Laura Bianconi Vicepresidente dei Senatori del Gruppo PDL
Newsletter n. 83 del 15 novembre 2011

In Commissione
Difesa
Riparto spesa Ministero difesa per contributi ad enti
Finanze e tesoro
Indagine conoscitiva sulla riforma fiscale, audizione dei rappresentanti della Corte dei Conti
Agenzia fiscale dei Monopoli di Stato
Istruzione pubblica
Valorizzazione efficienza università
Riparto enti vigilati mbac
Agricoltura
Audizione informale di rappresentanti di Coldiretti sulle problematiche attinenti la produzione e la tutela dei prodotti alimentari made in Italy
Lavoro, previdenza sociale
Atti preparatori della legislazione comunitaria
Sanità
Riordino enti vigilati dal Ministero della salute
Territorio, ambiente
Problematiche relative alla pesca del tonno rosso

In Aula
Il Senato sarà convocato a domicilio

LE DIMISSIONI DI BERLUSCONI: UN ATTO DI RESPONSABILITA’ POLITICA E DI AMORE PER IL PROPRIO PAESE
“La settimana appena trascorsa è stata di quelle che rimarranno impresse nella memoria di tutti coloro che seguono la politica, sia che siano semplici cittadini sia che siano politici attivi”
. Questo il primo pensiero della senatrice Laura Bianconi riguardo a quella che è stata l’ultima settimana del governo Berlusconi. “Si è cominciato con lo spread rispetto ai Bund tedeschi, schizzato oltre quella che era considerata la soglia limite, e si è proseguito con il pressing nei confronti del Presidente del Consiglio affinché togliesse l’incomodo. Per educazione si parlava di un passo indietro, di un passo laterale, ma la sostanza non cambiava: Berlusconi, indicato come la causa di tutti i mali dell’Italia, se ne doveva andare. E così ha fatto: ha presentato le proprie dimissioni senza pretendere che fosse un voto del Parlamento a sfiduciarlo, anzi proprio per non acuire il clima di scontro, sulla Legge di stabilità il Governo, volutamente, non ha posto la fiducia. Questo è stato l’ultimo provvedimento del governo Berlusconi, al quale sono seguite le sue dimissioni: un atto di responsabilità politica ma anche di amore nei confronti del proprio Paese. Certo l’epilogo è stato amaro, Berlusconi non era un usurpatore, era stato democraticamente eletto con libere elezioni, i parlamentari che grazie a lui sono stati eletti siedono ancora in Parlamento, non meritava quindi l’incivile spettacolo di insulti che ha accompagnato la sua uscita da Palazzo Chigi, così come è stata assolutamente fuori luogo la dichiarazione di voto dell’onorevole Franceschini, capogruppo del PD, che ha volutamente alzato i toni, quasi ci fosse bisogno di alzare ulteriori barricate. Se quelle erano le prove di quella coesione nazionale tanto invocata per la salvezza del Paese temo che ne vedremo delle belle”. Una grande amarezza dunque quella che si evince dalle parole della senatrice Bianconi che non nasconde che avrebbe preferito un altro epilogo. “Non ho mai nascosto che per me la strada maestra era quella delle elezioni: così come i cittadini avevano liberamente scelto di essere governati da Silvio Berlusconi, così, anche in questa circostanza, dovevano indicare a chi affidare le sorti del Paese. Si è scelta un’altra strada e io responsabilmente farò la mia parte, valutando che siano rispettati gli impegni presi con l’Europa. Certo rimane l’amarezza che pur di far fuori Berlusconi sia stato messo a tacere l’orgoglio di essere italiani e che si sia accettata supinamente qualsiasi critica ci venisse mossa. Noi siamo la terza economia dell’eurozona, avremo dei problemi ma di certo non siamo un Paese allo sfascio. Quando usciremo dal mirino della grande speculazione vedremo se è vero che gli altri Paesi sono senza problemi".


