Laura Bianconi Vicepresidente dei Senatori del Gruppo PDL
Newsletter n. 87 del 13 dicembre 2011

In Commissione
Affari Costituzionali
(riunione congiunta con Commissione Bilancio)
Pareggio di bilancio nella Carta costituzionale
Normativa e politiche dell’Unione europea
Giustizia
Codice penale militare di pace
Adeguamento dell’ordinamento interno allo Statuto della Corte penale internazionale
Affari Esteri
Ratifica trasporti aerei
Ratifica Statuto Agenzia internazionale per le energie rinnovabili
Ratifica Protocolli attuazione Convenzione protezione Alpi
Costituzione Osservatorio euro mediterraneo Mar Nero per politiche ambientali
Finanze e tesoro
Indagine conoscitiva sulla riforma fiscale
Partecipazione dei lavoratori
Istruzione pubblica
Programma quadro di ricerca e innovazione “Orizzonte 2020”
Comunicazioni del Ministro per i beni e le attività culturali sulle linee programmatiche del suo Dicastero
Lavori pubblici, comunicazioni
Comunicazioni del Ministro dello sviluppo economico e delle infrastrutture sulle linee programmatiche del suo Dicastero
Monitoraggio dello stato di attuazione delle opere pubbliche
Agricoltura
Semplificazione della normativa agricola
Industria, commercio, turismo
Efficienza energetica
Lavoro e previdenza sociale
Seguito comunicazioni del Ministro del lavoro e delle politiche sociali sulle linee programmatiche del suo Dicastero
Partecipazione dei lavoratori
Igiene e sanità
Indagine conoscitiva sulla CRI (audizioni)
Riordino degli enti vigilati dal Ministero della salute
Territorio
Aree protette
Sviluppo spazi verdi urbani
Politiche dell’Unione europea
Riforma della PAC
Comunicazioni del Ministro per gli affari europei sulle linee programmatiche del suo Dicastero


In Aula
Discussione della mozione n. 501, Calderoli, in materia di riforme istituzionali e valorizzazione degli Enti territoriali
Pareggio di bilancio nella Carta Costituzionale

PRODOTTI VITIVINICOLI E OLIVICOLI ITALIANI, APPROVATA IN SENATO LA MOZIONE BIANCONI
Nel corso della seduta n. 642 del 6 dicembre 2011 è stata approvata a larghissima maggioranza, tutti i gruppi si sono infatti dichiarati a favore, la mozione sulla valorizzazione dei prodotti vitivinicoli e olivicoli italiani che aveva come prima firmataria la senatrice Laura Bianconi.
Di seguito viene riportato l’intervento svolto da Laura Bianconi.
Signora Presidente, signor Sottosegretario, onorevoli colleghe e colleghi, questa mozione è stata sottoscritta da tutti i Gruppi parlamentari e da tutti i Capigruppo ed è fortemente voluta dai senatori dell'associazione parlamentare intitolata a Luigi Veronelli, che raccoglie circa 100 parlamentari che hanno come mission la tutela e la promozione del settore vitivinicolo ed enogastronomico italiano. In una situazione politico-economica così delicata e complessa, perché attardarsi a parlare di vino e di olio? Parliamo di vino e di olio perché sono due prodotti di eccellenza della nostra gastronomia, nonché due enormi capisaldi culturali ed economici, uno dei migliori biglietti da visita del nostro made in Italy.
Pochi dati sul vino. Nel primo semestre 2011 le esportazioni sono cresciute dell'11 per cento rispetto al 2010. Il PIL dell'intero settore vitivinicolo ammonta a 13,5 miliardi, di cui 3,9 dovuti all'esportazione, ai quali si aggiungono 2 miliardi per l'indotto. In merito alle cooperative, negli ultimi dieci anni le cantine cooperative presenti in ogni Regione hanno aumentato la produzione del 33 per cento e gli occupati del 9 per cento. Sembra di essere in un altro pianeta rispetto ai tanti settori della filiera produttiva italiana.
Vino e olio: due storie parallele, con problemi diversi, ai quali oggi quest'Aula vuole prestare la giusta attenzione, proprio in un momento in cui occorre tutelare e difendere i nostri prodotti. A tre anni dalla riforma della OCM del settore vitivinicolo, le imprese hanno dimostrato grande capacità di reazione e adattamento ai mutamenti del mercato. Mi riferisco alle nuove regole sulla protezione dei vini DOP e IGP.

