Laura Bianconi Vicepresidente dei Senatori del Gruppo PDL
Newsletter n. 43 del 18 gennaio 2011

In Commissione
Affari costituzionali
Ddl Anticorruzione
Ddl Proroga dei termini
Persone scomparse
Affari esteri
Audizione del Gen.B. Claudio Berto e del Gen.B. Alessandro Veltri, già comandanti ISAF in Afghanistan
Bilancio
Gestione dei rifiuti in Campania
Lavori pubblici, Infrastrutture
Designazione infrastrutture critiche europee
Audizione del Presidente della Consulta dell’autotrasporto sul Nuovo Piano nazionale della logistica
Audizione delle organizzazioni del settore pesca sulle problematiche del comparto
Industria, Commercio, Turismo
Attuazione della direttiva CE sulla promozione dell’energia da fonti rinnovabili
Misure per la promozione del turismo sportivo e la realizzazione di impianti da golf
Sanità
Determinazione dei costi e dei fabbisogni standard nel settore sanitario

In Aula
Mozione sull'estradizione di Cesare Battisti, presentata da rappresentanti di tutti i Gruppi parlamentari
Relazione del Ministro Guardasigilli sull'amministrazione della giustizia

CASO BATTISTI: IL SENATO VOTA ALL’UNANIMITA’ LA RICHIESTA DI ESTRADIZIONE
La decisione di non concedere l’estradizione di Cesare Battisti è’ stato uno degli ultimi atti del Presidente Lula prima di passare la mano alla neo eletta Dilma Rousseff, ed è stata una decisione che, sebbene annunciata da molti segnali, non ha potuto che suscitare rammarico nel popolo italiano e soprattutto nei familiari delle vittime. Perché Cesare Battisti, membro di spicco dell’organizzazione sovversiva Proletari Armati per il Comunismo, è un pluriomicida, riconosciuto colpevole e condannato all’ergastolo dopo un iter processuale costituito da ben sette processi a cui hanno preso parte ventiquattro giudici. Nulla di più lontano dunque da quello che una visione romantica della lotta armata ha cercato di presentare: solo uno spietato criminale che per perseguire un disegno politico di violenza non ha esitato ad uccidere persone comuni, semplici lavoratori, che nulla avevano a spartire con l’odiato "potere" che voleva destituire. Antonio Santoro, maresciallo della polizia penitenziaria, Pierluigi Torregiani, gioielliere, Lino Sabbadin, macellaio, Andrea Campagna, agente della Digos, sono queste le vite spezzate da Cesare Battisti. Per loro e per i loro familiari è importante non dimenticare e, soprattutto non lasciare di nulla di intentato affinché Cesare Battisti, condannato definitivamente in Cassazione nel 1993, sconti in Italia la pena che un legittimo tribunale gli ha comminato. In questa ottica il Senato italiano, questa mattina, ha votato all’unanimità la mozione sottoscritta dai rappresentanti di tutti i gruppi parlamentari in cui si chiede al Governo di impegnarsi affinché vengano assunte tutte le iniziative atte a conseguire l’estradizione di Cesare Battisti. Il Sottosegretario per gli affari esteri Scotti, pur richiamando i vincoli di amicizia e collaborazione che legano l’Italia al Brasile, non ha potuto che ribadire l’amarezza per una decisione infondata e ingiusta e in tal senso ha manifestato il pieno apprezzamento all’unanime iniziativa dei senatori.


PARTECIPAZIONE, CRESCITA, SVILUPPO: UNA NUOVA VIA PER L’ITALIA
Concluso, ma non ancora archiviato, il referendum di Mirafiori per gli strappi che la CGIL sta cercando di ricomporre, il lavoro continua ad essere ancora al centro dell’agenda politica. Se ne parlerà domani, 19 gennaio, in un convegno di studi organizzato a Roma dal Gruppo PdL del Senato dal titolo: PARTECIPAZIONE, CRESCITA, SVILUPPO: UNA NUOVA VIA PER L’ITALIA. L’apertura dei lavori sarà affidata al vicepresidente vicario del gruppo Pdl al Senato, Gaetano Quagliariello. Alle ore 12 è prevista la relazione del ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi. A seguire gli interventi del segretario generale della Uil, Luigi Angeletti, del vicepresidente di Confindustria, Alberto Bombassei, del segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, e del capogruppo del Pdl nella Commissione Lavoro del Senato, Maurizio Castro. Il convegno sarà concluso dal presidente del gruppo Pdl al Senato, Maurizio Gasparri. Coordineranno i lavori i Senatori Cesare Cursi e Pasquale Giuliano.


