Laura Bianconi Vicepresidente dei Senatori del Gruppo PDL
Newsletter n. 35 del 9 novembre 2010 - Speciale Famiglia

In Commissione
Affari costituzionali
Sospensione dei procedimenti penali nei confronti delle alte cariche dello Stato
Carta delle autonomie
Finanze e Tesoro
Misure in favore delle attività professionali
Proposta di regolamento del Parlamento europeo relativa alle vendite allo scoperto e ai credit default swap
Disposizioni in materia di banche popolari
Istruzione Pubblica
Audizione del Sottosegretario Paolo Bonaiuti su ddl Disciplina prezzo dei libri
Istituzione Comitato nazionale Conte di Cavour
Lavori pubblici, Comunicazioni
Audizione della Commissaria europea per l’Agenda digitale, Neelie Kroes, sulle prospettive delle tecnologie dell’informazione e delle comunicazioni
Agricoltura
Audizione dell’Assessore Dario Stefano, coordinatore nazionale degli assessori all’Agricoltura, in relazione alla politica agricola comune
Industria, Commercio, Turismo
Indagine conoscitiva sulla competitività delle imprese industriali: audizione dell’AD di Alenia Aeronautica
Lavoro, Previdenza sociale
Audizione del Ministro Sacconi sul Libro Verde sul sistema pensionistico in Europa
Igiene e Sanità
Ammodernamento SSN
Riordino settore farmaceutico
Territorio, Ambiente e Beni Ambientali
Indagine conoscitiva sull’erosione delle zone costiere

In Aula

Informativa del Ministro dell’Interno Maroni sulle questioni che hanno riguardato la Questura di Milano
Riforma della professione forense
 


Perchè uno Speciale Famiglia? Perchè proprio nei giorni in cui gran parte della stampa è dedicata alle vicende della politica nostrana (non preoccupatevi ne parleremo anche noi), è successo che a Milano e a Barcellona si sia parlato di famiglia. Ci sembrava giusto che queste due notizie non passassero inosservate

MILANO, PER TRE GIORNI LA FAMIGLIA AL CENTRO DEL DIBATTITO
Separazioni, divorzi, coppie di fatto, denatalità. La seconda Conferenza nazionale della Famiglia e che si è aperta ieri a Milano, e che proseguirà fino a domani, presenta un’agenda tutta in salita per quello che, fortunatamente viene ancora percepito come l’istituto fondante della nostra società. La crisi economica, la precarietà del lavoro, i nuovi stili di vita sono tutti fattori che contribuiscono a mettere in crisi il modello 'tradizionale' di famiglia. Per questo è così importante questo momento di incontro, di riflessione e di dibattito organizzato dal Dipartimento politiche della famiglia della Presidenza del Consiglio dei Ministri in collaborazione con l’Osservatorio nazionale sulla famiglia. Naturalmente quando si parla di famiglia è facile che scoppi la polemica, alimentata da quelle lobby che preferiscono piuttosto che si parli di ‘famiglie’, per comprendere così tutte le varie e variegate forme di convivenza che rivendicano lo status e i diritti della famiglia tradizionale. Così è bastato che il Ministro Sacconi facesse riferimento all’articolo 29 della Costituzione (famiglia come unione di un uomo e una donna legati dal vincolo del matrimonio), e che il Sottosegretario Giovanardi sottolineasse l’importanza della Legge 40 contro i rischi del far west procreativo, per mettere in secondo piano gli impegni importanti che il Governo ha preso di fronte alla platea della Conferenza. Innanzi tutto il Piano nazionale sulla famiglia, che segna un’autentica svolta culturale, individuando un approccio organico alle problematiche della famiglia intesa come insieme di relazioni sociali. E poi il Quoziente familiare, o Fattore famiglia, per andare incontro all’esigenza di un fisco più equo. “Oggi – commenta la Senatrice Laura Bianconi - a parità di reddito, è il numero di figli a spostare la lancetta da una condizione di benessere a una condizione di povertà. E' dunque importante sostenere chi, pur nella difficoltà e nella precarietà del momento, fa figli, attraverso adeguate politiche fiscali, attraverso la conciliazione dei tempi di lavoro con i tempi della famiglia, attraverso la creazione di una rete di servizi a supporto della famiglia”.

