Laura Bianconi Vicepresidente dei Senatori del Gruppo PDL
Newsletter n. 221 del 20 marzo 2014



 
ELEZIONI EUROPEE: TROVATO ACCORDO SU RAPPRESENTANZA DI GENERE
Questa mattina ha approvato le modifiche alla legge 24 gennaio 1979, n. 18, per l'elezione del Parlamento europeo, in materia di garanzie per la rappresentanza di genere. E’ stato approvato l'emendamento che sostituisce interamente l'articolo 1, facendo slittare alle elezioni del Parlamento europeo nel 2019 l'introduzione della tripla preferenza di genere che stabilisce che nel caso di tre preferenze espresse, queste devono riguardare candidati di sesso diverso, pena l'annullamento della terza. Prevede inoltre che all'atto della presentazione delle liste nessuno dei due sessi sia rappresentato in misura superiore al 50 per cento. L'ufficio elettorale della circoscrizionale dovrà verificare il rispetto della parità di genere in ciascuna lista, cancellando i nomi dei candidati appartenenti al genere più rappresentato. La lista è ricusata qualora, all'esito della cancellazione delle candidature eccedenti, contenga un numero di candidati inferiore al numero prescritto. Una norma transitoria per le elezioni europee del prossimo 25 maggio prevede soltanto la possibilità di esprimere due preferenze per persone dello stesso genere, pena l'annullamento della terza se non si rispetta l'alternanza. Respinti inoltre gli emendamenti volti ad abbassare dal 4 al 3 per cento la soglia di sbarramento.

