Laura Bianconi Vicepresidente dei Senatori del Gruppo PDL
Newsletter n. 31 del 12 ottobre 2010

In Commissione

Affari costituzionali
Sospensione dei procedimenti penali nei confronti delle alte cariche dello Stato
Affari Esteri
Incremento risorse FMI per crisi finanziaria e assistenza paesi più poveri
Finanze e Tesoro
Disposizioni in materia di semplificazione dei rapporti della Pubblica Amministrazione con cittadini e imprese
Istruzione Pubblica
Audizione delle associazioni rappresentanti degli editori e dei librai in materia di disciplina del prezzo dei libri
Lavori Pubblici, Comunicazioni
Direttive sui trasporti su strada
Lavoro, Previdenza Sociale
Norme in materia di bilancio dei sindacati
Misure per il contrasto alla precarietà del lavoro e per l’apprendimento permanente
Norme in favore dei lavoratori che assistono familiari gravemente disabili
Igiene e Sanità
Indagine conoscitiva malattie degenerative (Tumore al seno) - relatrice Bianconi
Comitato parlamentare Schengen
Audizione del Ministro dell’Interno, Roberto Maroni, sulle nuove politiche europee in materia di immigrazione
Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza
Audizione dei rappresentanti di AGESCI, Arciragazzi, Save the Children, Unicef
Commissione straordinaria per i diritti umani
Audizioni dell’Associazione Opera Nomadi sulle condizioni di rom e sinti in Italia

In Aula
Commemorazione solenne del Senatore a vita, Presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga, alla presenza del Capo dello Stato
Informativa del Ministro della Difesa, Ignazio La Russa, sulla presenza dei militari italiani in Afghanistan
Relazione della Commissione Politiche dell’Unione europea a conclusione della Relazione annuale sui rapporti tra la Commissione europea e i Parlamenti nazionali
Decisione di finanza pubblica
Riforma della professione forense

SCUOLA: UNO SCIOPERO CONTRO IL PROPRIO FUTURO
Scena 1. Una strada del centro storico di una qualunque piccola, media, grande città. Va in onda il consueto corteo contro il Ministro della Pubblica istruzione di turno, reo, ma nel caso specifico rea trattandosi di Maristella Gelmini, di aver apportato tagli ingiusti e ingiustificati all’istruzione.
Scena 2. Lo stabilimento di una nota azienda italiana, il fiore all’occhiello del nostro Made in Italy, quella che secondo Sergio Castellitto non è reato rubare perché non è mia, tua, italiana, ma patrimonio dell’umanità. Al privilegiato visitatore non sfugge che gli ingegneri sono in prevalenza indiani, i pochi italiani sono quelli vicini alla pensione.
Che cosa c’entra la scena 2 con la scena 1? C’entra, perché senza un radicale cambiamento di rotta difficilmente i ragazzi della Scena 1 riusciranno ad andare a lavorare nella nota azienda della Scena 2.
Basterebbe questo per evidenziare come lo sciopero dello scorso 8 ottobre sia stato non tanto un atto di contestazione al Ministro Gelmini, ma un gesto di totale disinteresse, per non dire altro, nei confronti del proprio futuro. Perché quale futuro può aspettarsi un giovane che non si rende conto che quando entrerà nel mondo del lavoro dovrà confrontarsi con ragazzi che possono vantare una migliore istruzione e una maggiore determinazione? Secondo una ricerca della Fondazione Agnelli, che ha raccolto le opinioni di 226 responsabili delle risorse umane, il giudizio sull’Università italiana non è certo tenero. I punti dolenti sono la scarsa qualità della preparazione, addirittura oltre la metà degli intervistati sostiene che vi sia stato un peggioramento negli ultimi 10 anni. E allora che senso ha scioperare per difendere e mantenere questo stato di cose? “Se si ha a cuore il futuro dei nostri giovani, cioè il futuro stesso del nostro Paese – commenta la Senatrice Laura Bianconi – occorre abbandonare la logica della contrapposizione e dello scontro a tutti i costi. Il nostro sistema di istruzione ha bisogno di quelle riforme che per troppo tempo, in nome di interessi corporativi, sono state osteggiate e rimandate. Bene ha fatto dunque il Ministro Gelmini a non farsi intimidire e a bollare la protesta di venerdì scorso come l’ennesima manifestazione di chi strumentalizza gli studenti per mantenere inalterato il proprio status quo”.

