Laura Bianconi Vicepresidente dei Senatori del Gruppo PDL
Newsletter n. 52 del 22 marzo 2011

In Commissione
Affari Costituzionali
Ricongiungimento familiare per il personale militare
Giustizia
Convenzione di Lanzarote contro lo sfruttamento sessuale
Lavori pubblici, Comunicazioni
Indagine conoscitiva sulle problematiche relative alla realizzazione degli investimenti strutturali
Sanità
Indagine conoscitiva sulla Croce Rossa Italiana
Accoglienza neonati

I
Coordinamento delle politiche economiche degli Stati membri UE
Disposizioni per la festa nazionale del 17 marzo 2011
Tutela del rapporto tra detenute madri e figli minori.

QUANDO LA SCUOLA E' DI PARTE: INTERROGAZIONE DELLA SENATRICE LAURA BIANCONI
Nello specifico il caso è accaduto in un Istituto scolastico di Forlì, ma sicuramente non sarà un episodio isolato. Un'insegnante ispirata dall'accorato appello di Concita de Gregorio, la direttrice del glorioso giornale fondato da Antonio Gramsci, ha tenuto una lezione sulla condizione della donna nei nostri tempi. Intento assolutamente lodevole se non fosse che gli studenti sono stati chiamati a dare risposta a domande del tipo: "Perché gli italiani e le italiane consentono a Berlusconi di rappresentarli", o ancora "quel che il mondo ci domanda è perché lo votate?", facendo riferimento alle presunte feste che si sarebbero tenute presso la residenza del Presidente del Consiglio.
Perchè sicuramente sono queste le domande che si fa un genitore che ha appena seppellito la figlia uccisa dall'ex fidanzato, o le tante donne, giovani e meno giovani, che subiscono violenze e maltrattamenti dai loro compagni.
E' evidente che la nobile causa era solo un pretesto per un'operazione di strumentalizzazione ideologica, anche se quando la vicenda è divenuta di pubblico dominio insegnante e preside si sono affrettati a dichiarare che l'iniziativa non aveva alcun intento antiberlusconiano.
Il mondo della scuola non è nuovo a questo uso improprio e di parte del tempo che dovrebbe essere dedicato all'istruzione dei ragazzi, e proprio perchè si tratta di giovani ancora più alto dovrebbe essere il senso di responsabilità di chi ha compiti educativi. "Sono tanti i problemi che le donne devono affrontare ogni giorno - ha dichiarato la Senatrice laura Bianconi - e sarebbe stato più utile focalizzare l'attenzione su problemi ben più gravi. Per questo motivo ho presentato un'interrogazione parlamentare al Ministro Gelmini affinché, pur nel rispetto della prerogative e della libertà dell'insegnante, verifichi se una simile modalità di tenere le lezioni non sia da censurare.


QUOTE ROSA: UN PASSO AVANTI PER LE DONNE CHE LAVORANO
La scorsa settimana l'Assemblea del Senato ha approvato in seconda lettura le modifiche al testo unico in materia di intermediazione finanziaria,  concernenti la parità di accesso agli organi di amministrazione e di controllo delle società quotate in borsa. Nel corso del dibattito è stato evidenziato come in Italia, in controtendenza rispetto ad altre grandi democrazie occidentali, le donne scontino ancora un forte divario di genere nella rappresentanza politica, nei media, in qualche carriera pubblica, nella conduzione delle imprese e nell'accesso al mercato del lavoro. Come sottolineato dal Capo dello Stato lo scorso 8 marzo, per raggiungere una parità sostanziale tra uomo donna è necessario incidere essenzialmente sulla cultura diffusa, sulla concezione del ruolo della donna, sugli squilibri persistenti e capillari nelle relazioni tra i generi, su un'immagine consumistica che la riduce da soggetto ad oggetto, propiziando comportamenti aggressivi. "Dopo l'accordo siglato dal ministro Sacconi con le parti sociali per conciliare i tempi di lavoro e quelli per la famiglia sui luoghi di lavoro - ha dichiarato la senatrice Laura Bianconi - ecco un'altra buona notizia per le donne che lavorano a dimostrazione che i passi di questo Governo e di questa maggioranza vanno in un unica direzione: quella di valorizzare l'immagine della donna anche tramite il riconoscimento delle sue capacità professionali. Atti concreti come questi  rappresentano un contributo e l'impegno a fare riforme giuste e condivise per realizzare una reale parità di genere."