ELEZIONI EUROPEE: CRITICA LA SENATRICE BIANCONI, SU RAPPRESENTANZA DI GENERE E’ MANCATO IL CORAGGIO
Resoconto stenografico della seduta n. 207 del 12/03/2014
Signora Presidente, colleghi,
normalmente quando intervengo in questa Aula preparo in maniera estremamente dettagliata la scaletta del mio intervento. Spesso e volentieri lo scrivo, proprio per non dare sfogo o ampliare eventualmente alcune sollecitazioni o sentimenti che provo.
Oggi ho deciso di intervenire a braccio dicendo esattamente quello che penso e sento. Mi scuseranno i colleghi, prima di tutto del mio Gruppo, e gli altri che si potranno sentire toccati da queste mie parole. Credo che su questa vicenda che ripetutamente viene alla nostra attenzione forse un momento di chiarimento vada fatto.
Io intervengo oggi con la pesantezza e la tristezza di quello che è successo alla Camera ieri e l'altro ieri. Se, infatti, oggi avessimo avuto alle spalle una buona battaglia di civiltà vinta, avremmo potuto svolgere queste nostre riflessioni con una maggior tranquillità e con un bagaglio di consapevolezza diversa.
Ancora una volta su una legge elettorale che tutti i cittadini aspettano, che il Capo dello Stato ha ripetutamente richiesto al Parlamento, che tutte le forze politiche hanno desiderato fortemente, sulla cosiddetta parità di genere, sulla rappresentanza democratica nelle istituzioni da parte delle donne, abbiamo fallito. Non è che questa volta non ci fosse una trasversalità politica e di genere. Ci sono stati molti uomini che hanno condiviso quella battaglia e ci sono state trasversalmente posizioni di partito che si sono cimentate anche con questa nuova frontiera. Come sempre, l'imbuto del ragionamento è finito in un nulla di fatto. Questo, cari colleghi, inficia molto il ragionamento che oggi dobbiamo fare. Perché lì eravamo su una tabula rasa, una nuova legge da scrivere e nuove norme da offrire ai cittadini italiani. Oggi noi parliamo di una legge, che eventualmente dovremmo modificare, su un percorso già iniziato: un percorso di raccolta di firme già iniziato e con accordi che probabilmente si sono già compiuti all'interno delle liste. E quindi non siamo nelle condizioni soavi di poter fare oggi questo dibattito, perché non abbiamo le carte in regola, perché ancora una volta lì dove le regole vanno scritte - e questa volta andavano scritte bene - abbiamo fallito.
Chi mi conosce sa che farò la battaglia qui in Senato a viso scoperto (visto che noi non avremo il voto segreto), però noi abbiamo mancato fortemente un'opportunità, anche perché alla Camera la maggioranza era schiacciante, se veramente la volontà politica dei Gruppi che vorrebbero oggi modificare qui questa legge era compatta. E quindi, da questo punto di vista, dobbiamo rammaricarci tutti fortemente di questa opportunità persa.
Nel 2004 ero in Parlamento e votai convintamente quella norma transitoria. Peccato però che non riuscimmo ad aggiungere a quella norma transitoria delle sanzioni, per cui le disposizioni sulle preferenze, che per due legislature sono state vigenti nel nostro ordinamento per le elezioni europee, poi sono andate a perdere di efficacia: dopo due legislature questa norma è decaduta.
Normalmente queste norme sono costruite per dare un impulso, uno shock, perché la vera battaglia politica di parità di genere è una lunga battaglia culturale. Nell'Europa a 28 solo quattro Nazioni hanno una legge elettorale europea che impone la rappresentanza di genere (chi di un terzo, chi del 40 e chi del 50 per cento), eppure se andiamo al Parlamento europeo vediamo che le donne sono ampiamente rappresentate, perché nei Paesi europei da molto tempo il dibattito culturale sulla presenza delle donne nelle Assemblee elettive è forte, rappresentato, ha germogliato e generato cultura di parità. Nessuno si stupisce quindi della presenza delle donne in lista, nessuno si sorprende di come queste donne si facciamo eleggere con accordi fatti all'interno delle liste. Noi abbiamo le preferenze, gli altri Paesi addirittura non le hanno, e quindi sono gli accordi di partito che permettono l'accesso in Europa delle donne.
Quindi, è un lavoro all'interno dei partiti: un lavoro che prende fiato e assume spessore da una cultura riconosciuta di parità nella società civile.
Noi italiani al riguardo siamo molto balbettanti. Predisponiamo norme che possono con molta fatica determinare un'approssimazione della parità di genere. Ne abbiamo votata una sulle cariche elettive di secondo livello che dovrebbe generare una sorta di inversione anche nei consigli di amministrazione; abbiamo votato l'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, ma anche lì avevamo inserito un germoglio, piccolo, per cui il partito che non rispettava la proporzione 40-60 avrebbe subito la decurtazione dei finanziamenti. Ma si è sempre proceduto a spot.