AFGHANISTAN: IL SACRIFICIO DEI MILITARI ITALIANI PER LA DEMOCRAZIA
C’è chi dice che la democrazia non si esporta, di certo la si può aiutare sostenendo, come sta facendo l’Italia, le fragili istituzioni che in Afghanistan stanno cercando di completare il cammino di pacificazione interna. Al riguardo il contributo che sta dando il nostro Paese è di primaria importanza in quanto riguarda le opere civili, l’agricoltura e la formazione delle forze di sicurezza locali. Ma pur essendo impegnati in una missione internazionale in cui è preponderante l’aspetto civile, rimane sempre alto il rischio di incappare in un agguato perpetrato da quelle forze che si oppongono alla normalizzazione del loro Paese. E’ quanto è successo a quattro giovani alpini del 7° Reggimento - Sebastiano Ville, 27 anni, Francesco Vannozzi, 26 anni, Marco Pedone, 23 anni e Gianmarco Manca, 32 anni -, caduti vittime di una imboscata al ritorno di una missione mentre si trovavano nella valle del Gulistan nella provincia di Farah. Un quinto alpino, Luca Cornacchia, è gravemente ferito anche se non corre pericolo di vita. “L’ennesima strage avvenuta nella zona di Farah ai danni dei nostri soldati – commenta la Senatrice Laura Bianconi – deve interrogarci, ma non deve far dimenticare lo scopo della nostra missione. Certo il dolore dei familiari è il dolore di tutti gli italiani, e questo lo testimonia la grande partecipazione di popolo a questo ennesimo lutto che ha colpito i nostri militari e il nostro Paese. Gli organismi internazionali di cui facciamo parte e a cui siamo leali si confronteranno per stabilire se sia necessario un cambiamento della natura della missione. Quel che è certo è che siamo in Afghanistan, sotto l’egida dell’ONU, per una missione di pace e il nostro impegno è quello di rafforzare un governo sancito dal libere elezioni, un governo che sta faticosamente operando per pacificare il proprio Paese e migliorare le condizioni di vita dei propri cittadini".



Che questa newsletter sia passatista è ormai cosa nota. Da domani sarà probabilmente bollata anche come reazionaria. Ma ci sembrava doveroso, oltreché importante, ricordare un momento fondamentale della storia dell’Occidente. Fosse andata diversamente sarebbe stata tutta un’altra storia.