Lo avevamo preannunciato nella newsletter della scorsa settimana ed ecco il contributo del Dottor Roberto Vittorio Favero sul significato che il 17 marzo 1861 riveste nella storia italiana. Ma il Dottor Favero, di antica famiglia veneta, appasionato di storia benché nella vita eserciti una professione di carattere economico, ci consegna anche un excursus sul ruolo di Casa Savoia nell'unificazione italiana.
Ci scusiamo con l'Autore, ma per ragioni di spazio e di impaginazione abbiamo dovuto tagliare le note e la bibliografia. La relazione, nella sua completezza verrà pubblicata nel sito
www.laurabianconi.it.

17 MARZO 1861: NASCE LA NUOVA ITALIA
…. L’Italia tutta deve essere considerata come un unico Paese ….
(nobile Camillo Benso dei Marchesi di Cavour - 1848)
… In Europa allo stato attuale esiste un solo vero uomo politico, ma disgraziatamente è contro di noi. È il conte di Cavour. … 
(Klemens Wenzel Nepomuk von Metternich – Winneburg – Beilstein  Principe di Metternich - Winneburg)
Quelli che seguono, vogliono solo essere degli appunti di carattere generale, da approfondire, volti ad illustrare brevemente i motivi, i sentimenti, le modalità che portarono alla data del 17 marzo 1861, data della proclamazione del Regno d’Italia, data della nascita della nuova Italia, in cammino verso quell’Unità Nazionale che sarà sancita con plebiscito il 2.10.1870 all’or quando, fu votata l’annessione dell’ex Stato Pontificio al Regno d’Italia con Roma Capitale. 
L’idea di Italia, così come la conosciamo, ha fondamenti remotissimi ed il nome stesso ancor’oggi non trova concordi studiosi ed esegeti circa l’etimologìa e la sua esatta collocazione, al di là delle indicazioni mitologiche.
Tuttavia, per noi, l’Italia è quel meraviglioso Paese peninsulare che si estende, a forma di “stivale” con annesse due grandi Isole ed altre minori, dall’arco alpino verso il centro del Mar Mediterraneo.
Il nostro Paese è stato diviso, unito, poi nuovamente diviso e poi ancora unito, sia politicamente, sia storicamente, sia per un lungo periodo anche linguisticamente, per poi arrivare, ancorché divisi politicamente, ad un amalgama dovuto proprio alla lingua che si era instaurata.
Il nostro Paese ha avuto il non facile primato di essere stato, per secoli, il “motore” della cultura e del “mondo occidentale”.
Poi, diviso, il nostro Bel Paese, ha continuato ad essere un faro culturale di grandissimo livello, si pensi al periodo post medievale, al periodo rinascimentale ed ai successivi momenti storici.
Il concetto quindi di Italia unica, lo troviamo già in epoche remote dell’appena passato scorso millennio, e lo incontriamo nelle opere di Dante, del Petrarca, del Guicciardini, del Machiavelli dove per Italia s’intendeva già quello che odiernamente corrisponde, geograficamente, al nostro Paese.
La Rivoluzione Francese, Napoleone Bonaparte porteranno a compimento, in Europa, quel messaggio di autodeterminazione, di libera scelta, che ogni Popolo giustamente ha nel suo interno.
Dopo il Congresso di Vienna, svoltosi mentre cadeva l’astro del Bonaparte, si restauravano quasi tutti gli Stati e quasi tutte le Monarchie che regnavano in Europa ante ciclone bonapartista. Con tutti questi cataclismi storici, sociali, economici, che sempre venendo più verso i nostri giorni hanno avuto accelerazione e forza, prima al di là delle Alpi, poi al di qua, si rafforzava un Casato che agli inizi del 2000 ha compiuto oltre mille anni di storia: Casa Savoia, la quale è stata il motore ultimo, assieme al Popolo Italiano, di quel meraviglioso moto unitario che ha portato all’Indipendenza ed alla Libertà il nostro Paese. 
Dopo il Congresso di Vienna nulla sarà (giustamente) più eguale a prima, anche se le grandi potenze di all’ora (Austria, Inghilterra, Francia, Prussia, Russia) cercheranno di ripristinare le situazioni precedenti: i vari popoli “bollivano”, ovunque v’era un fermento generale che preludeva a grandi sconvolgimenti. Il non capire questa situazione sarebbe stato deleterio per tutti.