Arriviamo ad oggi, e scopriamo, o ci ricordiamo che dobbiamo analizzare il problema europeo: una norma transitoria scaduta ed una norma che dovrebbe entrare in vigore nonostante sia già in corso una raccolta firme sull'argomento.
Perché dico che noi balbettiamo sempre? Perché non abbiamo mai il coraggio di affrontare in maniera definitiva e a viso scoperto quello che potrebbe essere uno shock (immagino), ma che certamente sarebbe molto positivo, anche se transitorio, e reale. Non servono quindi piccoli spot, ma un impegno politico volto a cambiare, attraverso buone prassi, un comportamento non certamente equo.
Se non invertiamo fortemente questo tipo di andamento non riusciremo mai a dimostrare compiutamente nei fatti se veramente il nostro elettorato, i cittadini, sono maturi per ottenere da soli quello che dovrebbe essere estremamente naturale e che in altri comparti già lo è. Mi riferisco alla presenza di donne che siano elette, e lo siano in modo paritario rispetto agli uomini. È un peccato che anche questa volta, su questo disegno di legge, rischiamo di non compiere il passo completo.
Noi ci occupiamo delle preferenze, ma esse sono soltanto la punta di un iceberg. Non ci occupiamo della lista, della formazione della lista. Oggi balbettiamo anche su questo e rinviamo alla prossima occasione, pur sapendo che anche lì dentro si annidano la preoccupazione e l'escamotage per superare la parità di genere. Lo sappiamo benissimo, ed anche questa volta ci limitiamo a disegnare un percorso minimale, senza indicare a faccia scoperta il grande problema. Anche questa volta, quindi, perdiamo un'occasione, e la perdiamo anche nel consesso europeo, perché, come sempre, la rappresentanza di genere in Europa sarà sicuramente inferiore rispetto ad altri Paesi.
A nulla valgono gli spot, cari colleghi, se nel momento in cui dobbiamo decidere e scrivere le norme continuiamo a balbettare, continuiamo a non incidere profondamente su ciò che dovrebbe provocare una scossa oggettiva capace di generare un'inversione culturale.
Le norme hanno un portato pedagogico, non sono neutre. Le norme fanno scuola. Le norme incidono profondamente nel tessuto sociale. Le norme creano opportunità, se non per noi, per quelli che verranno dopo di noi, uomini e donne. Non incidere profondamente sul vero dramma dei nostri ragionamenti ci porterà a non fare scelte coraggiose. Noi non le abbiamo fatte ieri e l'altro ieri e non le facciamo con questo provvedimento, ma spero che avremo il coraggio di invertire presto questo ragionamento, quando, qui, in quest'Aula, saremo chiamati - noi - a scrivere le regole che condurranno i cittadini italiani a votare nel prossimo futuro.
Abbiamo fatto alcuni passi, molti ne dobbiamo fare; l'atteggiamento che, però, ancora una volta sento albergare in queste Aule non mi fa essere contenta, fiduciosa in un'inversione oggettiva e fattiva.
Guardate che non è un problema di arroccamento delle donne per le donne: prova ne è che, anche alla Camera, sono stati fatti ragionamenti interessantissimi. Noi, però, dobbiamo avere il coraggio di squarciare il velo di ipocrisia che c'è. Non è un problema di candidare donne interessanti, donne intelligenti, donne brave: noi abbiamo bisogno di eliminare un velo di ipocrisia che alberga anche in questi ragionamenti, e che ci fa dire che queste scuse non possono essere la radice della soluzione dei nostri problemi.
Dobbiamo avere il coraggio insieme, uomini e donne, di pensare al futuro e alle pari opportunità per tutti. Credo che lo facciamo oggi in quest'Aula partendo, purtroppo, da un vulnus che non va bene. Se noi, infatti, modifichiamo in corso d'opera le regole che devono valere per tutti e che sono il fondamento del nostro stare insieme, se - ripeto - in corso d'opera cambiamo le regole, rischiamo di operare un ulteriore vulnus rispetto a quello che ho finora descritto.
Peccato non aver operato in tempo, a 360 gradi, su questo argomento. Si sa da cinque anni che quest'anno vi sarebbero state le elezioni europee. Peccato aver lasciato passare tutto questo tempo, per arrivare ad una soluzione assolutamente insoddisfacente, immatura, che certamente non produrrà niente di utile; anche perché, non essendoci mai una sanzione, queste norme sono bellamente sorpassate, eliminate dimenticate, probabilmente anche sbeffeggiate.
Ancora, quindi, per l'ennesima volta, abbiamo perso un'opportunità. Stiamo perdendo un'opportunità, e certamente il nostro percorso sulla parità di rappresentanza democratica anche nell'Assemblea elettiva europea sarà mancante. Ed è un peccato consegnare, anche questa volta, un risultato strozzato, monco ai cittadini e alle cittadine della nostra Nazione. (Applausi dal Gruppo NCD e della senatrice De Biasi).
(dal sito www.senato.it)