7 OTTOBRE 1571: LA BATTAGLIA DI LEPANTO
Un pericolo sempre attuale
«Mamma li turchi!». C’era poco da scherzare quando le feluche musulmane venivano avvistate dalle coste italiane, meta privilegiata delle scorribande saracene, da almeno mezzo millennio. Risale al IX secolo la conquista della Sicilia, punto di partenza per gli attacchi alla penisola. E non c’è grande monastero o città che non sia stata saccheggiata: Montecassino, San Vincenzo al Volturno, la stessa Roma. E quando nell’890 stabilirono una testa di ponte a Frassineto, vicino Montpellier, i saraceni si spinsero fino in Svizzera, mettendo a sacco l’abbazia di San Gallo.
Padroni dei mari, facevano tremare il mondo che si affacciava sul Mediterraneo. Quando, nel 1480, conquistarono Otranto, massacrandone gli abitanti, gli aiuti via terra dalla capitale, Napoli, giunsero solo dopo un anno (non esistevano le strade dei nostri giorni); al contrario, la città pugliese distava solo poche decine di miglia dal porto albanese di Valona, saldamente nelle mani del Sultano: in pratica, mezza giornata di nave.
Eppure non tutti i Principi europei, spesso divisi tra loro, percepivano l’aggressione islamica ai Regni meridionali come un pericolo per se stessi: Lorenzo il Magnifico, ad esempio, gioì per la conquista di Otranto – facendo addirittura coniare una medaglia in onore dell’ammiraglio turco – perché vedeva in tal modo ridimensionato lo Stato Pontificio, un confinante che considerava un avversario. E qualche decennio dopo, il Re di Francia Francesco I strinse accordi con il Sultano pur di contrastare il potere di Carlo V.
Alla fine del Cinquecento la situazione non è molto cambiata: il Papa fatica molto a radunare una Lega che si opponga alla Sublime Porta. Troppe le divisioni interne alla Cristianità ed il nemico musulmano gioisce e continua a spadroneggiare per mare e per terra.
Finalmente, superate mille difficoltà, una flotta spagnola, veneziana, genovese e pontificia, guidata da don Giovanni d’Austria, giovanissimo figlio di Carlo V, si muove verso l’avversario.
Ma il viaggio è costellato da discussioni tra i comandanti e solo la notizia della caduta di Famagosta nell’agosto dello stesso 1571 e del sadico trattamento riservato al suo comandante Marcantonio Bragadin – che pure aveva ricevuto promessa di aver salva la vita –, torturato a lungo e quindi lentamente scuoiato vivo, fece comprendere quanto con i Turchi fosse impossibile addivenire ad alcun accordo.
Finalmente, nella notte del 6 ottobre la flotta pronta alla battaglia fece vela verso le isole rupestri delle Curzolari (note nell’antichità col nome di Echinadi), a circa quaranta miglia nautiche dalla città di Lepanto presso il golfo di Patrasso. La mattina seguente don Giovanni, dopo breve consiglio con il comandante della flotta veneziana, Sebastiano Venier, diede con un colpo di cannone il segno di disporsi per l’attacco, facendo nello stesso tempo issare all’albero maestro della sua nave il vessillo della Lega Santa. Gli ecclesiastici addetti alla flotta impartirono l’assoluzione generale: ancora una breve, fervida preghiera e poi da migliaia di voci risuonò il grido: «Vittoria! Vittoria! Viva Cristo!».
È il 7 ottobre 1571. Di fronte alle navi cristiane si trova la temibile flotta turca, superiore nel numero ed in precedenza sempre vittoriosa: 222 galere, 60 altri vascelli, 750 cannoni, 34.000 soldati, 13.000 marinai e 41.000 schiavi rematori. Tra i trentamila soldati cristiani (oltre ai cinquantamila tra marinai e rematori) che stanno sulle duecentotrentacinque navi della Lega Santa c’è quello che è forse il più grande scrittore dell’epoca, Miguel de Cervantes, arruolato nel Tercio napoletano.
Quella di Lepanto fu «la più memorabile ed alta occasione che abbiano visto i secoli passati o i venturi sperino di vedere», scrisse l’autore del Don Chisciotte, che nello scontro aveva perso l’uso della mano sinistra. E, nonostante nel Settecento Voltaire si sforzasse di minimizzare il successo cristiano, esso fu fondamentale nell’immediato per aver inferto un duro colpo all’espansionismo navale turco e per i secoli successivi perché sancì la superiorità culturale del mondo europeo su quello levantino.