“LO STATO AIUTI LA FAMIGLIA”
Non è bastato il bacio collettivo lungo due minuti di 200 omosessuali, non sono bastate le performance di femministe, atei e transgender (che qualcosa in comune avranno anche se non si capisce cosa), non è bastata l’eloquente assenza del Primo Ministro, a far desistere Benedetto XVI dal chiedere a gran voce un concreto intervento a favore della famiglia. Proprio in quella che un tempo era la cattolicissima Spagna, che sotto il Governo Zapatero ha approvato leggi su aborto, divorzio express e matrimoni omosessuali, il Papa ha voluto ribadire, ancora una volta che “l’uomo e la donna che si uniscono in matrimonio e formano una famiglia siano decisamente sostenuti dallo Stato” e che la vita umana deve essere difesa dal concepimento fino alla sua morte naturale. Due concetti semplici, ultimamente bistrattati e considerati anticaglie di cui liberarsi, che sono il fondamento del nostro modello di società. Perché si potrà anche giocare ai progressisti ad oltranza, si potrà anche sventolare la bandiera del laicismo anticlericale ma alla fine a fare la differenza sono le migliaia di persone che si sono ritrovate per la consacrazione della Sagrada familia. Zapatero non c’era, ma nessuno ne ha sentito la mancanza.


Per questa newsletter interamente dedicata alla famiglia Spazio libero ospita un contributo complesso, articolato, esaustivo ad opera del Professor Pierpaolo Donati, sociologo italiano, autore di numerose opere di carattere teorico ed empirico. Ordinario di Sociologia della famiglia presso l'Università di Bologna, a lui si deve l’elaborazione di una teoria generale per l’analisi della società conosciuta con il termine di ‘sociologia relazionale’.
Nel corso della sua carriera ha ricevuto numerosi e prestigiosi riconoscimenti, quali quello dell’ONU nel corso dell’Anno Internazionale della Famiglia del 1994, e il Premio San Benedetto per la Promozione della Vita e della Famiglia in Europa nel 2009.

LA CONFERENZA NAZIONALE SULLA FAMIGLIA DI MILANO (8-10 NOVEMBRE 2010): SFIDE E PROPOSTE
La Conferenza Nazionale sulla famiglia di Milano (8-10 novembre 2010) è una tappa importante nella formulazione di nuove politiche familiari che diano al Paese un quadro complessivo e organico di interventi a favore della famiglia. I dati statistici dimostrano infatti che i maggiori problemi dell’Italia sono legati ad un insufficiente sostegno della famiglia. La povertà, in questo Paese, è legata al fatto di avere dei figli, ed è anche per questo che da molti anni abbiamo un tasso di natalità molto basso, che, se continuerà ancora così, porterà la popolazione autoctona a diventare una netta minoranza e poi a estinguersi, nel giro di non molte generazioni.
La Conferenza deve analizzare il senso e la portata della attuale rivoluzione nelle strutture e nei comportamenti familiari che io chiamo ‘morfogenesi della famiglia’, la quale può essere brevemente descritta come segue.
a) La bassa natalità non riesce più a rigenerare le famiglie. Ragionando in termini molto grossolani ma espressivi, si può dire che, per formare una coppia, occorrono in media due famiglie, il che significa che ad ogni generazione si perde una famiglia su due.
b) Nonostante ciò, e benché la popolazione (autoctona) sia arrivata alla crescita zero (anzi sotto lo zero), aumenta il numero delle famiglie anagrafiche, il che si spiega con il fatto che le famiglie si scompongono e si frammentano. Aumenta la percentuale dei single. Di conseguenza si riduce anche l’ampiezza media della famiglia. In generale, la riduzione della rete familiare significa un maggiore rischio di fragilità.
c) Aumenta l’età media al primo matrimonio sia per gli uomini sia per le donne, il che indica l’accrescersi delle difficoltà soggettive e oggettive di fare famiglia e avere figli, decisioni che vengono rimandate a quando la coppia avrà migliori certezze di un certo livello di benessere.
d) Correlato al postponimento delle scelte matrimoniali, c’è il postponimento delle scelte procreative, per cui la procreazione tende a concentrarsi in un intervallo di tempo sempre più ristretto, quando la donna ha all’incirca fra i 30 e 36 anni di età.
e) Aumentano le coppie senza figli.
f) Diminuiscono le coppie con figli.
g) Aumentano le famiglie monogenitoriali.
h) Aumentano le famiglie anziane, in particolare di anziani soli.
i) Si allentano i rapporti di parentela, quindi cresce l’isolamento sociale delle famiglie.
j) Aumentano le separazioni e i divorzi.
k) Aumenta in modo significativo il numero di figli nati fuori del matrimonio.
l) Risulta molto elevata la percentuale di giovani che rimangono nella casa dei genitori oltre l’età media di matrimonio.
In tutta Europea, le politiche sociali fanno fatica a seguire questi cambiamenti, perché sono inerziali e tendono a mantenere i loro riferimenti ad assetti precedenti. In generale, i governi e i Parlamenti si adattano a quanto accade. Essi cercano di aiutare gli individui a migliorare le loro opportunità di vita come individui, ma rinunciano a sostenere la famiglia in quanto istituzione. Ci si chiede allora se abbia ancora un senso parlare di ‘politiche familiari’, dato che il loro oggetto-soggetto, cioè la ‘famiglia’, diventa un’etichetta priva di contenuti. Tuttavia la maggior parte della gente riconosce che occorre promuovere delle politiche chiamate ‘familiari’.
Ma allora di che cosa parliamo?
Il problema di fondo riguarda il modo in cui interpretiamo e affrontiamo la morfogenesi familiare. Posto in termini semplicistici, l’interrogativo è: dobbiamo accettare gli attuali fenomeni di morfogenesi familiare come un processo di evoluzione inevitabile e necessaria, che non può e non deve essere guidato da altri che non siano gli individui stessi che lo vivono, oppure dobbiamo darle un senso collettivo, comune, e governarla nell’interesse generale? In questo secondo caso, che cosa fare?
Questo è il problema che dobbiamo affrontare. Le politiche familiari, infatti, si configurano diversamente a seconda di come si risponde a tali domande.