Il nostro Paese, dunque, con dei moti a macchia di leopardo, dava dei fortissimi segni di irrequietezza, dava dei fortissimi segni che la situazione così perdurante non poteva continuare: la nostra Penisola era divisa in nove Monarchie ed una Repubblica, libera, piccola ed antichissima, tutti volevano “stare sotto una unica Bandiera”, al di là delle forme di governo che un idealista od un altro volevano che prevalesse: si voleva stare tutti uniti, tutti insieme. Si voleva essere definitivamente Italiani!
La Casa dunque, anche se con forti lacerazioni interne, con forti dilemmi, che capì che era il momento d’agire, che occorreva mettere in gioco la propria Dinastia e sopra tutto la propria Persona pro tempore sul trono, fu Casa Savoia.
In questi giorni e mesi di commemorazioni, di kermesses varie, di programmi televisivi revisionisti, di programmi ove “ognun qualsiasi” si sente investito dell’ esser “storico” (programmi ove fra l’altro, in punto storico, si sono sentite delle sciocchezze, delle infondatezze, delle mistificazioni dei fatti come realmente si sono verificati), tutti parlano (e straparlano) di tutti, di Personaggi grandi e meno grandi, di fatti più o meno conosciuti, di grandi ideali, ma… ancora nessuno ha speso una parola, dico una, in favore di quello che è stato il Nostro Padre della Patria: Re Vittorio Emanuele II!
A colmare questa enorme lacuna, unica, solitaria, decisa, s’è levata la voce del Nostro Presidente della Repubblica, Onorevole Giorgio Napolitano, il quale ha annunziato (riprendo la notizia da organi di stampa) che si recherà a rendere omaggio, al Pantheon, a S.M. il Re Vittorio Emanuele II, poiché senza di lui (e senza il solco tracciato dal padre, S.M. Re Carlo Alberto di Savoia Carignano), noi oggi non avremmo il nostro Bel Paese unico, solido, rispettato: inutile negarlo o nasconderlo, la Real Casa di Savoia è stata, a volte contro la volontà di altre Potenze economiche, militari, mercantili dell’epoca, il simbolo aggregante (ed il Tricolore l’emblema unificatore) di questo nostro Paese; senza Casa Savoia noi non saremmo la Nazione che oggi siamo.
Con Carlo Alberto di Savoia Carignano, detto il “Magnanimo”, già a partire dal 1848 vi sono delle importantissime concessioni verso quelle minoranze che da secoli sono state relegate ai margini della società, senza diritti civili, religiosi e senza poter adire alle carriera pubblica; inoltre questo sovrano, convinto assertore dello sviluppo economico del proprio Regno (ancora Regno di Sardegna) approvò prima la costruzione (1848 – 1853) della Ferrovia Torino - Genova ( tracciato di 169 chilometri, per l’epoca ardito e difficile) e dettò quindi le basi per la successiva costruzione della linea Torino - Milano (1856 – 1859). Re Carlo Alberto di Savoia Carignano, per via della sconfitta di Custoza e della Bicocca, alle porte di Milano, contro l’Austria, firmava, alla presenza dei figli Vittorio Emanuele di Savoia Carignano e Ferdinando di Savoia (poi di Savoia – Genova) l’Armistizio di Vignale (23.03.1849), abdicava e partiva in esilio per il Portogallo.
Il primo atto dunque del nuove Sovrano, Re Vittorio Emanuele II (e mantenne sempre questo grado anche quando divenne Re d’Italia) fu quello di mitigare davanti al Radetzky i duri effetti degli accordi e delle regole dell’Armistizio, rifiutandosi, nel contempo, unico Sovrano della Penisola, di revocare la Carta Costituzionale. La pace con l’Austria venne quindi con il Trattato di Milano del 6.08.1849 che, contenente durissime condizioni per il Piemonte, non venne ratificata dal Parlamento Subalpino. Questo Trattato di Pace produsse, in Piemonte, lo scioglimento delle Camere e successivamente il famoso “Proclama