Parliamo degli obblighi legati alla certificazione dei vini, della nuova disciplina dell'etichettatura, e infine anche di tutti quei meccanismi per la classificazione dei vini e l'utilizzo delle menzioni tradizionali che hanno fatto sì che il nostro prodotto, di altissima qualità, si caratterizzasse sempre più in attaccamento ai singoli territori. Un dato per tutti: in Italia abbiamo più di 500 vitigni, Germania e Francia ne hanno 70-100, e l'Australia, territorio emergente, ne ha una ventina.
Risulta evidente da questi dati la peculiarità del nostro Paese, che ci permette di asserire che riusciamo a mettere «un territorio nel bicchiere» con una filiera enogastronomica invidiata in tutto il mondo. Io, signor Sottosegretario, provengo dalla Romagna, e se penso al «formaggio di fossa» di Sogliano al Rubicone, DOP, amalgamato nel cappelletto in brodo romagnolo, da gustare con un ottimo bicchiere di Sangiovese, ecco che mi appaiono le saline di Cervia, le poesie di Tonino Guerra, le Vele di Cesenatico e le Tele romagnole di Gambettola. Sono certa che ognuno di noi prova simili sensazioni e sentimenti di amore per il proprio territorio, e questo sta a testimoniare come ogni Comune e Regione italiana abbia un suo percorso enogastronomico che dobbiamo tutelare e proteggere.
E ancora, come non ricordare il lavoro di conoscenza e tutela delle «vie del vino», dei «borghi del sapore» (tutti percorsi turistici ed enogastronomici frequentati sempre più sia da turisti italiani, che provenienti dall'estero)? Tutto questo rappresenta il passato, il presente, ma soprattutto il nostro futuro, anche per creare nuovo indotto e nuova occupazione, come ricorderà bene il senatore Sacconi che, in qualità di Ministro del lavoro, ha guardato con particolare attenzione ai corsi per la formazione per potatori e innestatori, comparti della filiera che necessitano di grandi professionalità lungo tutto il percorso: dalla terra, alla cantina, al marketing, fino all'esportazione.
Noi sappiamo che la burocrazia è oggi il più grande limite allo sviluppo delle imprese vitivinicole, così come crediamo che l'infinita serie di enti con cui ogni azienda si deve interfacciare dovrebbe radicalmente diminuire. Vorrei riportare un piccolo esempio molto esplicativo. Un amico ha acquistato un terreno con vigneti esistenti e quella che segue è la sua odissea. Si è dovuto rivolgere ai seguenti enti: all'ASL della sua zona per la presentazione della denuncia di inizio attività (DIA); alla camera di commercio per l'apertura dell'unità locale di produzione; al centro di assistenza agricola per l'inserimento dei terreni nel fascicolo aziendale; all'AGEA per l'inserimento dei vigneti esistenti nell'anagrafe vitivinicola; all'INPS per la denuncia aziendale per l'inserimento dei terreni in conduzione; all'ispettorato agrario della Provincia per la domanda per il rilascio di gasolio a prezzo agevolato; al Comune per l'iscrizione dei vigneti alla DOC; all'ispettorato agrario provinciale che ha svolto il sopraluogo per l'idoneità dei vigneti all'iscrizione alla DOC. Se poi si volesse impiantare un nuovo vigneto in un appezzamento in cui sono presenti alcune piante d'olivo, si dovrebbero richiedere i pareri necessari per il nulla osta e i certificati dell'avvenuto impianto rispettivamente: all'ispettorato agrario, all'ente parco, all'ente forestale, all'AGEA e ad altri organismi.
Ma non dobbiamo perdere di vista che la vera battaglia si compie in Europa. Le nuove e più severe norme sulle indicazioni da inserire nelle etichette approvate il 6 giugno 2011 dal Parlamento europeo e la liberalizzazione, dal 2015, dei diritti di impianto suscitano grande preoccupazione, rendendo il comparto vitivinicolo italiano a rischio di forti destabilizzazioni.
Cosa chiediamo con questa mozione? Innanzitutto, di continuare l'azione di lobby in tutte le sedi europee affinché si privilegi la qualità, la tipicità del vino italiano e perché sia tutelato il lavoro dei produttori vinicoli, così da scongiurare l'introduzione di sistemi produttivi che abbiano come effetto il livellamento dei gusti verso il basso.
