Laura Bianconi Vicepresidente dei Senatori del Gruppo PDL
Newsletter n. 233 dell'11 maggio 2014 Speciale Festa della Mamma



E’ domenica, è la Festa della Mamma. Che giustamente deve essere festeggiata, magari con un bel pranzo al ristorante, un bel regalo, tanti fiori (meglio se acquistati presso gli speciali store di qualche associazione filantropica). Ma ci conoscete, sapete che con noi non ve la potete cavare a buon mercato, con tanti auguri, arrivederci e grazie. Siccome è domenica, e anche se c’è una campagna elettorale in corso con tanti appuntamenti, confidiamo che riuscirete a trovare qualche minuto per una riflessione più approfondita su che cosa vuol dire essere mamma oggi. Ovviamente senza nessuna compiacenza nei confronti di tanta rappresentazione di maniera della maternità.

IL MIRACOLO DI GIACOMO, VISSUTO 19 ORE
Il miracolo di Giacomo. Nato e morto dopo 19 ore, 4 minuti e 12 secondi. Era un condannato a morte Giacomo. Senza speranza. L’ecografia, al terzo mese di gravidanza, non aveva lasciato spazio al minimo dubbio: il bimbo era anencefalico, cioè privo di scatola cranica. Possibilità di sopravvivenza: zero per cento. E infatti Giacomo è morto.
Eppure questo lampo di vita inutile, o presunto tale, ha dato e sta dando dei frutti incredibili: ed è questo il miracolo.
Oggi, a Bologna, all’ospedale Sant’Orsola, con un convegno internazionale, si comincia un percorso importante che porterà il reparto di Neonatologia a diventare praticamente il primo in Italia che si prenderà istituzionalmente cura, in modo diverso, dei bambini nati e condannati a vivere pochi minuti o poche ore. Si seguiranno percorsi alternativi, come è stato fatto per Giacomo. Per quelle 19 ore, 4 minuti e 12 secondi, Giacomo ad esempio non è stato in una incubatrice, in una sala rianimazione o in chissà quale tecnologico marchingegno. E’ rimasto in camera con mamma Natascia e papà Mirco: così, semplicemente,fra le braccia dei suoi genitori. Ed è stato coccolato anche dai suoi fratellini, Federico e Francesca, che sapevano che avrebbero potuto giocare per poco, pochissimo, con Giacomino.
Si chiama «Percorso Giacomo» il protocollo che in queste settimane hanno studiato al Sant’Orsola e vogliono mettere in pratica. Unito a un’assistenza medica continua con la famiglia.
E sono tutti d’accordo, cattolici e laici. Perché la bellezza e la singolarità della storia nata con Giacomo è che non se n’è fatta una questione etica. Quelli schierati da una parte e quelli schierati dall’altra. No, un fatto, un’esperienza ha impedito che si finisse incartati fra infinite e irrisolte bagarre ideologiche.
Il tutto ha ancora più dell’incredibile perché Natascia, la mamma, aveva già avuto un’altra figlia, undici anni fa, nata con la stessa malformazione di Giacomo. Anche lei è morta subito dopo il parto.
Quando hanno scoperto che Giacomo avrebbe avuto lo stesso destino, il ginecologo le disse: «Non faccia la pazzia dell’altra volta».
Natascia — che pure è cattolica, convinta, praticante — ha urlato forte, dentro di sé «Signore, ma dove c...sei?». Voleva abortire.
Poi sono successe tante cose, il cardinale di Bologna Carlo Caffarra ha preso la famiglia per mano e Natascia, alla fine, ha rifatto questa ‘pazzia’. «Che senso ha avuto tutto questo? Faccio un esempio: Da due anni anche il matrimonio andava così così, tutto era diventata un incastro di cose, la famiglia, il lavoro, i bambini. Così la vita la sciupi, la sopporti. Abbiamo ripreso ad amare la realtà. Le 19 ore di Giacomo hanno inciso più dei miei 40 anni di vita».
INTERVISTA ALLA MAMMA
Signora Natascia, perché ha fatto nascere un bimbo destinato a morire in un lampo?
A dire il vero, quando seppi della malformazione di Giacomo, pensai di abortire. Il ginecologo mi disse: ‘Non faccia la pazzia di undici anni fa..
Che sarebbe?
Mi era capitata la stessa cosa. Ho portato avanti la gravidanza di Michela, morta pochi attimi dopo il parto. Come Giacomo.
Che senso ha tutto questo?
Me lo sono chiesto anch’io. Urlavo forte al Signore, un anno fa: ‘Ma dove sei, dove sei?’.
Quanto ha influito la sua forte fede cattolica?
Non me la potevo cavare con un ‘la vita è un dono’ e quindi andare avanti a testa bassa. Stavolta di sicuro non mi bastava più.
E cosa ha fatto?
Ne ho parlato con mio marito, Mirco, che mi ha detto: ‘Ti seguo, sono con te, fai la cosa che ti fa meno male’.
E lei?
Temevo che sarebbero stati sei mesi inutili.
E’ vero che l’ha convinta il cardinale Caffarra a non abortire?
Guardi, la prima volta che sono andata da lui pensavo di incastrarlo. Volevo fargli dire che questa non è vita. Gli ho posto tre domande, arrabbiata.
Che erano?
Prima: il bimbo che porto in grembo non ha cervello. E’ una vita? Poi: è la seconda volta che mi capita, non sarà un disegno del diavolo? Terza: dov’è adesso Michela, la mia prima figlia nata morta? E dove andrà Giacomo?
Le risposte di Caffarra?
La prima: è un bambino vero, e soprattutto è tuo figlio. Seconda: è un dono di Dio, perché il Diavolo non può dare e togliere la vita. Può solo allontanarti dalla verità ed è quello che sta cercando di fare. Terza: Michela è tra le braccia di Dio, Ci andrà anche Giacomo.
Convinta?
Scossa, ma serviva di più.
E cosa ha fatto Caffarra?
Mi ha preso le mani, me le ha strette forte e mi ha detto: io sarò sempre con te. Vai ogni giorno a San Luca, chiedi alla Madonna di aiutarti a correre come ti viene chiesto, ora non ce la fai perché sei troppo lacerata. Ma chiedi aiuto! Chiedi, chiedi.
Torniamo a monte: che senso ha avuto tutto questo?
Le rispondo con un esempio. Da un paio d’anni il matrimonio andava così e così, eravamo travolti dalle cose da incastrare, avevamo perso il cuore di tutto. Così la vita la sciupi, la sopporti. Non amavo più la realtà. Ora è cambiato tutto.
Miracolo di Giacomo...
Io per Giacomo ho chiesto per mesi e mesi anche il miracolo vero e proprio, la guarigione. Ho scritto ai due Papi, Francesco e Benedetto, che mi hanno risposto, con tenerezza. Mi sono rivolta ovunque. Ho alzato bandiera bianca all’ecografia del sesto mese. Allora ho detto: ‘Mi arrendo, però Gesù ora dimostrami la tua tenerezza e la tua potenza’.
Risultato?
Le 19 ore di Giacomo hanno inciso più di 40 anni della mia vita.
Gli altri due suoi figli, Federico e Francesca?
Hanno giocato per quelle 19 ore con lui, lo coccolavano, anche se erano preparati al lutto. Francesca, la più piccola, disegna la nostra famiglia e ci mette sei persone. Anche Giacomo e Michela.
E ora l’ospedale Sant’Orsola lancia il percorso Giacomo.
Vedevo in corsia tutto questo via vai di medici, infermiere, ostetriche. Io mi chiedevo: ma cos’hanno visto? Una caposala ha risposto: ‘Ho visto un bambino che non doveva esserci e c’era. E una famiglia che lo amava’.
(di Massimo Pandolfi - http://blog.quotidiano.net/pandolfi)

