Laura Bianconi Vicepresidente dei Senatori del Gruppo PDL
Newsletter n. 292 del 5 giugno 2015

In Commissione

In Aula

Ritorna dopo la preannunciata pausa la newsletter settimanale della senatrice Laura Bianconi, con un piccolo ritardo rispetto ai tempi programmati a causa di un disservizio del server. A tutti buona lettura.

QUALCHE COMMENTO A CALDO SUI RISULTATI DELLE REGIONALI
“Nelle democrazie il popolo è sovrano e quando si esprime, come è avvenuto ieri per le elezioni regionali e amministrative, la politica deve tenerne conto”. Inizia così il ragionamento della senatrice Laura Bianconi, vicepresidente del gruppo Area Popolare Ncd-Udc, sui risultati della tornata elettorale di domenica. “Innanzi tutto – prosegue Bianconi – mi preme sottolineare come magicamente siano svanite le pretese di dare a questo voto una valenza politica, con conseguente ripercussioni sul governo. Un eccessivo affidamento a sondaggi e rumors non paga mai, soprattutto quando si viene smentiti dai numeri, il governo in carica ha un obiettivo, quello delle riforme, e su questa strada intende andare avanti. Poi, senza accampare scuse, occorre fare una seria riflessione sul dato dell’astensionismo, segno che c’è una grande parte dell’elettorato che la politica non riesce più ad appassionare alla gestione della res publica. Personalmente, per quanto riguarda il Nuovo Centrodestra, non posso che essere soddisfatta dei risultati ottenuti, che hanno premiato lo sforzo di Ncd, confermando il risultato ottenuto un anno fa alle europee. Certo – conclude Bianconi – rimane ancora tutto aperto il dibattito sull’evoluzione e la leadership di un soggetto politico unico in cui si ritrovino tutti i partiti che afferiscono all’area del centrodestra. Purtroppo, al momento i risultati ci dicono che Forza Italia ha perso la sua forza propositiva e che difficilmente in futuro potrà essere il collante dei moderati, e questo richiama tutti noi che ci riconosciamo nei valori della grande famiglia del centrodestra a impegnarci ancora di più per presentare agli italiani una grande proposta politica ispirata al Partito popolare europeo”.


La riforma della scuola è stata approvata dalla Camera dei Deputati ed ora è all’esame della competente Commissione del Senato, nonché delle altre che devono esprimere parere per la parte di loro competenza. Come è avvenuto per i deputati anche le mail dei senatori sono invase dalle richieste di insegnanti che chiedono una profonda revisione del testo. Come sempre, ogni intervento legislativo che interviene in un settore così delicato e complesso suscita un dibattito acceso. Per questo motivo Spazio di libertà, come contributo all’approfondimento che ciascuno voglia fare, inizierà a pubblicare, da questa settimana, una serie di riflessioni (l’autore li chiama ‘pensieri in libertà’) sulla scuola. Buona lettura a tutti e un ringraziamento particolare al dottor Luigi Migliori, già dirigente scolastico e fedele amico di questa rubrica.