di Moncalieri” con il quale il giovane Re chiedeva agli elettori l’assenso alla ratifica (necessaria, ob torto collo) del pesante Trattato di Pace di Milano. Il giovane Re Vittorio Emanuele II, si barcamenò quindi con una dichiarazione di amicizia verso l’Austria, ottenendo così l’indignazione dei conservatori all’interno del Regno di Sardegna, ma, sopra tutto, un ammorbidimento dell’Austria (la quale in effetti non calcò la mano contro il giovane sovrano, anzi, facendo il beau geste di mitigare essa stessa alcune clausole del Trattato di Pace, sperando di averlo se non come alleato almeno come “estraneo”). Il Trattato di Pace con l’Austria, dopo lo scioglimento delle Camere per due volte, fu ratificato dal Parlamento il 9.01.1850.
Nel 1849 un giovane Camillo Benso di Cavour entra in Parlamento e mantiene per un certo periodo una posizione defilata, indipendente, quasi neutrale sulle decisioni; tuttavia dopo aver difeso animatamente le Leggi Siccardi che erano volte a togliere alcuni previlegi alla Chiesa, venne nominato Ministro dell’Agricoltura e poi nel 1851 anche Ministro delle Finanze; il giovane “rampante” Camillo non era in quel momento ben visto dal giovane Re Vittorio Emanuele. Poi, l’8.01.1855, dopo qualche schermaglia parlamentare, Cavour presentava al Sovrano le favorevoli deliberazioni del Parlamento per l’entrata in guerra del Piemonte contro la Russia: era la Guerra di Crimea. Questo successivo successo politico–militare impose la figura di Cavour sulla scena del Parlamento Subalpino.
La vittoria della Guerra di Crimea fu un pretesto per far sì che Re Vittorio Emanuele II andasse in visita a Londra ed a Parigi a perorare la causa del Piemonte (e quindi dell’Italia): contestualmente il 30.03.1856 con il Trattato di Parigi la Russia ratificava la pace ed il piccolo Regno di Sardegna, con Cavour, sedeva al tavolo fra i vincitori: proprio a quel tavolo, lo stesso astuto Camillo Benso di Cavour ebbe a dichiarare che il suo Regno condannava apertamente il potere assolutista di Re Ferdinando II di Borbone che sedeva sul Trono di Napoli. Ovviamente da parte Austriaca furono pesanti le condanne a questa affermazione, al punto che furono ritirati gli Ambasciatori. Vittorio Emanuele II mirava ad avere un alleato nella Francia di Napoleone III, Stato così potente, da sempre amico–nemico di Casa Savoia, da sempre avverso alla politica e all’espansione Austriaca. Vittorio Emanuele II covava, in gran segreto, riportano suoi biografi, il desiderio di un Regno più grande, un Regno che potesse essere annoverato fra i Grandi d’Europa, per non soccombere fra Francia ed Austria; altri biografi, tuttavia, riportano come inizialmente Egli volesse uno Stato che si fermasse all’Italia Centrale … ma le spinte risorgimentali, un dirompente generale genovese venuto dalle Americhe Meridionali, il Popolo Italiano… furono determinati nel compiere la Grande Impresa. Camillo Benso di Cavour, nel frattempo trattava segretamente coi Francesi e nel 1858 a Plombières incontrò l’Imperatore Napoleone III: ne scaturì l’Alleanza Sardo–Francese culminata con il Trattato firmato il 26.01.1859: l’accordo prevedeva l’intervento militare francese in caso di aggressione Austriaca al Piemonte; in cambio il Regno di Sardegna perdeva la Savoia e Nizza che saranno cedute alla Francia: Vittorio Emanuele II perdeva così l’antica Terra dei suoi Avi, ma la posta in gioco era decisamente alta. Si erano creati i presupposti per la Seconda Guerra d’Indipendenza!
Precedentemente, Vittorio Emanuele II, oramai conscio della necessità di liberare (così come aveva tentato Suo Padre Re Carlo Alberto) il Nord Italia dal giogo Austriaco, il 10.01.1859, rivolgendosi al Parlamento al gran completo, proferì il famoso discorso che era una aperta discesa in campo, incondizionata: “ … Il nostro paese, piccolo per territorio, acquistò credito nei Consigli d'Europa perché grande per le idee che rappresenta, per le simpatie che esso ispira. Questa condizione non è scevra di pericoli, giacché, nel mentre rispettiamo i trattati, non siamo insensibili al grido di dolore che da tante parti d'Italia si leva verso di noi!...” 