SABATO 12 NOVEMBRE VOTATA LA LEGGE DI STABILITA’: LA DICHIARAZIONE DI VOTO DI FABRIZIO CICCHITTO, CAPOGRUPPO DEL PDL
Signor Presidente, onorevoli colleghi, voglio dedicare alla perorazione-invettiva che ha pronunciato poco fa l'onorevole Franceschini una frase pubblicata su Le Monde, che ha detto: i mercati sono riusciti in quello in cui non è riuscita la sinistra italiana, cioè a far cadere il Governo Berlusconi (Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania). In effetti, onorevole Franceschini, se noi vogliamo dare una lettura che sia critica e consapevole di quello che sta accadendo intorno a noi - e quando dico intorno a noi, dico non soltanto in Italia, ma nel mondo - dobbiamo dirci che purtroppo, voi forse lo dite per una ragione politica contingente, fortunatamente, c'è un convitato di pietra, costituito da un complesso di interessi economici e finanziari, che oggi gioca una partita decisiva per quello che riguarda la tenuta o la non tenuta dei Governi, per quello che riguarda, in sostanza, l'assetto democratico.
Questo dovrebbe essere ragione di preoccupazione e non di esultanza, ragione di preoccupazione innanzitutto per delle forze di sinistra che hanno un retroterra politico-culturale che sappiamo tutti qual è (Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Popolo e Territorio). La mia lettura, quindi, di quello che è avvenuto, è totalmente opposta alla sua, onorevole Franceschini (Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Popolo e Territorio - All'ingresso in Aula del Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, dai banchi del gruppo del Popolo della Libertà si scandisce: Silvio, Silvio!). Infatti, questo Governo, in questi tre anni, ha fatto la sua parte e non ha affatto sottovalutato la situazione. Di ciò c'è la controprova nelle vostre critiche; perché voi dovete mettervi d'accordo con voi stessi, perché voi avete accusato e attaccato questo Governo per aver fatto operazioni e manovre restrittive e poi dite che questo Governo ha sottovalutato la situazione; allora delle due l'una; o una critica o l'altra, sommandole assieme, le annullate. Questo Governo, nel corso di questi anni, ha messo comunque una difesa rispetto al quadro che abbiamo intorno.
Aggiungo anche che se facciamo un'analisi minimamente approfondita, non per un comizio da fare in Parlamento, dobbiamo dirci che ci siamo misurati con due nodi che non riguardano certamente solo e soltanto questo Governo: la produttività. Il problema della crescita non è un problema che caratterizza questi anni; se andiamo a vedere le serie storiche dell'economia italiana, il problema della crescita risale agli anni Novanta e si è prolungato fino ad oggi, mettendo in evidenza che c'è un nodo strutturale, costituito dal fatto che c'è una difficoltà di produttività e di competitività che evidentemente riguarda un pezzo dell'industria italiana. Evidentemente, quel pezzo di industria italiana e di capitalismo familiare non è riuscito a esercitare lo sviluppo sul terreno della competitività e della produttività, e non a caso chiede, anche in questa situazione, sostegni e aiuti allo Stato. Poi, c'è un altro pezzo dell'industria italiana competitiva e che sta sui mercati, e questo è un primo nodo. Il secondo nodo è certamente costituito da un intreccio di elementi negativi: un altissimo debito, che non ha prodotto questo Governo, un'alta pressione fiscale sulle imprese e sul costo del lavoro, una rigidità del mercato del lavoro sulla quale voi date tutte risposte negative, una arretratezza della struttura burocratica e amministrativa dello Stato.
È con questi nodi che, nei primi anni dell'attività di questo Governo, ci siamo misurati ed abbiamo fatto una serie di riforme: la riforma della scuola, la riforma dell'università, la riforma della pubblica amministrazione, lo stesso federalismo fiscale e, per altro verso, abbiamo assicurato, nei limiti del possibile, la coesione sociale con una altissima quota di risorse dedicate agli ammortizzatori sociali (Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà, Lega Nord Padania e Popolo e Territorio).
Tutto ciò si è intrecciato con quella che è un'autentica crisi globale del capitalismo nell'Occidente, mentre, invece, in altri Paesi, in India, in Cina, in Russia, in Brasile, c'è il massimo di sviluppo. È la contraddizione di fondo della globalizzazione che si è intrecciata con la crisi della deregolazione della finanza mondiale, che si è sovrapposta alla dimensione imprenditoriale, specie negli Stati Uniti.