LA BUONA SCUOLA (1. premessa)
“La buona scuola”: così il Governo in carica titola la proposta di riforma della scuola. Chiamando buona scuola quella che verrà, perlomeno secondo le intenzioni governative, si dedurrebbe che la scuola attuale non sia buona. Di tale asserzione siamo convinti in tanti, ad eccezione della maggioranza dei dipendenti del Ministero della Pubblica Istruzione e di tutti quei soggetti che, in vari modi e livelli, vivono, e a volte prosperano, grazie agli operatori scolastici; proprio ieri abbiamo letto sui quotidiani le dichiarazioni soddisfatte, circa le istituzioni scolastiche dipendenti, di un autorevole dirigente del Ministero in parola.
Da oltre venti anni, chiunque s’interessi di scuola, senza occhi foderati dall’interesse personale, sa che le prestazioni dei nostri ragazzi in lingua, matematica e scienze, nel confronto internazionale, scivolano agli ultimi posti, mentre i costi del sistema statale dell’istruzione, dati pro capite, sono sovente superiori alla media; l’accusa di ragionierismo è immediata, ma la scuola non appartiene agli operatori scolastici ed altri che ne traggano beneficio, ma ai cittadini italiani che, con la contribuzione, mantengono i primi ed i secondi sopra citati.
Infatti, da circa due decenni, tutti i Ministri succedutisi, sia del centrosinistra che del centrodestra, si sono mossi partendo dall’assunto che la scuola del momento non fosse buona: tutti i Ministri in parola furono male accolti dalla lobby scolastica, pesante circa due milioni di voti, (dipendenti, politici, sindacalisti, associazioni culturali varie, editori, cooperative di servizi, ecc. ….).
A fronte della miriade di proposte contenute nei piani di lavoro delle scuole, sorgerebbe la opportunità di definire i compiti essenziali della scuola: ci aiuta la Costituzione repubblicana, all’articolo 33 indica tali elementi. In primo luogo l’insegnamento dell’arte e della scienza, l’insegnamento si declina nella trasmissione e nella elaborazione culturale, l’istruzione ne è l’effetto; di conseguenza la Repubblica, riconoscendo nell’istruzione dei cittadini un proprio doveroso scopo, ne detta le norme generali ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Così i Padri Costituenti stabilirono.
Volando rasoterra, a titolo d’esempio, mi chiederei che senso possa avere una educazione ambientale senza il supporto di conoscenze scientifiche rigorose, (al minimo, fisica, chimica e biologia), e matematiche (ordinare, confrontare ed elaborare dati): il rischio delle chiacchiere parrebbe evidente, senza bisogno di scomodare le statistiche internazionali. Da sempre, le carenze nelle conoscenze di base aprono spazi ai venditori di fumo: materiale inutilizzabile nella competizione internazionale.
Dalla fine degli anni ’90, i Ministri della Pubblica Istruzione hanno tentato di affrontare un problema dagli effetti deleteri, pesanti già oggi: il Ministro Berlinguer cercò d’ introdurre elementi di merito, non solo automatismi, nella carriera del personale. Bocciato dalla pavidità di un governo debole e da uno sciopero generale del settore, della sua opera resta l’istituto Nazionale della Valutazione dell’Istruzione, INVALSI, mai sigla più disprezzata dalla lobby scolastica, restia a render conto del proprio operato. Il Ministro Moratti provando a risanare il sistema scolastico, oltre all’ostracismo delle corporazioni scolastiche, ebbe il torto d’accompagnare il padre, ex capo partigiano, in carrozzella alla celebrazione del 25 Aprile. Il Ministro Fioroni, visti i precedenti, tentò di dare veste scientifica al proprio agire, predisponendo il “libro bianco della scuola”, da cui emersero tutte le carenze ora ribadite. Il Ministro Gelmini, tesaurizzando l’opera del predecessore, provò a strutturare la scuola sulla base di parametri medi europei: gli operatori scolastici non hanno mai amato i Ministri, la massima acrimonia caratterizzò questo caso.
Molti operatori scolastici e supporti al seguito sostengono che la crisi della scuola sia stata determinata dall’azione dei politici sopra citati: nulla di più improbabile, la crisi della scuola ha una data d’inizio ed una via in discesa dal 1968, certificata dai dati delle ricerche internazionale, dati OCSE, altra sigla irritante il mondo scolastico. Coloro che, pochi, a tutti i livelli tentavano di avviare riflessioni sui livelli degli apprendimenti, erano immediatamente emarginati, pagando alti prezzi nei propri percorsi professionali.
Iniziammo gli anni 2000 con un 30% circa di ragazzi che non raggiungevano il termine dell’obbligo scolastico, dovevamo arrivare al 2010 con l’obiettivo, internazionalmente assunto, di ridurre il dato al 10%, al 2011 eravamo al 19%, il doppio dell’obiettivo: non lamentiamoci del discredito. In tal modo abbiamo colpito, come sempre, i più deboli: la scuola post ’68, fiaccando il ruolo istruttivo e culturale della scuola, ha penalizzato i più deboli. I forti non hanno bisogno di cultura, dispongono già delle risorse in casa. La scuola di classe è stata sostenuta, diffusa e incrementata dalla pigrizia, mascherata da piacevoli frasi.