Chiediamo ancora un'inversione, un cambio di rotta, delle politiche comunitarie, ridiscutendo le normative europee per salvaguardare la vitivinicoltura di qualità e mantenere l'attuale regolamentazione, che assicura un giusto equilibrio tra la tutela dell'esistente e le esigenze di mercato. Le chiediamo, onorevole Sottosegretario, di assumere un ruolo di coordinamento e di stimolo per un'azione istituzionale migliore, in grado di promuovere questo nostro prodotto, perché l'ampia, articolata e diversa produzione di eccellenza della vitivinicoltura italiana è, da una parte, caratterizzata da estrema varietà e dinamismo ma, dall'altra, soffre per non essere mai riuscita a costruire un «sistema Italia» del vino.
Infine, le chiediamo di rendere più facile la vita degli imprenditori, liberandoli da una burocrazia che soffoca ogni anelito di buona impresa.
Passando ad illustrare la problematica dell'olio d'oliva, vogliamo ricordare che nel 2010 la Commissione europea ha apportato una modifica al regolamento sulle caratteristiche e i metodi di analisi degli oli d'oliva, che inasprisce e affina i controlli sulla presenza dei cosiddetti oli deodorati, poi spacciati per oli di frantoio. L'Europa ha finalmente preso atto dell'esistenza di un grande problema di sofisticazione, e proprio per rendere più chiaro e trasparente il percorso si è mossa per riconoscere l'alta qualità del prodotto made in Italy. Proseguendo in questa direzione, occorre ora incrementare un'operazione culturale dentro e fuori l'Italia volta a spiegare, anche ai Paesi esteri, che i punti di forza della produzione italiana sono proprio la trasparenza e la qualità.
Il consumatore italiano negli ultimi anni è divenuto più esigente: desidera conoscere l'autenticità dei prodotti agro-alimentari acquistati, richiede la loro identificazione (una sorta di DNA del prodotto). Abbiamo bisogno di investire in questa cultura più raffinata e imparare, sempre più, a leggere le indicazioni dell'etichettatura, che spiegano molto. Ci spiegano, ad esempio, se si tratta di un olio prodotto con miscelazione di oli comunitari (cioè se si tratta di olio comprato altrove e solo successivamente imbottigliato in Italia). Insisto nel ribadire che occorre continuare ad investire nella corretta informazione, perché questo significa preservare le nostre tipicità e quindi fare cultura, affinché anche alla massaia non sfugga l'odore tipico di olive spagnole (le picual) spacciate per prodotto italiano.
Oggi non ci sono televisioni pubbliche o private che non facciano corsi di cucina, e all'olio d'oliva viene dedicata solo una frase finale: «Infine, un filo d'olio d'oliva a crudo sulla pietanza». Olio. Ma quale olio? Con quale provenienza? Con quale fragranza? Ecco, di questo vogliamo parlare, del nostro olio d'oliva italiano, di quelle Regioni in cui la produzione è riconosciuta d'eccellenza come, ad esempio, la Liguria, la Toscana, l'Abruzzo, il Lazio, la Puglia e la Calabria.
Infine, quello che chiediamo con questa mozione è di consentire ai produttori di olio d'oliva di operare all'interno di un sistema in cui risulti più flessibile promuovere la migliore produzione delle aziende olivicole che aderiscono al consorzio «I.0.0. % qualità italiana». Questo rappresenta il consorzio del vero olio extravergine d'oliva prodotto in Italia. In tal modo verrebbero incrementati tutte quelle azioni e quei programmi volti ad accrescere la produzione sui mercati esteri. Visti i numeri per la qualità, quantità, originalità e mercato lavorativo ed economico, dobbiamo sempre più premere sulla necessità di una filiera virtuosa, perché questo è il nostro patrimonio, una carta vincente necessaria per rispondere anche a questa crisi globale. (Applausi dai Gruppi PdL e PD e della senatrice Baio).
(Fonte: www.senato.it)