La scorsa settimana abbiamo dedicato l’apertura della newsletter, la prima dell’anno, agli attacchi contro i cristiani copti di Alessandria d’Egitto e l’amico Mario Cicala, già noto ai lettori di Spazio di Libertà, ci ha inviato l’intervento svolto il 22 giugno 2010 nel corso di una tavola rotonda organizzata da “Umanesimo cristiano”. La mail era accompagnata da questo pensiero, quanto mai attuale: “la resa dei cristiani d'occidente, che si vergognano di esporre il crocifisso e di comporre il presepe, che parlano della "festa della luce" per non dire Natale, è un esplicito incoraggiamento alla persecuzione dei cristiani d'oriente”. A sei mesi di distanza l'intervento è quanto mai attuale, come anche la raffinata analisi su democrazia, "elite", magistratura.

VALORI E DIRITTO: IL CASO DEL CROCEFISSO
Il mio intervento sarà sotteso fra due interrogativi.
Il primo: come è possibile che una Corte Europea si sia pronunciata all’unanimità in favore della rimozione del crocefisso dalle aule scolastiche? E questo nonostante le molte, persuasive ragioni di carattere giuridico, storico e sociologico che sono state esposte, e che, specie in Paesi come quelli europei di antiche radici cristiane militano invece a favore del mantenimento del simbolo?
Come mai in una materia dove tanto - e legittimamente - dovrebbe pesare il sentimento collettivo, i giudici (anche il giudice espresso dall’Italia) si sono orientati per una soluzione così impopolare, da cui hanno subito preso le distante uomini politici di ogni schieramento e colore?
Vorrei tentare di esporre qualche spunto per una risposta.
Sono presenti, nel nostro sistema politico e sociale, due modi di essere della democrazia.
Il primo è la democrazia del voto, accettato da coloro che ritengono la democrazia sia in primo luogo un metodo, discutibile quanto si vuole ma pratico, per decidere le questioni di comune interesse. Nessuno porta il “cervello all’ammasso” delle urne, ciascuno anche dopo un voto sgradito mantiene le sue convinzioni, ma i soccombenti si rassegnano al cruccio di aver “perso la partita”.
Altri credono invece in una “democrazia dei risultati”, secondo cui il sistema democratico è tale solo se produce quei risultati che ai “virtuosi della democrazia” sembrano giusti e democratici; ed al fine di raggiungere questa “democrazia sostanziale” è consentito, non dirò scavalcare, ma diciamo “forzare” la democrazia del voto.
E’ la democrazia “elitaria”, o - se vogliamo usare una parola di peso storico e forse eccessiva - “giacobina”, in cui le minoranze illuminate conducono alla democrazia un popolo poco convinto o magari recalcitrante.
Nell’odierna società la democrazia elitaria ha assunto la forma di democrazia giudiziaria, la magistratura vero “braccio armato” della “elite” degli uomini intelligenti e consapevoli (rectius che si qualificano reciprocamente come intelligenti e consapevoli), che ragionano con il cervello e non con la pancia, attua la democrazia anche senza o contro la volontà popolare.
Il popolo interviene nella democrazia giudiziaria attraverso l’“elite”. “Elite” sono le persone sensibili che promuovono l’intervento del giudice. “Elite” è l’organo giudiziario che attua la democrazia con le sentenze.
L’esempio più evidente è costituito dai matrimoni omosessuali, bocciati in America da tutti i referendum popolari (anche in Stati ritenuti “aperti” e “progressisti”), ma introdotti da sentenze, e qualche più rara volta, da votazioni parlamentari.
La democrazia giudiziaria poggia sulla convinzione dei magistrati di non essere uno strumento di democrazia per l’attuazione della legge approvata dal Parlamento, in ultima analisi per l’attuazione della “volontà popolare”, bensì di essere chiamati a dar corpo e sostanza al “diritto”, cioè ad un qualcosa che prescinde dalle singole leggi scritte.
Questa convinzione è favorita dell’intreccio di fonti normative in cui primeggiano disposizioni di principio di rango superiore alla legge scritta. Nell’intersecarsi di Carta Costituzionale, Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo, Carta di Lisbona, l’interprete ha ampio spazio di discrezionalità. I principi sono in sé tutti belli e condivisibili; ma cosa comporta in concreto ciascuno di essi?
A me sembra che i principi siano come la luna, ogni innamorato vi legge il volto dell’innamorata. E si sa che se contempliamo a lungo un oggetto vi proiettiamo le immagini della nostra mente.
Attraverso la democrazia giudiziaria divengono, sotto molti profili opportunamente, flessibili le costituzioni che definiamo rigide, in quanto perdurerebbero immutabili nel tempo, con le sole modifiche apportate con la speciale procedura detta “di revisione costituzionale”.