TI SUPPLICO LASCIAMI IN PACE
Lettera ad una figlia uccisa
Attualissima è la notizia di Emily Letts, 25enne americana del New Jersey, che ha voluto filmare il suo aborto per far sapere al "mondo" della sua serenità e della motivazione che l'ha spinta a questo gesto. Si sentiva inadeguata a fare la madre; non era pronta, non voleva questo ruolo.
In queste situazioni mi chiedo sempre se di tutto ciò abbia potuto parlare con qualcuno che potesse informarla per esempio su tutto ciò che di negativo lascia l'aborto procurato nella psiche di chi lo compie.
Al Centro di Aiuto alla Vita Mangiagalli, incontrando tante donne gravide, ne incontriamo alcune che precedentemente hanno compiuto questo gesto. Il rimpianto per quel bimbo mai nato è sempre molto forte, e grande è il vuoto che si ritrovano dentro e che tentano di riempire con una nuova vita. Spesso invano.
A volte, nel tentativo di far superare questa che oramai viene definita sindrome post abortiva, proponiamo un percorso di ordine psicologico. Uno dei momenti più particolari è quello in cui l'operatore chiede di scrivere una lettera al bimbo che non ha visto la luce. Vorremmo renderne testimonianza, pubblicandone una speciale.
"Un nome, un nome che a pronunciarlo mi provoca dolcezza, paura, angoscia, vergogna, Amore. Chi sei tu? Chi diavolo sei per farmi stare così? Perché il mio respiro si blocca, il mio cuore si contrae, la mia pancia diventa dura, i miei occhi bruciano e la mia testa sanguina quando penso a te? Ti imploro e ti supplico, lasciami in pace, vattene. Non voglio più vedere le ferite, sentire il dolore, non voglio più pensare che tu esista. È questo il prezzo che devo pagare per aver interrotto bruscamente il tuo viaggio verso la vita? E invece iniziare il mio lento ed inesorabile verso la morte?… Da quando tu non ci sei più, solo dolore nella mia vita, da quando sei andata lontana e mi urli che invece ci sei che vuoi essere vista, ascoltata, amata persino. È in questo nulla che ci siamo perse tu ed io, è in questo buio che non riusciamo più a vederci. Ora capisco che siamo legate, due sconosciute legate dallo stesso destino. È un pezzo di viaggio che abbiamo fatto insieme e che ci ha unito per sempre, credo. Lo so, ti ho tolto tutto, il nome, la dignità, il diritto di vivere, il diritto di essere felice e di rendere felice me. Per questo muoio con te… ma lo faccio perché voglio rinascere in modo che un giorno sarò davvero pronta a riceverti. Voglio nascere per te, aspettare la tua anima dentro di me e poterti ridare l'amore che non hai avuto perché non te l'ho dato, l'amore che non ho avuto perché non me lo sono data".
(Paola Bonzi – Il Sussidiario mercoledì 7 maggio 2014)


 

 

 

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