Mira cioè a ricordare che vi sono, nell'uomo, molte possibilità inumane. Ma non divide l'umanità in due parti: una delle quali sia tutta umana e l'altra tutta inumana. Il titolo francese "Les hommes et les autres" opera invece tale divisione, e disturba lo stesso contenuto del libro». Per l'autore «è un titolo sbagliato», dal momento che – come leggiamo in un articolo sempre del '47 sul «Politecnico» – «non esistono, insomma, "uomini" e "non-uomini"; e come il sottosuolo dostoievskijano, nelle sue profondità coscienti e non coscienti, è comunque in potenza a tutti gli uomini, così i "delinquenti", i "criminali", non sono individui di "altra specie" tra noi». Avverte infatti Vittorini che «la capacità di assassinare può (cioè) manifestarsi nell'uomo a un livello morale anche non barbarico, non primitivo né sublime, non da Clitemnestra né da Macbeth né da Amleto né da Karamazov, ma semplicemente da ragioniere di commediola borghese, e assestarsi nella "civilizzata" esistenza dei nostri giorni con la banalità stessa di un acquisto in drogheria. Il "non-uomo" è in noi».
Siamo così semplici da permettere all'«esperienza» di scardinare il nostro saccente moralismo fino ad accorgerci di questo «non-uomo» che abita «in noi», di questo «no» tanto profondamente intriso nella stoffa della nostra umanità? di questa miseria che ci appartiene e quindi del bisogno di salvezza che ci urge?
«Noi non pensiamo che agli offesi. O uomini! O uomo! Appena vi sia l'offesa, subito noi siamo con chi è offeso, e diciamo che è l'uomo. Sangue? Ecco l'uomo. Lagrime? Ecco l'uomo. E chi ha offeso che cos'è? Mai pensiamo che anche lui sia l'uomo. Che cosa può essere d'altro? Davvero il lupo? Diciamo oggi: è il fascismo. Anzi: il nazifascismo. Ma che cosa significa che sia il fascismo? Vorrei vederlo fuori dell'uomo, il fascismo. Che cosa sarebbe? Che cosa farebbe? Potrebbe fare quello che fa se non fosse nell'uomo di poterlo fare? Vorrei vedere Hitler e i tedeschi suoi se quello che fanno non fosse nell'uomo di poterlo fare. Vorrei vederli a cercar di farlo. Togliete loro l'umana possibilità di farlo e poi dite loro: Avanti, fate. Che cosa farebbero? Un corno, dice mia nonna».
(Valerio Capasa, pubblicato su Il Sussidiario di lunedì 27 gennaio 2014 – www.ilsussidiario.net)

 

 

 

A cura della segreteria della Senatrice Laura Bianconi
Via Uberti,14 – 47023 Cesena (FC)
tel. 0547/613927 – fax 0547/613935
www.laurabianconi.itsenatrice@laurabianconi.it

Questa newsletter vuole essere un contributo al dibattito politico e culturale nel nostro Paese. Ci scusiamo se arriva contro la tua volontà, molti dei nostri indirizzi sono presi da elenchi istituzionali e trattati secondo quando stabilito dalla L. 675/96, se non vuoi più riceverla.

clicca qui


Privacy e Note Legali
[ home ] - [ biografia ] - [ news letters ] - [ photo gallery ] - [ links ] - [ contatti ]