E’ in corso il Consiglio europeo di Bruxelles in preparazione del quale il Parlamento ha svolto un ampio dibattito. Il Nuovo Centrodestra ha dato il proprio contributo soprattutto per quanto riguarda l’importanza di un rafforzamento di una un’idea di Europa che sia veramente un’unione di popoli.

RESOCONTO STENOGRAFICO DELLA SEDUTA N. 213 DEL 19/03/2014
Comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri in vista del Consiglio europeo di Bruxelles del 20 e 21 marzo 2014 e conseguente discussione

Intervento del senatore Luigi Compagna, Gruppo NCD
Signor Presidente del Senato, onorevole Presidente del Consiglio,
può darsi che nei giorni scorsi troppo enfatica sia stata quella immagine di alcune cronache che hanno voluto farci vedere una signora Merkel affascinata dal programma del Governo italiano. Forse «affascinata» è decisamente un termine improprio, così come impropri sono pure quelli sul ben diverso atteggiamento che avrebbe avuto il ministro Schäuble: sono pettegolezzi non degni del migliore giornalismo.
Credo però che sia abbastanza comprensibile che in Germania ed in Europa si guardi con grande interesse a due profili della nostra agenda programmatica. Il primo è quello che viene chiamato «spending review» (in omaggio ai tecnocrati e ai professori di economia), ma - spero che qualcuno lo riferisca al Presidente del Consiglio (Il Presidente del Consiglio è al momento assente dai banchi del Governo) - di bisturi sulla spesa pubblica italiana dilatata ed incontrollata si è parlato soprattutto in Senato. Non è un'idea di tecnocrati, ma è un'idea che è affiorata proprio in Senato. Governasse Prodi o governasse Berlusconi, colleghi come il senatore Azzollini o come il senatore Morando sono stati su questo inflessibili e quindi c'è una logica, e gli faccio tanti auguri, perché il presidente Renzi abbia voluto al Ministero dell'economia l'amico senatore Morando.
Per quel che riguarda la riforma del contratto di lavoro (non è servilismo nei confronti del mio Capogruppo), credo che Maurizio Sacconi (lo dico proprio oggi che ricorre l'anniversario dell'assassinio di Marco Biagi) sia un senatore che ha dato garanzie politiche e non tecniche di sensibilità e di freschezza nell'affrontare questo argomento liberale. Quindi lascerei a lui e alla sua dichiarazione di voto questo argomento.
Vorrei tornare invece al primo. Certo, la revisione della spesa nelle grandi partecipate dello Stato abbiamo omesso di farla per tantissimi anni. «Ci siamo girati i pollici» ha detto forse con ineleganza, ma con proprietà, il Presidente del Consiglio. C'è la galassia RAI, ci sono le Ferrovie, le Poste, l'ENAV e soprattutto, nella giornata di oggi, le aziende di trasporto pubblico.
Il trasporto pubblico locale è insieme alla sanità uno dei massimi fattori che documentano il fallimento di quel regionalismo sguaiato e scombinato che, colleghi della sinistra, avete voluto voi con quella riforme del Titolo V della Costituzione del 2000 e l'avete voluto per una ragione meschina: per rappresaglia contro i colleghi della Lega che avevano scelto l'alleanza di centrodestra. (Applausi del senatore Buemi).
I dati di Eurostat dicono che la spesa pubblica per investimenti pubblici e privati in Italia è stata superiore rispetto a quella della Germania per un punto di prodotto interno lordo con risultati più che deludenti, in termini di crescita dei posti di lavoro e di produttività.
Ci incrociamo quindi con il piano della politica costituzionale. La riforma del Titolo V è un appuntamento che non possiamo mancare. Senza voler fare del patriottismo di centrodestra, tra il 2000 e il 2006 guidati dal collega Tremonti approvammo un buon testo.
Per quanto riguarda poi la riforma del Senato, c'è un testo al Senato che abbiamo presentato noi senatori del Nuovo Centrodestra in uno spirito di collaborazione con tutte le forze politiche.
L'ultimissima considerazione riguarda l'Ucraina. Va bene il riferimento al G8 che poi diventerebbe un G7 senza la Russia, va bene il riferimento alla coesione fra i 28 però, signor Presidente del Consiglio, l'istituzione multilaterale su cui far riferimento è l'OSCE e non la NATO. Ammesso che ci siano stati protagonismi della NATO, essi sono stati sbagliati, mentre invece quelli all'OSCE sui confini dell'Europa sono più che utili. Essi sono stati calpestati dalle dichiarazioni di Putin e, più ancora, da quell'odiosa dichiarazione del presidente Gorbaciov che, addirittura, richiamava il Patto Molotov-Ribbentrop. Non esiste che solo lo Stato nazionale possa essere soggetto di politica internazionale.
Con questi sentimenti e argomenti noi condividiamo l'atteggiamento e lo spirito con cui il Governo si avvia a questa importante scadenza. (Applausi dai Gruppo NCD eGAL).