Come accennato, la spedizione contro gli Ottomani non fu di agevole preparazione, né la stessa battaglia vide una piena intesa tra i comandanti delle varie flotte: don Giovanni d’Austria dovette imporre la decisione di attaccare (pur in inferiorità di posizione, poiché in caso di sconfitta non avrebbe avuto un porto amico in cui riparare) troncando le discussioni con la frase: «Signori, non è questo il tempo di discutere, ma di combattere».
Per considerare le singole fasi della battaglia, leggiamo le pagine di Ludwig von Pastor, che nella sua monumentale Storia dei Papi, così la descrive (l’intera opera di von Pastor si può trovare sul sito www.storialibera.it):
La battaglia descritta da Ludwig von Pastor
«Seguendo la tattica d’allora Don Juan aveva diviso la flotta in quattro squadre quasi egualmente forti e distinte dai colori delle bandiere. Le sei galeazze dei veneziani comandate da Francesco Duodo costituivano l’avanguardia e colla loro superiore artiglieria dovevano spaventare e mettere in disordine i Turchi. Dietro ad esse veleggiavano in linea dritta le prime tre squadre, avendo il comando dell’ala sinistra il provveditore veneziano Agostino Barbarigo, della destra l’ammiraglio spagnuolo Doria, del centro Don Juan. Ai due lati della sua nave ammiraglia veleggiavano Colonna e Venier. La quarta squadra sotto Alvaro de Bazan, marchese di Santa Cruz, formava la retroguardia. Comandava l’ala sinistra della flotta turca il rinnegato calabrese Uluds Alì (Occhiali), pascià d’Algeri, la destra Mohammed Saulak, governatore d’Alessandria, il centro il generalissimo grand’ammiraglio Muesinsade Alì.
Verso mezzogiorno si calma il vento favorevole ai Turchi. Mentre che il sole sfolgora dal cielo senza nubi, le due flotte s’urtano una contro l’altra, una sotto il vessillo del Crocefisso, l’altra sotto la bandiera purpurea del sultano col nome di Allah ricamato a lettere d’oro. I Turchi cercano di oltrepassare i loro nemici alle due estremità. Al fine di impedire la cosa, Doria distende la sua linea di battaglia tanto che fra l’ala destra e il centro si forma un vuoto, nel quale il nemico può facilmente penetrare. Mentre qui la lotta prende una piega pericolosa e Doria in seguito ad abili manovre dei Turchi è spinto con 50 galere verso il mare aperto, la battaglia si svolge molto felicemente all’ala sinistra. Ivi i veneziani combattono contro forze preponderanti con altrettanta tenacia che successo, sebbene il loro capo, il Barbarigo, colpito a un occhio da una freccia, cada mortalmente ferito.
Più violenta ondeggia la battaglia al centro. Là Don Juan che ha a bordo 300 vecchi soldati spagnuoli, muove direttamente contro la nave di Alì, sulla quale trovansi 400 giannizzeri. Con lui partecipano valorosamente alla sanguinosa lotta, che rimane a lungo indecisa, le galere di Colonna, Requesens, Venier e dei principi di Parma e Urbino. La morte del grande ammiraglio turco Alì, la cui ricca galera viene saccheggiata dai soldati di Don Juan e di Colonna, reca la decisione alle ore 4 circa del pomeriggio. Allorquando i Turchi apprendono il disfacimento del loro centro, anche la loro ala sinistra cede e in conseguenza Uluds deve interrompere la lotta con Doria e pensare alla sua ritirata, che egli eseguisce aprendosi fra gravi perdite la via con 40 galere verso Santa Maura e Lepanto.
Sebbene l’esaurimento dei rematori e lo scoppio d’un violento temporale impedissero che si compisse lunga caccia dei nemici, la vittoria dei cristiani fu tuttavia completa. Rottami di navi e cadaveri coprivano in larga estensione il mare. Circa 8000 Turchi erano morti e 10.000 caduti prigioni; 117 delle loro galere caddero in mano dei cristiani e 50 erano affondate o incendiate. I vincitori perdettero 12 galere ed ebbero 7500 morti con altrettanti feriti. Numerosi trofei, come bandiere purpuree con iscrizioni d’oro e d’argento, con stelle e luna, e una grande parte dell’artiglieria nemica erano venuti in mano dei cristiani: 42 prigionieri appartenevano alle più ragguardevoli famiglie turche: fra essi erano il governatore di Negroponte e due figli del grande ammiraglio Alì. Il bottino più bello consistette in 12.000 schiavi cristiani applicati alle galere, fra cui 2000 spagnuoli, che dovettero alla vittoria la loro liberazione.
Molto sangue di nobili andò versato. Mentre gli spagnuoli ebbero a deplorare la perdita di Juan de Córdova, Alfonso de Cárdena e Juan Ponce de León, i veneziani perdettero 20 nobili delle prime case della repubblica. Fabiano Graziani, fratello dello storico di questa guerra, era caduto a lato del Colonna su una galera pontificia. Fra i feriti trovaronsi Venier e un genio allora tuttavia ignoto al mondo, il poeta Cervantes.