In Europa è esplosa una crisi tra la moneta comune e tante politiche economiche diverse, alcune espansive e alcune recessive. Rispetto a questa densità di problemi, derivanti dalla nostra storia e dalle contraddizioni che oggi sono in atto, probabilmente il capitalismo oggi sta attraversando la sua crisi più grave, più grave addirittura di quella del 1929. È assolutamente faziosa e anche provinciale la lettura che voi date di tutto questo, banalizzando i termini di un dibattito, concentrando il fuoco e dando la responsabilità di tutto ciò a Berlusconi e al Governo che c'è stato (Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania), il quale, nei limiti del possibile, ha cercato in tutti i modi di esprimere delle controtendenze rispetto a delle tendenze gravissime e acutissime che sono esplose nel mondo intorno a noi e che, evidentemente, si sono riflesse nel nostro Paese.
In ordine a ciò, vi è un nodo irrisolto perché se c'è un convitato di pietra, che è quello costituito dalla grande finanza internazionale, da elementi speculativi e dalle tensioni monetarie, dobbiamo anche dirci che noi viviamo, nel nostro Paese, una contraddizione che - lo riconosco - attraversa tutti gli schieramenti. E la contraddizione è che non siamo riusciti, nel corso di tutti questi anni, a prendere di petto il problema dell'abbattimento del debito. A mio avviso, il Governo ha avuto il merito di affrontare il deficit; oggi abbiamo un rapporto deficit-PIL che è tra i migliori dell'Europa, mentre l'avanzo primario è tra i più significativi ed avanzati per cui la Francia, che anch'essa rischia di essere lambita dal convitato di pietra, non può darci alcuna lezione.
Noi abbiamo un problema del debito, ma tale problema lo si affronta, prendendo di petto i nodi fondamentali che riguardano i grandi patrimoni, il concordato fiscale, la riforma delle pensioni, una serie di temi sui quali entrambe le coalizioni sono attraversate da contraddizioni.
Allora, onorevole Franceschini, in un momento così drammatico per il Paese, il suo esercizio di faziosità francamente costituisce un lascito negativo (Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania) rispetto ad un confronto serio e positivo che noi dovremmo fare e che siamo costretti a fare perché siamo incalzati da una situazione con la quale, fin dalla prossima settimana, dobbiamo fare i conti.
E vorrei aggiungere che non si può parlare, in quest'Aula e fuori di qui, di tentativi di arrivare a governi che esprimano e che rappresentino dei punti di convergenza, se si arriva a questo impatto con la carica di faziosità che vi sta attraversando e caratterizzando (Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà, Lega Nord Padania e Popolo e Territorio). Se riusciamo ad arrivare ad una cosa del genere, non ci arriviamo come dei penitenti che vengono a chiedervi scusa. Non abbiamo alcuna ragione di chiedervi scusa in niente (Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Popolo e Territorio) perché voi siete stati contro tutte le tendenze di razionalizzazione e di rinnovamento della società italiana.
Per concludere, voglio sottolineare un dato di fondo. Al Presidente Berlusconi, che si è dimesso pur non essendo obbligato a farlo, esprimiamo il nostro ringraziamento per quello che ha fatto nel corso di tutti questi anni (Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà, Lega Nord Padania e Popolo e Territorio) e per il fatto che ha dimostrato coscienza nazionale e si è fatto carico, al di là della faziosità e degli attacchi, del nodo nazionale, di andare oltre per affrontare questi problemi (Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà, Lega Nord Padania e Popolo e Territorio). Per cui gli esprimiamo tutta la nostra solidarietà per gli attacchi incivili di cui è stato fatto oggetto (Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà, Lega Nord Padania, Popolo e Territorio e Misto-Noi per il Partito del Sud Lega Sud Ausonia (Grande Sud)).
Ci auguriamo che questa stagione possa avere un seguito sul terreno del civile confronto e non dello scontro frontale che avete ricercato anche in questa occasione (Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà, Lega Nord Padania, Popolo e Territorio e Misto-Noi per il Partito del Sud Lega Sud Ausonia (Grande Sud) - Congratulazioni).