SCIOPERO GENERALE E UNITA’ SINDACALE
Anche se non tutti i quotidiani sono usciti oggi in edicola, gli organi di informazione non hanno mancato di sottolineare come il Governo Monti sia  riuscito nella non facile impresa di far riunire sullo stesso palco i rappresentanti delle tre maggiori associazioni sindacali italiane. Angeletti, Bonanni, Camusso hanno superato le posizioni distanti e distinte su cui si erano avviati in epoca berlusconiana e per tre ore, Cgil, Cisl e Uil, si sono ritrovate di nuovo unite per protestare contro il Governo in carica, colpevole di aver varato una finanziaria che punta troppo sul rigore e poco sullo sviluppo. Ovviamente non si può non sottolineare come, per provvedimenti di portata assolutamente inferiore, varati dai Governi di centro–destra, la protesta fosse di ben altro genere. I girotondi, i bambini che a malapena sapevano leggere e scrivere portati in piazza a protestare, i tetti delle Università occupati, con la gara dei politici che, con sommo sprezzo del pericolo e favore delle telecamere, si inerpicavano sul punto più alto per manifestare la loro solidarietà.


Questa settimana torniamo a parlare di un tema caro a questa newsletter, quello dell’istruzione. E lo facciamo prendendo spunto dal Rapporto 2011 sulla scuola presentato la scorsa settimana dalla Fondazione Agnelli (si può scaricare dal sito www.fga.it). I lettori più affezionati lo sanno: chi scrive questa newsletter è fortemente convinto che il futuro di un Paese siano le nuove generazioni e il livello di istruzione e formazione con cui sapranno presentarsi di fronte alla grande sfida della competizione con il loro omologhi degli altri Paesi. Un piccolo ma significativo assaggio delle luci e delle ombre evidenziate dal Rapporto Agnelli ce lo fornisce l’amico Luigi Migliori che, partendo dalla sua esperienza di dirigente scolastico, lo ha letto per noi.