Come la spagnuola e la veneziana, così s’era coperta di gloria anche la nobiltà di Napoli, Calabria, Sicilia e specialmente dello Stato pontificio. Con Alessandro Farnese, principe di Parma, e Francesco Maria della Rovere, principe d’Urbino, si videro fra i combattenti Sforza conte di Santa Fiora, Ascanio della Corgna, Paolo Giordano Orsini di Bracciano, Virginio Orsini di Vicovaro, Orazio Orsini di Bomarzo, Pompeo Colonna, Gabrio Serbelloni, Troilo Savelli, Onorato Caetani, Lelio de’ Massimi, Michele Bonelli, i Frangipani, Santa Croce, Capizuchi, Ruspoli, Gabrielli, Malvezzi, Oddi, Berardi. Con giustificato orgoglio la storiografia italiana ricorda la parte gloriosa presa da rappresentanti di tutti i territorii della penisola appenninica alla battaglia navale, che fu la maggiore a memoria d’uomo».
Una vittoria altamente simbolica
La battaglia di Lepanto è altamente simbolica; innanzitutto molto particolare è la formazione con cui le due flotte si scontrarono: forte al centro e con le ali avanzate quella islamica, con un fronte compatto ed una linea di avanguardia e retroguardia al centro quella cristiana. Praticamente, guardandole dall’alto, si sarebbero viste fronteggiarsi una mezzaluna ed una croce!
Inoltre, al tramonto di quel fatidico 7 ottobre, nello stesso momento in cui terminò la battaglia decisiva fra la Croce e la Mezzaluna sulla costa greca, Pio V, occupato nella trattazione di importanti affari col suo tesoriere generale Bartolomeo Bussoti, improvvisamente s’alzò, aprì la finestra e per un po’ di tempo assorto in profonda contemplazione guardò verso il cielo e poi si voltò indietro esclamando: «Ora non è più tempo d’occuparci d’affari: affrettatevi a ringraziare Iddio perchè la nostra armata in questo momento ha riportato vittoria sui Turchi» (per inciso, la notizia giunse a Madrid solo il 2 novembre).
Immediatamente, a ricordo di questo trionfo, avvenuto nella prima domenica di ottobre, tradizionalmente legata al culto del Rosario, venne istituita la festa di Santa Maria della Vittoria: molte delle chiese che portano il suo nome conservano tuttora quadri celebrativi della battaglia di Lepanto. La festa inizialmente era la prima domenica di ottobre, san Pio X le assegnò la data fissa del 7 ottobre. E nelle litanie lauretane, quando di invoca Maria come «Auxilium christianorum», ci si riferisce appunto alla vittoria di Lepanto.
Quali furono le conseguenze politiche del successo cristiano? Esclusa l’impresa di attaccare direttamente Costantinopoli, rimane indubitabile il trauma che la battaglia causò nell’impero ottomano: grande confusione politica, tensioni acuite nello stato maggiore islamico, enormi spese – con conseguente crisi economica – per ricostruire la flotta. In particolare i musulmani si resero conto di non essere in grado di costruire navi che potessero competere con quelle, di impianto modernissimo, della flotta veneziana e quindi rinunciarono presto al tentativo di egemonia nel Mediterraneo.
A quasi quattro secoli e mezzo di distanza, Lepanto continua a mantenere un significato particolare: la vittoria della Lega Santa divenne la pietra miliare sulla quale si sarebbe legittimata l’egemonia occidentale e di cui si nutrirà la volontà di riscatto del mondo islamico nei secoli a venire. E se Voltaire poté ironizzare sulle scarse conseguenze politiche di un così grande scontro militare, questo avvenne perché, dopo la battaglia, tornarono a galla le divisioni interne alla Lega Santa (presto sciolta) e gli scontri tra Principi europei. Una lezione che, ancora oggi, torna utile ripetere.

(Gianandrea de Antonellis – Università Europea di Roma)

 

 

 

A cura della segreteria della Senatrice Laura Bianconi
Via Uberti,14 – 47023 Cesena (FC)
tel. 0547/613927 – fax 0547/613935
www.laurabianconi.itsenatrice@laurabianconi.it

Questa newsletter vuole essere un contributo al dibattito politico e culturale nel nostro Paese. Ci scusiamo se arriva contro la tua volontà, molti dei nostri indirizzi sono presi da elenchi istituzionali e trattati secondo quando stabilito dalla L. 675/96, se non vuoi più riceverla.

clicca qui


Privacy e Note Legali
[ home ] - [ biografia ] - [ news letters ] - [ photo gallery ] - [ links ] - [ contatti ]