Una premessa. Da europeisti convinti non intendiamo assolutamente deviare dalla strada intrapresa, quella della costruzione di un’Europa veramente unita, al di là dell’unione monetaria che in questi mesi sta mostrando tutti i propri limiti. Per questo continuiamo a proporre articoli e riflessioni sui temi economici, per offrire la possibilità di conoscere come se la passano gli altri Paesi. Perché, se il momento è difficile per tutti (e lo è, come si vedrà dagli articoli sotto riportati), non si capisce perché sotto osservazione debba essere solo l’Italia. A meno che non si voglia pensar male e sospettare che tanto can can su di noi sia solo un comodo alibi per non parlare dei propri guai.

PUO’ L’ITALIA USCIRE DALL’EURO?
Convegno organizzato dalla Fondazione Roma

Un’occasione per riflettere sulla scelta dell’Italia di aderire al sistema dell’euro, valutando i costi e i benefici che questa decisione ha portato alla struttura industriale ed economica del nostro Paese.
“Può l’Italia uscire dall’euro?” è una domanda a cui hanno provato a rispondere studiosi ed economisti nel convegno promosso e organizzato dalla Fondazione Roma. Il convegno è stato aperto con l’intervento di Emmanuele F. M. Emanuele, professore di scienza delle finanze e politica economica presso l’Università europea di Roma e presidente della Fondazione Roma. “Da sempre ho sostenuto che l’Europa unita è stata un’avventura ambiziosa, ma realizzata in maniera confusa, sbilanciata e fondata sui falsi in bilancio, come emerso ormai clamorosamente nel caso Grecia. L’ingresso in Europa è stato negoziato sulla sulla base del nostro debito, dimenticando il grande patrimonio artistico, naturale e personale degli italiani. Invero il problema del debito pubblico è un falso problema poiché accompagna l’Italia fin quasi dalla sua nascita. Infatti, in 150 anni di storia unitaria, per ben 111 anni lo stock di debito pubblico ha superato il 60% del Pil, senza impedire nel tempo all’Italia di essere, con la sua economia, una delle nazioni più competitive nel mondo. La Germania e la Francia, che hanno un patrimonio di gran lunga inferiore a quello dell’Italia, con la pretesa della lotta all’inflazione e la riduzione del debito pubblico hanno obbligato l’Italia ad una politica deflazionistica che ha finito per danneggiare le nostre potenzialità di esportazione. Inoltre la Germania, che insieme alla Francia si propone come l’esempio virtuoso per stabilità e rigore, si è comportata in modo spregiudicato. Le sue banche hanno praticato fuori dai confini tedeschi una politica assolutamente opposta a quella nazionale: hanno prestato soldi per i mutui subprime negli USA; hanno finanziato la crescita esplosiva del mercato immobiliare in Irlanda; hanno garantito liquidità ai banchieri islandesi che si sono lanciati in speculazioni così rischiose da portare il Paese al collasso”.
Sulla stessa linea Marcello De Cecco, professore presso la Scuola Normale Superiore di Pisa e l’Università Luiss di Roma: “Adesso si parla del debito italiano, ma storicamente noi i debiti li abbiamo sempre pagati. I tedeschi mai. Nel 1953 gli Stati Uniti riunirono i 27 Paesi che vantavano crediti con la Germania proprio per raggiungere un concordato sui debiti pregressi. L’euro è figlio dell’unificazione tedesca, è stata la prova d’amore chiesta da Mitterand a Kohl in cambio dell’unificazione. Ma oggi il discorso sul futuro dell’euro è complicato dalla pochezza di quelli che si trovano al centro dell’Europa”. Rainer Stefano Masera, docente di Politica Economica presso l’Università Guglielmo Marconi di Roma, sottolinea l’esigenza di ristabilire fiducia attraverso il ricorso a Eurobond o a un fondo salva stati e il sostegno della Bce. Ma bisogna agire subito: “E’ la crisi di liquidità che rende le decisioni urgenti”. Per Carlo Pelanda, docente di Politica ed Economia Internazionale preso l’Università della Georgia negli Stati Uniti, prima di tutto l’Italia dovrebbe dimostrare di sapere affrontare la situazione, “in seguito dobbiamo modificare l’architettura europea. Ma se parlassimo in questo momento non avremmo nessuna voce in capitolo”.
Dopo l’intervento di Stefano Cingolani, editorialista de “Il Foglio”, è stato l’economista Antonio Maria Rinaldi a prendere la parola: “Siamo passati da uno stato di euro-euforia a uno stato di euro-sconforto. Da questa estate stiamo vedendo il lato oscuro della moneta unica. Abbiamo purtroppo capito troppo tardi che l’euro è servito da volano a pure operazioni finanziarie, che come mezzo a supporto dell’economia reale ed alle effettive esigenze di 320 milioni di cittadini europei”.
A concludere il dibattito è stato Paolo Savona, professore emerito di Politica Economica, che ha riassunto il pensiero di tutti i relatori: “In questo convegno si è parlato di un’Europa costruita male e gestita peggio. E’ vero, ma credo che si debbano evitare le polemiche con i nostri colleghi europei. Se continuano le dichiarazioni negative delle autorità ufficiali – ad esempio quelle di Olli Rehn – non riusciremo ad uscire dalla crisi. Dobbiamo risollevarci da soli e al tempo stesso predisporre un piano B. La situazione impone un nuovo trattato . I partner europei devono essere convinti che, in caso negativo, ce ne andremo dall’Unione”.
(ripreso da “La Stampa” di martedì 15 novembre)