Volontari accorsero immediatamente da tutt’Italia e Vittorio Emanuele II, così come fece suo Padre Carlo Alberto, si pose alla testa di un esercito forte di oltre 63.000 uomini: lasciò la Reggenza al cugino Eugenio di Savoia Carignano e si attestò lungo il Ticino: le sponde al di là del fiume erano sotto il dominio Austriaco: seguirono le battaglie di Palestro, di Magenta; Garibaldi occupava via via, Como, Bergamo, Varese, Brescia; Vittorio Emanuele entrava a Milano l’8.06.1859 e passava sotto l’Arco della Pace con l’Imperatore Napoleone III: gli Austriaci abbandonavano velocemente la Lombardia; vi furono le sanguinosissime battaglie di Solferino e San Martino che videro il Sovrano in prima linea, e moti insurrezionali scoppiavano senza sosta a Massa, a Carrara, a Modena, a Parma, a Piacenza, a Reggio nell’Emilia. Napoleone III impaurito della “piega degli eventi” ovvero timoroso che Re Vittorio Emanuele II non si fermasse all’Alta Italia, trattò con gli Austriaci i quali si affrettarono a firmare la pace costringendo così il Sovrano Sabaudo a fare altrettanto; nel frattempo i plebisciti dell’Emilia e della Romagna, della Toscana sancivano l’annessione di queste Regioni al Regno di Sardegna. 
Intanto per la Penisola era tutto un fermento, Garibaldi voleva partire per il Regno delle Due Sicilie, Cavour riteneva l’azione azzardata; lo Stesso Garibaldi ebbe a scrivere allo stesso Cavour: “… in caso si faccia l’azione, sovveniteVi che il programma è: Italia e Vittorio Emanuele…”: e sappiamo poi come è andata.
Il 26.10.1860, a Teano, vi fu lo storico incontro fra Re Vittorio Emanuele II di Savoia e Giuseppe Garibaldi: si riconosceva la sovranità, indiscutibilmente, di Vittorio Emanuele su tutto il Regno delle Due Sicilie. Nel frattempo il Parlamento si rinnovava, entravano i Deputati delle Regioni annesse per mezzo dei Plebisciti dianzi richiamati, per cui, in data 18.02.1861 vi fu la prima Assemblea Generale del rinnovato organismo.
Ecco che quindi, successivamente, in data 17.03.1861 lo stesso Parlamento proclamava la nascita del Regno d’Italia, con l’ormai famosa formola: “… Vittorio Emanuele II è proclamato dal Popolo Re d’Italia …” per cui segue immediatamente il Proclama nel quale si legge testualmente:
“… Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e pei suoi successori il titolo di Re d’Italia…”
la strada verso l’Unità d’Italia era tracciata; mancavano tuttavia, per dirsi l’Italia una, unica, indivisa, il Veneto, il Lazio, il Trentino, il Friuli, Trieste e l’Istria.
Con grandi patimenti e grande forza di Popolo, avremo l’annessione:
- del Veneto il 22 ottobre del 1866 con plebiscito;
- di Roma e dello Stato Pontificio il 20 settembre del 1870 con plebiscito;
- del Trentino Alto Adige, del Friuli Venezia Giulia, dell’Istria al 4 novembre 1918 alla fine della Prima Guerra Mondiale; solo dopo queste date, potremo dire che la Nostra Italia è stata veramente unita. 
Il 17 marzo 1861 non è quindi la data dell’Unità d’Italia, ma è la data di nascita di una nuova Nazione, che ancora deve crescere, che ancora deve affermarsi, ma è già consapevole del proprio Ruolo nella Storia, consapevole delle proprie origini, consapevole e fiera dei propri Padri. Tanti accadimenti, tristi e festosi dovranno ancora occorrere prima di dirsi veramente unita, ma il risveglio di questa meravigliosa Nazione era cominciato!
Grazie Italiani, grazie Vittorio Emanuele II !
(Roberto Vittorio Favero)








 

 

 

A cura della segreteria della Senatrice Laura Bianconi
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