La famiglia è entrata nella logica delle opportunità che domina il mondo globalizzato. Questa logica è spinta da una ‘energia estetica’ che fa scegliere agli individui le occasioni ritenute favorevoli in base al principio del piacere e agli ‘interessi del momento’, privi di finalità vincolanti che rispondano ad un progetto di lungo termine. E dunque privi di norme sociali che rendano tendenzialmente stabili le scelte. Cosicché gli individui si aggregano e disaggregano con una crescente variabilità, la quale non risponde più ad un qualche ordine sociale che non sia l’espressione di una spontaneità diffusa. Vengono così annullate le funzioni sociali della famiglia.
Nel complesso, la famiglia sembra essere diventata un nuovo rischio per l’integrazione psicologica, sociale e culturale delle persone e del tessuto sociale. In alcune aree dell’Europa la famiglia è considerata un vincolo negativo, perché – così si dice - frena lo sviluppo economico (perché diminuisce la disponibilità ad una partecipazione flessibile al mercato del lavoro), condiziona negativamente la natalità (si dice: la natalità aumenta se i genitori non sono vincolati al matrimonio o comunque ad una forma determinata di famiglia), e in generale limita le potenzialità degli individui. Viene da chiedersi in quale tipo di società viviamo se la famiglia, quella nucleare basata sul matrimonio, da luogo di ricomposizione e creatività della persona, diventa un rischio, individuale e sociale, da evitare.
Della morfogenesi familiare c’è ampia documentazione statistica. Ma l’interpretazione che di questi dati offre la cultura dominante in Europa lascia alquanto perplessi.
Infatti, lo scenario appena delineato di cambiamenti familiari viene in larga parte accolto come segno della nascita di un nuovo orizzonte positivo per le famiglie, avente il carattere di una evoluzione che è ritenuta inarrestabile e non giudicabile. Si saluta come progresso la tendenza a intendere la famiglia come una forma di convivenza quotidiana in cui gli individui definiscono liberamente i loro diritti e doveri, e li affermano come scelte personali su cui solo loro possono decidere. Si plaude alla famiglia come ‘invenzione del presente’, come espressione della creatività di individui emancipati dai legami e dai vincoli esistenti in precedenza. Si esalta la scelta di chi vuole un figlio come segno di realizzazione individuale senza necessariamente formare la coppia genitoriale. Si plaude all’idea che la coppia felice non possa durare più di un ragionevole lasso di tempo, dopo il quale si passa ad un’altra esperienza di coppia, e questo può – anzi deve – essere fatto tante volte quante sono necessarie perché l’individuo si senta realizzato. Si additano come ‘nuove famiglie’ le aggregazioni più disparate di individui che sono alla ricerca di relazione in cui sentirsi a proprio agio dal punto di vista affettivo.
Tutto ciò va sotto il nome di ‘pluralizzazione delle forme familiari’. Questa nuova frontiera viene salutata come la promessa di un mondo migliore in cui ciascuno sarà più libero ed uguale agli altri nel cercare la propria felicità individuale. La famiglia viene ridotta alle relazioni affettive primarie, dimenticando che essa non è un semplice gruppo primario, ma è anche una istituzione sociale.
Certo si ammette che alcuni possano aderire anche a forme più stabili e impegnative di famiglie. Ma queste sono considerate un’eccezione e comunque fuori della traiettoria dell’evoluzione. In futuro, così si dice, la famiglia sarà una convivenza puramente affettiva tra persone che possono revocare in ogni momento questa loro appartenenza. Si ignora che, nel frattempo, cresce il numero delle persone che vivono una vita infelice a causa del diffondersi di questa mentalità. Di fatto, le statistiche ufficiali non riportano i dati sulle connessioni fra le dinamiche delle relazioni familiari ‘pluralizzate’ e i malesseri, i disagi, le patologie individuali e sociali.
In realtà, la pluralizzazione delle forme familiari porta con sé nuove carenze, che consistono nel fatto di vivere in una condizione familiare povera di risorse relazionali, non materiali. Le società europee soffrono di queste nuove infelicità, che possiamo chiamare ‘carenze familiari’, a fronte delle quali non mi sembra che esista una consapevolezza adeguata, soprattutto da parte dei sistemi politico-amministrativi ed economici. Queste povertà non sono di ordine materiale, ma riguardano la qualità delle relazioni familiari. E noi sappiamo che le relazioni sono ancora più decisive delle risorse materiali agli effetti del benessere delle persone e della coesione sociale.
Le nuove povertà familiari sono povertà relazionali, che non possono essere realmente comprese se non si possiede una adeguata visione relazionale della vita sociale.
Le persone mancano di relazioni primarie significative. Da questa mancanza deriva la spasmodica ricerca di una forma di convivenza quotidiana con altri significativi che si pensa possa essere fonte di emozioni e affetti per il proprio ego. Lo si chiama ‘individualismo emancipatore’, che è una nuova versione della teoria dell’’individualismo istituzionalizzato’, la quale è stata ed è tuttora il pilastro della costruzione della società occidentale.