NON SCORDIAMO IL DEBITO USA
Obama si dice preoccupato per la crisi dell’eurozona e afferma che il cambio di governo in Italia è una buona cosa. Grazie per l’attenzione Mister President! Ma se desse un’occhiata anche in casa sua, probabilmente la sua preoccupazione aumenterebbe e con essa la prospettiva che il prossimo anno un cambio di governo avvenga a anche a Washington. Dice l’economista Steven Ricchiuto al Washington Post: sinora la speculazione si è concentrata sull’Europa, ignorando l’elefante malato. Ma se entro il 24 novembre la super commissione bipartisan del Congresso non si metterà d’accordo sulla riduzione del debito pubblico (quasi 15 mila miliardi di dollari contro i 1900 miliardi di euro dell’Italia), l’economia americana correrà il rischio di una nuova recessione. E con essa l’europea. La situazione è questa: senza accordo entreranno in vigore tagli automatici per 1200 miliardi di dollari nei programmi sociali e nella difesa. Conseguenze previste: maggiore disoccupazione, contrazione dei consumi, della produzione delle entrate fiscali. E’ vero che l’automatismo scatterà solo dal 2013, ma l’impatto su fiducia e investimenti si farebbe sentire subito. Del resto i repubblicani non sono disposti a concedere di più. Loro priorità è cacciare Obama nella convinzione che solo così l’America ritroverebbe la via della crescita. Ma al di là dell’obiettivo di fondo rimangono le differenze. I repubblicani puntano più su tagli alla spesa pubblica. I democratici più su nuove tasse. E in un anno elettorale è improbabile un’intesa, tale da riportare sotto controllo i conti. Che cosa vuol dire? Che ci sarà un default? No. Spiega Alan Greenspan: il governo potrà continuare a vendere il suo debito a tassi minimi. Il motivo: la Federal Reserve può fare quel che la Banca Centrale Europea dovrebbe e non può, vale a dire aumentare la liquidità, stampare moneta, garantire la copertura dei bond. L’inflazione sta aumentando, ovviamente. Ma in Europa è ancora bassa e dunque Draghi ha ampi margini di manovra, se avrà il coraggio di uscire dalla camicia di forza di Maastricht.
(Cesare De Carlo – Il Resto del Carlino – martedì 15 novembre 2011)

 

 

 

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