NOVEMBRE 2011: RAPPORTO SULLA SCUOLA DELLA FONDAZIONE AGNELLI
Oltre un lustro addietro, un collega Dirigente Scolastico, in una piovosa serata invernale, in quel di un paesone fra Rimini e Forlì, si permise di esprimere forti dubbi, motivati dagli esiti delle ricerche OCSE ed INVALSI, sulla qualità dei risultati del nostro sistema scolastico, suscitando le reazioni indispettite di alcune insegnanti del posto.
Seppi, poi, che mal gliene incolse, allora (mai turbare con dubbi coloro che credono di vivere nel migliore dei mondi possibile), ed in seguito (non amiamo coloro che avevano ragione prima: minano la nostra autostima). Appresi che quel Dirigente Scolastico, in qualità di presidente agli esami di maturità, poté verificare, nonostante le autovalutazioni di eccellenza della locale scuola, profonde carenze nella preparazione di base dei maturandi.
Il rapporto 2011 della Fondazione Giovanni Agnelli sulla scuola in Italia, con una attenta analisi sulla scuola media, conferma, scientificamente, i punti critici evidenziati nell'atto d'indirizzo dell’8 novembre 2008, redatto dal Ministro Gelmini:
- impatto problematico nel passaggio dalla scuola primaria alla scuola secondaria;
- perdita di incisività, attraverso un ventaglio di insegnamenti tendenzialmente enciclopedici ed onnicomprensivi;
- appannamento del significato dell'esame di stato;
- significativa dispersione dei giovani una volta usciti dalla scuola secondaria di primo grado.
Per amore di verità, le medesime preoccupazioni sono contenute anche nel Libro Bianco sull' istruzione del Ministro Fioroni.
La ricerca della Fondazione Agnelli esamina gli attori del fenomeno: i preadolescenti, gli insegnanti, la scuola. Di ognuno individua criticità e punti di eccellenza, in quello che risulta come anello debole del sistema scolastico, cioè la scuola media inferiore, e conclude rilevando negli insegnanti il punto fragile dell'anello debole.
Colpisce il disagio con cui i nostri ragazzi percepiscono la scuola: a quattordici anni solo 7 ragazzi e 11 ragazze su 100 rispondono con " mi piace molto la mia scuola". Questo a fronte di percentuali che vanno dal doppio al quadruplo per i loro coetanei di Germania, Inghilterra, Francia e Stati Uniti.
Se si concede un personalissimo e modesto appunto alla ricerca, per quanto visto, mancherebbe una valutazione sul contesto specifico nazionale del mondo degli adulti, con cui i nostri preadolescenti si relazionano: l'emergenza educativa nostrana potrebbe raggiungere livelli ignoti agli adulti di altre realtà. Ci caratterizza un costante decremento demografico della popolazione d'origine nazionale ed un senso civico non paragonabile ai Paesi di riferimento: siamo l'unica nazione in forte difficoltà i cui rappresentanti eletti non sappiano o possano reagire alla crisi, per cui, come già nella storia, chiamiamo un podestà estraneo o lo straniero. Oggi, un tecnico.
Dai tabulati relativi agli insegnanti emergono i peggiori lasciti di una gestione politico-sindacale assistenziale, tesa esclusivamente ad aumentare organici e privilegi, ci troviamo così con:
- organici pletorici, che le crisi dagli anni '90 hanno sfoltito, aumentando il carico di lavoro ai rimanenti;
- un’età media degli insegnanti di ruolo di 52.1 anni, la più alta fra tutti gli ordini e gradi della scuola (frutti avvelenati di quelle assunzioni di massa degli anni '70 e '80, senza verifica delle capacità personali, molti dei quali figli del 6 o 18 politico);
- insegnanti insoddisfatti della propria formazione, ancora più degli altri, ed abbondantemente dediti al trasferimento a diversa scuola;
- insegnanti insoddisfatti della loro scuola e con basso prestigio fra gli altri docenti;
- insegnanti inadatti alle sfide educative poste da alunni e società.
Rispetto alla riforma del 1962, (e' trascorso mezzo secolo), la scuola media italiana ha portato tutti a scuola (dal 60 per cento al 100 per cento), ma l'uguaglianza e' avvenuta a prezzo di un abbassamento degli standard qualitativi, raggiungendo nella non selettività, rappresentata dal 100 per cento di promossi all'esame di licenza media, l'unità nazionale fra Nord, Centro e Sud, caso raro, se non unico nel panorama nazionale.
I dati dimostrano incontrovertibilmente che la scuola media ha perso, più degli altri ordini, la battaglia dell'equità: un basso livello culturale della famiglia di appartenenza produce, a 13 anni, una probabilità di ritardo del 410 per cento, rispetto ai figli di laureati. Dunque il divario sociale, già presente nella scuola primaria, vede un’accelerazione spaventosa alla scuola media: da 10 volte in matematica a 3 volte in scienze.
Sboccia e fiorisce qui quel 20 per cento ragazzi che perderanno il treno dell'istruzione.
Per i corridoi delle scuole medie circola un mito: la vecchia scuola media, quella del latino, del "de bello gallico" in seconda, dell'esame di ammissione, che permetteva solo ai bravi di frequentarla, (per gli altri o la carretta o le scuole d’'avviamento, già ritenute professionalmente insufficienti dagli industriali di fine anni '50).
Insegnare ai bravi é facile e soddisfacente, ovviamente.
Avanzerei l'ipotesi che tale mito, con le opportune modifiche, continui a produrre effetti. Si verifica, infatti, una propensione alla formazione di classi omogenee circa l'origine socio-culturale degli allievi, (il corso dei figli di qualcuno e quello dei figli di nessuno). Su questo il potere degli insegnanti è decisivo, nonostante sia noto a tutti che il contrario, classi differenziate sulla base dell'origine socio-culturale, produce arricchimento culturale.
Esiste una correlazione negativa fra le prestazioni in italiano e la segregazione sociale fra le classi: tale fenomeno, geograficamente, prevale nelle aree più arretrate del Paese, con un tasso di senso civico molto basso.
Le proposte avanzate dalla Fondazione Agnelli non richiedono denari, ma insegnanti di nuovo tipo, professionalizzati esclusivamente per la scuola media, assunti per concorso o chiamata diretta delle scuole, che concentrino l’insegnamento a poche, essenziali, materie.
Sarebbe un’autentica rivoluzione.
(Luigi Migliori – Dirigente scolastico in pensione)

 

 

 

A cura della segreteria della Senatrice Laura Bianconi
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