Le politiche familiari generalmente tendono a seguire questa evoluzione. Esse vanno incontro ai desideri di maggiore individualizzazione espressi dagli individui e agevolano la ricerca della felicità attraverso relazioni familiari che vengono accettate e trattate come ‘liquide’. Salvo poi constatare che una ‘famiglia liquida’ non può dare la felicità.
Di qui le nuove patologie infantili, adolescenziali, giovanili. Ma anche tante patologie degli adulti e degli anziani. I nessi relazionali fra il modo di intendere la famiglia e i suoi effetti rimangono però nascosti, latenti, non vengono rilevati. Gli esperti ne parlano, ma non ci sono indagini rappresentative sulle intere popolazioni.
Forse è venuto il momento di soffermarci a comprendere meglio la situazione delle famiglie in Occidente. A mio avviso, ciò significa mettere a tema le nuove povertà familiari come deficit relazionali. Ossia, come deficit che ineriscono al tipo di relazioni che definiscono la condizione familiare. Solo se mettiamo a fuoco queste nuove povertà familiari potremo capire di quale tipo di ‘politiche familiari’ abbiamo bisogno.

L’Unione Europea mostra un crescente interesse per la famiglia e, al contempo, una sostanziale ‘neutralità’ etica e politica.
Dietro i comportamenti incerti, e anche ambigui, della UE ci sono dei problemi che devono essere messi in luce. I problemi riguardano il fatto che l’UE non trova un accordo né su che cosa debba intendersi per famiglia, né su quali politiche sociali debbano essere perseguite per sostenerla. Su tutto questo regna un profondo disaccordo. Ecco perché si lascia la materia familiare ai livelli territoriali più bassi e ci si limita ad affrontare il tema della famiglia in maniera indiretta e obliqua, cioè trattando la famiglia come problema demografico, di povertà, di uguaglianza di opportunità, di mercato del lavoro, di inclusione sociale. Ma ciò significa eludere il problema di fondo, che è quello di che cosa significhi essere e fare famiglia, e quali siano le funzioni sociali della famiglia.
Le dichiarazioni degli uomini politici non aiutano a fare chiarezza. Essi sono soliti esaltare la famiglia come il fondamento della società, la qual cosa sembrerebbe essere un riconoscimento di un preciso soggetto sociale. Ma non è così. La famiglia è identificata con relazioni calde e amorevoli. Viene riconosciuta l’esistenza di uno spettro crescente di tanti modi diversi di fare famiglia che vengono interpretati come ricchezza, senza dire in che cosa tale ricchezza consista. Il compito della politica nei confronti della famiglia viene inteso come sostegno agli individui nei loro compiti di cura reciproca. Il che conduce a definire la famiglia come una convivenza fra (almeno) un adulto che si prende cura di (almeno) un altro soggetto debole, come un bambino o un anziano. La famiglia, insomma, viene intesa come il luogo delle cure (supposte) amorevoli.

È evidente che l’UE stenta a formulare una politica familiare esplicita e diretta. Essa si limita a trattare le problematiche familiari da altre angolature. Le preoccupazioni fondamentali sembrano essere: (i) il declino demografico (bassa natalità/fecondità) e i correlati problemi di riproduzione della popolazione e di solidarietà fra le generazioni; (ii) il ruolo della donna dal punto di vista della sua partecipazione al mercato del lavoro e a tutte le opportunità sociali su basi di parità (gender mainstreaming); (iii) la mancata inclusione sociale degli individui a causa di pesanti carichi familiari. Ciò significa adottare una posizione neutrale di fronte ai dilemmi principali che riguardano il presente e il futuro della famiglia in quanto tale. Quali sono i dilemmi, a mio parere?
Dobbiamo vedere le correlazioni tra i modi di intendere la famiglia (dal punto di vista culturale e scientifico) e le politiche familiari.