LA BUONA SCUOLA (2. il merito dei discenti)
Fiumi d’inchiostro versati nell’ultimo mezzo secolo sul merito dei discenti, siano essi alunni, allievi, scolari, studenti, coloro che imparano. Abbiamo visto, all’articolo 33 della Costituzione, il compito della scuola sostanziarsi nella trasmissione ed elaborazione culturale, sul tema del merito, invece, è fondamentale l’articolo 34 della Costituzione Repubblicana.
Il primo comma stabilisce l’universalità della scuola per tutti, il secondo inserisce l’istruzione obbligatoria, il terzo i gradi più alti degli studi, cui hanno diritto i capaci e meritevoli. Per coloro che, capaci e meritevoli, siano privi dei mezzi economici per proseguire gli studi, la Repubblica rende effettivo il loro diritto allo studio con provvidenze da attribuirsi per concorso: ancora il merito per premiare i più meritevoli e capaci.
L’impianto meritocratico della nostra Carta Costituzionale è innegabile, come ineliminabile il carattere politico originario di tale indirizzo: la scuola è pagata dai cittadini, in una fascia minima di otto anni è obbligatoria e gratuita, a seguire un regime legato alle caratteristiche personali e morali, la capacità ed il merito; in tal modo, delle risorse tratte dai cittadini non beneficerebbero sfaccendati figli di benestanti, parcheggiati nelle aule scolastiche o universitarie. Per i curiosi di storia istituzionale, rammenterei che su questo articolo 34 molto si spese il Chiarissimo Professore Concetto Marchesi, fra i massimi esperti di letteratura latina, Rettore Magnifico dell’università di Padova, impegnato nella resistenza, (a lui molti attribuirebbero il consenso politico alla soppressione del filosofo Giovanni Gentile), Costituente eletto nelle file del PCI, di cui fu parlamentare.
Tale impianto meritocratico fu messo in discussione dal 1968: tutti ricordiamo il “sei politico”, il “vietato vietare”, il “diritto allo studio per tutti”, indipendentemente dal livello dell’istruzione, “aboliamo le pagelle” e simili; ne conseguì un abbassamento progressivo delle competenze/conoscenze, unitamente ad allungamenti dei tempi medi dei percorsi di studio: molti iscritti, pochi frequentanti e con esiti sempre più fragili. Si consenta una citazione di Antonio Gramsci, a proposito d’insegnamento: “a semplificare le cose complesse, le si snatura”, chiaro, no?
Un ragazzo di famiglia modesta, che con impegno abbia seguito un corso d’istruzione, con l’esame di Stato consegue un titolo di studio avente valore legale, sia esso laurea o maturità. Nel contesto costituzionale sopra illustrato, la Repubblica garantiva, con il famoso ed agognato “pezzo di carta”, un livello adeguato di conoscenze e capacità. Ora non più.
A fronte del mercato del lavoro, oggi, il titolo di studio non offre la garanzia di idonee conoscenze e competenze, pertanto, i giovani provenienti da famiglie modeste, prive d’amicizie potenti e di risorse economiche rilevanti, non godono più della protezione del valore di un titolo di studio, oggi largamente squalificato. Infatti, da tempo, l’ascensore sociale si è bloccato, sempre meno soggetti provenienti da ceti subalterni pervengono a ruoli dirigenti, con ciò inibendo il ricambio delle classi dirigenti, sostanza vera della democrazia.
I figli dei benestanti non hanno bisogno del pezzo di carta “buono”, al contrario dei figli delle persone di condizione modesta; per questa ragione riterremmo non prorogabile il riappropriarsi della Repubblica circa la definizione dei livelli obbligatori d’istruzione, (programmi prescrittivi, non indicativi). La radicalità dell’attuale crisi economica richiederebbe un rilancio dei valori connessi al merito, (impegno, rigore, dedizione, responsabilità, solidarietà …), altrimenti i ricchi ne usciranno ancora più danarosi ed i poveri sempre più disagiati.
La scuola post 1968, indebolendo il merito, ha mancato al compito di rimuovere ostacoli che impediscono, di fatto, la libertà e l’uguaglianza di tanti cittadini. Marxianamente, l’attuale si profilerebbe come scuola di classe.
(Dott. Luigi Migliori, già dirigente scolastico)

 

 

 

A cura della segreteria della Senatrice Laura Bianconi
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