Tutte le costituzioni, anche quelle che - come la Costituzione italiana - si proclamano “rigide”, sono in realtà “flessibili”. La differenza è soltanto che le costituzioni “flessibili” vengono modificate dalle leggi, quelle “rigide” dagli interpreti (in Italia dai magistrati e dalla Corte Costituzionale).
Naturalmente, può accadere, è auspicabile accada, che democrazia popolare e democrazia giudiziaria coincidano, o almeno divergano di poco.
Ma questo richiede che prevalga nel corpo giudiziario uno spirito di soggezione alla legge ed alle decisioni del Parlamento. La concezione, cioè, secondo cui il Popolo attraverso il Parlamento crea la legge; ed il giudice attua la legge con indipendenza ed imparzialità, insensibile a tutte le suggestioni che giungano dal contesto sociale, anche dalla maggioranza dei cittadini, e che non siano mediate e cristallizzate nella legge. In questa visione il giudice è insensibile ai clamori popolari, ma è sensibile, sensibilissimo, alla espressione legislativa dei sentimenti popolari.
Certo la soggezione del giudice alla legge è un mito mai compiutamente attuato. Anche negli anni in cui la magistratura vi ha aderito, ne ha fatto la propria religione. Ma miti sono anche l’uguaglianza, la libertà, la democrazia. I miti non sono sogni o illusioni, sono valori politici che plasmano le società anche se non si inverano al 100 per cento. Anche in una società fondata sul principio di uguaglianza chi è figlio di un padre ricco e potente è avvantaggiato, ed anche in una società fondata sull’articolazione in classi e sul ruolo di comando dell’aristocrazia un giovane, di umili origini ma intelligente ed abile, può salire al vertice. Ma altro è vivere in una società che persegue il mito della uguaglianza, altro è vivere in una società che crede nell’aristocrazia di sangue.
La magistratura di oggi, anche quando si dichiara umile strumento di esecuzione del diritto, in realtà rivendica con orgoglio un ruolo sociale/politico, in attuazione di quella forma di confessionismo che ben è stato qualificato come “confessionismo laico”.
Con il “confessionismo laico” il potere dell’intellettuale, del giudice, viene sospinto al suo apice. Il magistrato diviene insieme sacerdote e giudice, non attua solo il diritto, plasma anche la morale. E’ interprete unico ed arbitro del confessionismo che regge lo Stato, senza che nessuna Chiesa o formazione religiosa sia legittimata ad interferire. Si libera anche del Crocifisso, che ricorda la possibilità dell’errore giudiziario.
In Italia questa tendenza viene rafforzata e sorretta da una componente sociale e politica minoritaria, ma assai influente negli organi di stampa, nelle case editrici, nelle accademie, che assicura sostegno ed incoraggiamento alla magistratura che si pone come “braccio armato” della “elite”.
L’”elite” intellettuale talvolta accetta il responso delle urne, talvolta lo rifiuta; così si sottolinea abitualmente, e purtroppo a ragione, il significato ideologico e giuridico degli esiti dei referendum sul divorzio e sull’aborto; mentre il fallimento del referendum sulla procreazione assistita viene metabolizzato e stravolto attraverso le sentenze, della Corte Costituzionale, della Corte Europea dei diritti dell’ Uomo.
E’ un modo di pensare con profonde radici storiche: nelle elezioni del 1946 per la Assemblea Costituente quando il partito che per auto-definizione rappresentava la realtà colta ed intelligente del Paese, il Partito d’Azione, si fermò all’1,5 % dei voti. Nelle elezioni del 1948 quando gli italiani disattesero, per fortuna, gli appelli di tanti intellettuali di rilievo e diedero retta a Padre Lombardi, alla Madonna Pellegrina, a Giovannino Guareschi.
Giungo senz’altro alla seconda domanda, quid agendum?
La democrazia giudiziaria ha radici profonde e percorre tutte le società civili dell’occidente; sarebbe utopistico, e forse neppure auspicabile, proporsi di sradicarla.
Ritengo però che sarebbe necessario prenderne consapevolmente atto; respingendo la pretesa di coloro che vorrebbero che le sentenze costituiscano una sorta di “sancta sanctorum”, di cui si può discutere solo “in sede tecnica” con ponderose note su riviste specializzate.
La democrazia giudiziaria è politica attuata per via giudiziaria, ed è istituzionale discuterne anche in sede e con valutazioni politiche.

(Mario Cicala – Past President Associazione Nazionale Magistrati)

 

 

 

A cura della segreteria della Senatrice Laura Bianconi
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