(I) L’osservazione descrittiva. Dal punto di vista dell’analisi della situazione e delle tendenze della famiglia, prevale un approccio che si autodefinisce puramente descrittivo. In realtà, ogni analisi ha dietro di sé una serie di assunti non esplicitati, anzi largamente ideologici, che mettono in luce certi fenomeni, mentre ne ignorano o lasciano in ombra molti altri.
Un esempio per tutti. Le indagini statistiche rilevano i fenomeni di frammentazione, disgregazione e deistituzionalizzazione della famiglia. Se ne deduce che la famiglia è soggetta ad una sorta di legge di ‘semplificazione’ progressiva, fino alla evaporazione di una precisa struttura, che la porterebbe a divenire un insieme casuale e ristretto di individui e di relazioni privatizzate. In realtà, questi risultati sono dovuti a due fatti: primo, non vengono raccolti dati su altri fenomeni, quelli che riguardano le reti familiari e parentali allargate e le nuove aggregazioni familiari (tra cui le nuove comunità familiari); secondo, il discorso sulle funzioni sociali della famiglia è sottovalutato o è dato per scontato, nel senso che viene limitato alle responsabilità reciproche dei conviventi, anziché osservare anche il ruolo della famiglia nella società più ampia. Un Rapporto francese ha chiarito bene questi aspetti.
Abbiamo scarsi e poco significativi dati significativi, quasi sempre non comparabili tra Paesi, circa le reti familiari, le loro qualità culturali, organizzative e normative, e i loro effetti.
In sostanza, l’approccio scientifico adottato per descrivere i mutamenti della famiglia è largamente di tipo positivistico ed evoluzionistico. Si sottolinea l’emergere di una pluralità di forme familiari, laddove la ‘pluralità’ è intesa nel senso di equiparare la famiglia ad un aggregato qualunque di individui legati fra loro essenzialmente da affetti privati. La definizione di famiglia, ciò che essa significa per le persone e come la vivono, non proviene dagli stessi soggetti, ma è determinata prevalentemente dai ricercatori. Alla fine, per evitare giudizi di valore, la famiglia viene semplicemente definita come una rete di sostegno alle persone, che ha differenti sotto-sistemi e in cui ogni individuo ha una crescente autonomia nel definire i suoi confini familiari, inclusi i diritti e i doveri.
Il dilemma che sorge è il seguente: se questa è la definizione della famiglia, quali sono le sue funzioni sociali? Si tratta solo di cura fra i conviventi? Rispondere a questo interrogativo è cruciale se vogliamo definire l’obiettivo delle politiche familiari. È infatti evidente che, se la famiglia diventa un semplice aggregato di individui che definiscono in modo del tutto soggettivo le loro relazioni, i loro diritti e obbligazioni, la società non può più attendersi nulla dalla famiglia come istituzione sociale. Le aspettative ricadono solo sugli individui come tali, il che comporta, come conseguenze, che: primo, non si vedono le relazioni familiari come tali; secondo, la famiglia non ha più alcuna funzione sociale normativamente attesa.
In realtà, questa conclusione contrasta radicalmente con la realtà effettuale, se consideriamo che in ogni Paese tutte le istituzioni pubbliche hanno precise attese nei confronti non solo degli individui come tali, ma delle loro condizioni familiari, perché sono tali condizioni che influenzano decisamente la partecipazione alla vita sociale degli individui. Tutte le istituzioni sociali, dalla scuola, ai luoghi di lavoro, dai servizi sanitari a quelli sociali, si aspettano dalla famiglia qualcosa di più e di diverso da quello che si attendono dai puri individui. Del resto, in ogni Paese, c’è una continua produzione legislativa per regolare non solo i rapporti di coppia, fra genitori e figli, fra generazioni contigue, ma anche tra la famiglia e le altre istituzioni sociali. Le indagini empiriche sulle tendenze familiari generalmente sottostimano o ignorano questi aspetti.