Dichiarazione di voto del senatore Maurizio Sacconi, presidente del Gruppo NCD
Signor Presidente del Consiglio,
le senatrici e i senatori del Nuovo Centrodestra condivideranno nel voto l'impostazione che lei ha voluto dare alle relazioni tra l'Italia e l'Unione europea. In particolare, ci appartiene quella visione geopolitica e geoeconomica che vuole un'Europa proiettata a crescere in tutta la sua dimensione, inclusa quell'area mediterranea la cui vocazione relazionale verso Est e verso Sud rappresenta un fondamentale veicolo di pace e di sviluppo.
Allo stesso modo, la crisi ucraina deve indurre non solo legittime reazioni condivise per la violazione di fondamentali regole internazionali, ma anche la consapevolezza della necessaria proiezione paneuropea dell'Unione e delle conseguenti relazioni con un grande Paese come la Russia, che non abbiamo interesse alcuno a sospingere verso altre alleanze: tutto ciò senza trascurare quell'interesse a più intense relazioni politiche e commerciali transatlantiche, che corrispondono ai nostri principi saldamente occidentali.
Signor Presidente, innanzitutto questo noi dobbiamo chiedere all'Europa: la condivisione di una visione che eviti ogni pericolo di rattrappimento baltico dello sviluppo economico e ogni ritorno all'atavico conflitto tra centro e periferie. Fu questo il merito dei Padri fondatori, i quali seppero disegnare le istituzioni in conseguenza alla visione.
Oggi un analogo metodo potrebbe condurci a sollecitare una ripartenza dell'Unione secondo un approccio pragmatico di tipo confederale, nel nome della regola «l'Europa solo quando necessaria, la Nazione sempre quando possibile»: una Confederazione di Stati sovrani che si dedica ai primari compiti della moneta, della spada e della feluca, con un gruppo di Paesi di testa, di Paesi più uguali degli altri, nel quale l'Italia può legittimamente aspirare a collocarsi se realizza il cambiamento che ci siamo insieme impegnati a realizzare.
Lei ha ribadito oggi obiettivi che sono musica per le nostre orecchie, perché corrispondono a scelte che fino a ieri appartenevano per lo più alla cultura politica liberal-popolare: un mercato del lavoro più flessibile e inclusivo, meno lacci e lacciuoli, per le persone come per le imprese; una giustizia non solo civile, aggiungiamo noi più giusta e un ambizioso percorso di contestuale riduzione delle spese delle pubbliche amministrazioni, come del prelievo fiscale, tutto ciò rappresenta una piattaforma bipartisan sintetizzabile nella definizione «meno Stato, più società». Questi cambiamenti però - dobbiamo esserne consapevoli - costituiscono torsioni significative per la politica italiana, in quanto essa è stata fortemente viziata dalle ideologie del Novecento, combinate con la nostra fragile storia unitaria.
Nel giorno in cui ricordiamo Marco Biagi, ringrazio lei e il ministro Poletti per la coraggiosa deregolamentazione dell'apprendistato e dei contratti a termine, misura immediata che ha trovato - non a caso - forte apprezzamento negli interlocutori europei nei giorni scorsi e che incontrerà qualche annunciata difficoltà nell'iter parlamentare.
La giustizia italiana deve cambiare, se vogliamo offrire certezza agli investitori internazionali; ma, per farlo, dovremo insieme sconfiggere coloro che nel Parlamento difendono, a prescindere, non solo gli avvocati ma anche i magistrati.
Tagliare le tasse implica davvero tagliare le spese, e noi parteciperemo al relativo concorso di idee nella convinzione che vi sono spazi importanti di razionalizzazione, suggerendole di guardare non solo alla dimensione centrale, ma anche a quelle Regioni e a quei molti Comuni che, direttamente e con le loro partecipate, rappresentano grandi fucine del debito pubblico.
La ricreazione deve essere davvero finita, a partire dall'effettiva applicazione di quel fallimento politico degli amministratori locali che è stato introdotto dal federalismo fiscale.
Le riforme dello Stato possono non essere più la clava strumentale degli uni contro gli altri, ma il luogo della condivisione nella maggioranza e nella più ampia dimensione parlamentare. Lo sono e lo saranno, se sapremo tenere insieme la nuova legge elettorale con il Senato delle autonomie e, nondimeno, con il ridisegno degli enti territoriali e del loro rapporto con lo Stato nell'ambito della Carta costituzionale. Tutto si tiene, in questa architettura, se lo scopo è quello conclamato di produrre una democrazia decidente nella dimensione interna e in quella sovranazionale, un assetto certo delle competenze regionali nel quadro della riaffermazione del superiore interesse della Nazione, una drastica riduzione dei centri di spesa.
Signor Presidente, noi accogliamo il suo appello a cambiare l'Italia per cambiare l'Europa perché lo sentiamo intimamente nostro e, nella corsa per il cambiamento, le due aree politiche che compongono questa maggioranza, quella liberal-popolare e quella socialista, possono relazionarsi come nella bella immagine di don Camillo e Peppone che in bicicletta, metafora della corsa della vita, si superano vicendevolmente aspirando entrambi allo stesso punto di arrivo. Ne hanno un'idea diversa nei momenti di astrazione, ma convergono agevolmente e immediatamente ogni qual volta si tratta di tirarsi su le maniche per un problema concreto.
Con questo spirito, insieme ce la faremo. (Applausi dal Gruppo NCD).
(dal sito www.senato.it)
 

 

 

A cura della segreteria della Senatrice Laura Bianconi
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