(II) La valutazione delle tendenze. Le indagini statistiche sulle strutture e i comportamenti familiari dicono di prendere semplicemente atto dei fenomeni empirici senza esprimere giudizi di valore. Di fatto, però, le analisi statistiche hanno quasi sempre dietro di sé un giudizio di valore. Tuttavia, le valutazioni rimangono implicite.
Il dilemma che troviamo a questo proposito è il seguente: dobbiamo dare un senso ai cambiamenti in atto oppure dobbiamo considerarli neutri dal punto di vista dei valori in gioco? Se, infatti, hanno un senso per l’esistenza umana delle persone, allora essi implicano una valutazione. Con ciò non intendo dire che si debbano dare dei giudizi moralistici, ma che vadano valutati dal punto di vista sociologico gli effetti sociali che i cambiamenti familiari producono. Se le analisi statistiche debbono servire a qualcosa, a me sembra necessario che le stesse analisi debbano occuparsi di conoscere se i fenomeni in atto creano dei beni relazionali oppure invece dei mali relazionali. I fenomeni di cui trattiamo non sono mai neutri nel senso che non producono né beni né mali relazionali, perché di fatto generano gli uni oppure gli altri.
Il dilemma che si pone può essere espresso con altre parole: l’attuale morfogenesi della famiglia è fisiologica o patologica? Ovvero: in quali dimensioni è fisiologica e in quali è patologica? Rappresenta un modo di evolversi della famiglia che è positivo per le persone e per la società, oppure rappresenta un problema per le une e le altre, e quindi un decadimento del modo di vita che può avere influenze assai negative sul futuro di un’intera civiltà? Questo dilemma non può essere evitato.

(III) Il discorso sulle politiche familiari. All’interno del suddetto approccio evoluzionistico che equipara la famiglia ad un aggregato qualunque di individui che fanno le loro scelte private, le funzioni sociali della famiglia sono esaltate in via retorica, ma di fatto non sono considerate. Ignorare le funzioni sociali della famiglia porta a commettere gravi errori. Due esempi. Si dice che fare politiche che favoriscono l’occupazione dei genitori sia un incentivo o comunque un aiuto a fare famiglia, ma, in realtà, la connessione fra le due cose non è più vera come lo è stato un tempo; adesso l’una cosa non implica affatto l’altra. Si dice che, sollevando gli individui dai loro carichi familiari, si favorisce una vita familiare più serena e felice; ma ciò non è sicuro, anzi in molti casi, gli effetti pratici non vanno in tale direzione. Qui il dilemma è il seguente: le politiche familiari dovrebbero individuare le funzioni sociali della famiglia che sono mediazioni fra l’individuo e la società, ma le funzioni non sono identificate, non sono né esplicitate né riconosciute.
Non si indaga sul valore sociale aggiunto della famiglia. Non si indaga sui rapporti tra la frammentazione della famiglia e i problemi della coesione sociale. Certamente si vede l’importanza della famiglia per la cura e l’educazione dei bambini, e quindi per il capitale umano delle nuove generazioni, ma non si vede la famiglia come capitale sociale in se stessa. A questo proposito, il dilemma è: la famiglia è solo un affare privato o anche sociale e pubblico? Se è anche sociale e pubblico, la comunità sociale e politica deve o meno intervenire per regolare la vita familiare?
È indubbio che assistiamo ad una crescente privatizzazione della famiglia, a cui corrisponde una legislazione che la asseconda in tanti aspetti, salvo poi rilevare che la privatizzazione ha degli effetti negativi sul piano pubblico che vanno regolati (è questo il modello lib/lab di politiche familiari). Ma ci si chiede: se la famiglia diventa una ‘invenzione soggettiva’, come affermano vari studiosi, che conseguenze ci saranno sulla coesione sociale e culturale? Se le politiche familiari si traducono solo in diritti individuali a poter costruire relazioni qualunque, dove sta la specificità delle politiche familiari? In breve: la famiglia è solo una fatica, un vincolo, un costo, un carico per gli individui e un peso per la società oppure è anche un valore sociale aggiunto che deve essere riconosciuto e sostenuto da parte di tutte le istituzioni, e in particolare dal sistema politico-amministrativo? Ma in quest’ultimo caso, come intervenire?
La tesi di Donati è che occorre tematizzare i dilemmi, evitando l’atteggiamento oggi tanto diffuso di rimuoverli e metterli in latenza. Infatti, ignorare i dilemmi della famiglia o lasciarli al destino cieco dell’evoluzione non è un buon servizio alla felicità delle persone e dei popoli. In secondo luogo, dobbiamo rivedere gli schemi concettuali con cui vengono disegnati e implementati i sistemi di welfare. Infine, si tratta di elaborare delle strategie di intervento che io propongo di denominare family mainstreaming. Si tratta di politiche complementari al gender mainstreaming, cioè a quelle politiche sociali di promozione della donna che, se hanno prodotto dei risultati positivi, hanno però anche avuto effetti negativi nei confronti della famiglia. Una politica di pari opportunità fra uomini e donne deve essere accompagnata da una vera e propria politica familiare.
Questa politica deve concretizzarsi in un Piano nazionale che affronti i maggiori problemi della famiglia, che possono essere così sintetizzati.
Il Piano degli interventi è composto come segue.
a) Equità economica distinta in: fiscalità generale (Irpef, deduzioni, detrazioni, assegni, altre integrazioni di reddito,’quoziente familiare’ o ‘fattore famiglia’ o analoghi), tributi locali (Ici, Tarsu, tasse di scopo, ecc.), tariffe (utenze urbane); revisione dell’ISEE.
b) Politiche abitative per la famiglia.
c) Lavoro di cura familiare: servizi per la prima infanzia, congedi, tempi di cura e interventi sulla disabilità e non autosufficienza.
d) Pari opportunità e conciliazione tra famiglia e lavoro.
e) Privato sociale, terzo settore e reti associative familiari.
f) Servizi consultori ali e di informazione (consultori, mediazione familiare, centri per le famiglie).
g) Immigrazione (sostegni alle famiglie immigrate).
h) Alleanze locali per la famiglia.
i) Monitoraggio delle politiche familiari.
l) Potenziamento del Fondo nazionale delle politiche per la famiglia e coordinamento con altri Fondi nazionali.
La Conferenza ha il compito di dare una risposta all’urgente necessità di questo Piano, che già è scritto in una bozza che dovrà essere discussa e arricchita da tutti i partecipanti.

(Pierpaolo Donati, Direttore scientifico dell’Osservatorio Nazionale sulla Famiglia)

 

 

 

A cura della segreteria della Senatrice Laura Bianconi
Via Uberti,14 – 47023 Cesena (FC)
tel. 0547/613927 – fax 0547/613935
www.laurabianconi.itsenatrice@laurabianconi.it

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